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18.5.15

The sea of trees (id., 2015)
di Gus Van Sant

FESTIVAL DI CANNES
CONCORSO
Alle volte capita di sbagliare e alle volte capita di sbagliare completamente senza nemmeno rendersene conto, dando all'errore la visibilità maggiore possibile. Gus Van Sant ha portato forse il suo film più ordinario e ingenuo, il meno strutturato e più dilettante proprio nel concorso del Festival di Cannes (e il festival l'ha accettato!).
L'intento infatti, si capisce essere stato molto più audace di quanto non sia ora il risultato. The sea of trees mira ad inserire l'attore del momento, Matthew McConaughey, in un grandissimo percorso di passione e redenzione, a contatto con la vita, la morte e l'animismo. Distruzione e ricostruzione non tanto di un personaggio quanto di un essere umano (e quindi della sua umanità) a partire dalla recitazione. Il contrario di quel che aveva fatto Vita di Pi, che invece la sua ricerca dell'umanità non la faceva a partire dalla recitazione ma a partire dagli scenari, da tutto ciò che è intorno al protagonista e che con esso noi spettatori guardiamo, quel secondo piano che definisce il primo piano.

The sea of trees racconta di un uomo, uno scienziato, che per ragioni che capiremo grazie ai molti flashback decide di partire verso il "mare di alberi", luogo alle pendici del monte Fuj in cui moltissime persone l'anno si suicidano. Considerato uno dei posti più belli e suggestivi in cui farla finita la foresta subito affianca al protagonista un altro uomo, locale, entrato anch'egli per morire ma pentitosi e incapace di uscire. Persi nella vegetazione i due si confrontano, cercano di sopravvivere, passano attraverso indicibili disgrazie, ferite e malnutrizione mentre il pubblico viene distratto da eloquenti flashback.
Sfortuna vuole che McConaughey non sia nella forma migliore, non sia cioè così smagliante da reggere da solo tutto il film e vincere in totale autonomia una partita che pare in salita. Il massimo del prevedibile viene nascosto e annunciato come fosse una rivelazione e anche l'animismo appare totalmete fuori luogo. Addirittura le motivazione e gli eventi che hanno portato a quest'Odissea nella foresta suonano un po' ridicoli e in fondo sovradimensionati.

Più che altro a The sea of trees manca la credibilità, manca la capacità di fare del suo protagonista un fantoccio sballottato dagli eventi, una povera anima in pena realmente arrivata al fondo del barile ed effettivamente pronta per essere ricostruita da un'esperienza panica nella natura (che peraltro panica non lo è per niente!). Per questo non si può non dire che Gus Van Sant questa volta abbia effettivamente fallito i suoi obiettivi e la partecipazione ad un festival come Cannes non fa che sottolineare la discrepanza tra le aspettative di chi ha pensato l'opera con il suo esito in sala.

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