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30.8.15

Taxi Teheran (Taxi, 2015)
di Jafar Panahi

Ci sono due modi di lottare contro il sistema cinematografico iraniano. C'è la maniera di Asghar Farhadi ovvero ridicolizzare il sistema dall'interno realizzando un film come Una separazione, perfettamente distribuibile e in linea con i dettami del regime ma impossibile da valutare per la censura (nel film ogni situazione che dovrebbe adeguarsi alla censura in realtà ha due punti di vista e nessuno può dire quale sia quello positivo o anche solo quello reale, ogni regola forse è rispettata o forse no perchè c'è sempre qualche personaggio che sostiene che i fatti siano andati diversamente e ognuno pare avere ragione) e poi c'è la maniera di Jafar Panahi, cioè andare completamente contro, finire in carcere, fare baccano, mobilitare persone all'estero, girarne alcuni dalla galera, ricevere una severa proibizione dal fare qualsiasi film per 20 anni eppure farli lo stesso, in barba a tutto e a tutti, contrabbandandoli fuori dal proprio paese per farli arrivare in pompa magna in tutti i più grandi festival (dove prendono pure premi) mentre lui continua a rimanere a Teheran. Ostinato. Imperterrito.

Taxi Teheran è questo, un film ostinato, beffardo e arrogante, un film che se ne fotte di tutto e in questo è innegabile che possieda un fascino già di iniziare. L'idea è che Jafar Panahi si mette alla guida di un taxi con una videocamera semi nascosta sul cruscotto, con quel taxi gira per Teheran, carica e scarica gente (che poi sono attori) che interagiscono tra loro e con lui sempre nel taxi. In questa maniera fa tutto un film. La sorpresa (ma non troppo per chi sa quanto la creatività venga spinta nelle situazioni peggiori) è che è anche un film molto bello. Panahi interpreta se stesso, non nasconde le proprie disavventure con il regime, anzi le spiattella, fa raccontare alla sua nipotina tutte le regole a cui un film deve sottomettersi e poi le infrange regolarmente tutte lungo i 90 minuti di Taxi Teheran. Addirittura dà vita ad una piccola scenetta con un personaggio che sostiene di essere un suo amico e poi, apertamente, si chiede se quel personaggio sarebbe stato accettato o no dalla censura, perchè per certi versi sembra essere in linea ma poi la complessità della realtà e della vita lo portano da un'altra parte.

Taxi Teheran in buona sostanza è un'immensa esaltazione della complessità. La vita reale, quella che il cinema che piace a Panahi vuole rappresentare, è molto più complessa della sua versione accettata dal regime, che vorrebbe storie più semplici e dirette, quindi innocue. Panahi le mostra ma soprattutto mostra se stesso e la sua ostinazione. Racconta delle torture e della paura dei carcerieri ma sta lì a fare ancora un altro film contro ogni divieto impostogli. Difficile non percepire una certa autoesaltazione nell'assumere il ruolo dell'oppositore di ferro, ancora più difficile però è non lasciarsi prendere dalla piega intellettuale e dall'abilità filmica con le quali porta avanti questa parte.
Le molte soluzioni con cui Taxi Teheran conduce la sua trama esile fatta di personaggi che entrano e che escono, le sue soluzioni narrative e la felicità creativa con cui mescola commedia, dramma, leggerezza, pesantezza e un ottimismo totalmente fuoriluogo ma contagioso sono fantastiche. Anche volendo trascurare le condizioni e la ragioni per le quali è stato girato in questa maniera, il risultato è un piccola operetta morale di gigantesca capacità registica, un film che dimostri come Jafar Panahi ha un'idea di cosa possa essere un film più grande, ampia e malleabile degli altri.

2 commenti:

zioluc ha detto...

Pur essendo d'accordo sostanzialmente su tutti gli aspetti positivi che elenchi, l'ho trovato piuttosto noioso e malfatto. Coraggioso, beffardo, simpatico e politicamente rilevante sì, ma anche spesso banale, didascalico e mal recitato. Certo posso immaginare le restrizioni a cui si è dovuto sottoporre per girarlo, ma premiarlo mi è parso troppo.


Gabriele Niola ha detto...

Per me tutte le componenti parafilmiche (le difficoltà, la storia di Panahi, il rapporto con il regime) sono totalmente marginali. Divertenti e interessanti ma marginali. Conta solo il film.
Non credo sia mal fatto come dici tu, anzi. Forse didascalico si ma la maniera in cui intreccia la didascalia con la forma e il contenuto del film mi avvince e convince, non fa la lezione ma fa un film intero in cui si trovano tutte queste componenti. Anche sul mal recitato non concordo. Certo lui non è un vero attore ma il venditore di DVD, il criminale e le due anziane con il pesce lo sono e come sempre la bambina è diretta benissimo


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