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2.9.15

Sinister 2 (id., 2015)
di Ciaran Foy

Non si può dire che Sinister 2 non ce l'abbia messa tutta per non somigliare al primo film. Derrickson e Cargill, gli sceneggiatori già dietro al successo meritato del primo film (in quell'occasione il primo era anche regista e la differenza si vede), ce l'hanno messa tutta per animare una creatura diversa, che prenda le mosse da quella storia ma lo faccia con altri protagonisti, che ne continui la mitologia ma diversamente, addirittura con un tono opposto, più ironico, giocoso e consapevole di molte convenzioni horror. Peccato che l'idea vada nella direzione peggiore immaginabile. È facile in un caso simile (cambia solo il regista e non gli sceneggiatori) dare la colpa al nuovo venuto, ovvero Ciaran Foy la cui idea di orrore è abbastanza discutibile e puerile, simile a quella di qualcuno che non abbia mai avuto davvero paura, la verità però è che questo è un film Blumhouse che esce fuori dai canoni della casa che ha rivitalizzato l'horror e all'improvviso sembra non saper cosa fare.

I film Blumhouse sono produzioni dalla fattura straordinaria ma dai budget impensabilmente bassi (mai più di 2-3 milioni, come faccia è il segreto della sua forza), quasi sempre ambientati al chiuso in un unico luogo (facilmente una casa), opere molto tecniche e che l'orrore non hanno timore a mostrarlo contro ogni tradizione di nascondimento. Sinister era in linea con tutte queste categorie ma il suo sequel quintuplica il budget (10 milioni di dollari, alto solo per standard Blumhouse) ha diverse ambientazioni, una trama inutilmente intricata e prevede un fitto dialogo con presenze e fantasmi, di fatto depotenziando il loro portato spaventoso. Addirittura non si trova più nemmeno quell'idea che Sinister, il primo film, riprendeva da molto horror di nuova generazione a partire da The Ring e poi Paranormal Activity, cioè avere delle immagini che nascondono l'orrore, nelle quali lo spettatore si perda cercando con lo sguardo qualcosa che lo spaventi ma senza incappare nelle impennate di suono o nelle comparse improvvise finalizzate al banale soprassalto.

Quel presupposto che sembra prendere in giro il found footage movie è rimasto solo nella forma degli omicidi ripresi e poi mostrati in piccoli agghiaccianti filmati Super8, ma troppo viene spiegato, come se in una stanza buia venisse accesa la luce fino ad illuminare e chiarire ogni angolo. Quella stessa creatura che nel film con Ethan Hawke compariva tardissimo qua è spesso in scena, fino a normalizzarne la presenza, annullando la paura e anche l'incombente presagio di un omicidio che avverrà non è l'agghiacciante spettro che pende sulla testa dei protagonisti ma diventa un finale scontato.
Ancora peggio, in questo film che non sembra terminare mai la sua picchiata verso il basso, per mandare avanti la trama viene introdotta una nuova famiglia con problemi interni (la mamma nasconde i due figli dal padre violento che vuole riottenere l'affidamento), tutto gestito con una grossolanità francamente offensiva per qualsiasi appassionato. Il padre violento, designato ad essere il cattivo, cerca di guadagnare senza ritegno la disaffezione degli spettatori, come se il pubblico necessitasse della più bieca sottolineatura per prendere una posizione, come se non si potesse fare horror senza una vittima per la cui morte godere.

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