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18.5.15

Trois souvenirs de ma jeunesse (id., 2015)
di Arnaud Desplechin

FESTIVAL DI CANNES
QUINZAINE DES REALISATEURS

PUBBLICATO SU  
Tre epoche e tre ricordi di diversa lunghezza e intensità. Infanzia quasi paradossale e operatica tra urla e minacce di morte, coltelli e mazze, poi gli stessi tre fratelli da ragazzi in Russia, la vendita dell'identità come in un film di spionaggio e infine il lungo segmento giovanile d'amour fou. A ricordare tutto è Mathieu Amalric, protagonista ormai adulto che torna a Parigi dopo una vita lontano. In ogni momento, in ogni età, in ogni festa, esame, ritorno, telefonata e litigata (anche clamorosamente nel finale) c'è Esther.
Partendo come Terence Davies, proseguendo come il cinema americano e chiudendo in stile nouvelle vague hard core, Desplechin tenta di navigare lontano dalle acque che gli sono più dolci, non cerca a tutti i costi di mettere in tavola i suoi piatti forti, i grandi affreschi corali e le storie contemporanee ma cerca di reinterpretare i classici del cinema nella grande epopea personale di un ragazzo come tanti.

È chiaro fin da subito che il tono non potrà mai essere quello da grande narratore che ha sfoggiato in I re e le regine o in Racconto di Natale ma semmai uno in cui è meno a suo agio. E altresì è evidente che Trois souvenirs de ma jeunesse sia un film per amanti del cinema francese, per un pubblico che ha già deciso di farsi piacere una storia tutta lenzuola, sigarette, libri e soffitte parigine, con la voce fuoricampo e le grandi pontificazioni sull'amore. All'interno di questo sottogenere d'altri tempi il film si muove su regole ferree che non è stato lui a fissare e si vede, aderisce a modelli impossibili con un amore che non si può far finta di non percepire ma che al tempo stesso non si trasferisce per alcuna proprietà transitiva alla storia narrata.
Non è stile ma esplicita imitazione dello stile di altri.

Esther, il grande personaggio femminile che domina l'esistenza del protagonista, è solo parzialmente azzeccato e all'occhio moderno troppi clichè anni '60 donano la sensazione dello spoof, della presa in giro, eccessivamente precisi e disegnati per sembrare autentici. Quel che accade è che inevitabilmente con il correre del tempo lo spettatore si allontana invece che avvicinarsi ai protagonisti, riconosce la struttura invece di essere rapito dal racconto.

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