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15.12.15

Il viaggio di Arlo (The good dinosaur, 2015)
di Peter Sohn

Negli anni recenti assieme alla Pixar che abbiamo sempre conosciuto, quella che sembra non saper far altro che osare, abbiamo cominciato a vedere anche una Pixar che gioca sul sicuro. È quella di Cars 2 o Planes, quella di Monster's University e anche di Brave, una che somiglia molto di più alla Disney, cioè uno studio di produzione conscio del fatto che esiste sempre un modo di portare facilmente a casa la partita quando si tratta di cinema animato. Il viaggio di Arlo è figlio di questa seconda Pixar, azienda più matura e assennata che ad una follia rischiosa come Inside Out affianca un film tutto famiglia e solidi valori, centrato su un unico ribaltamento (è una storia di un ragazzo e del suo animale, solo che l'animale è l'umano e il ragazzo è il dinosauro) che si fa forza della trasposizione del mondo dei dinosauri nel West.

Il genere della frontiera è un riferimento più visivo che altro, lo si trova nei grandi paesaggi dal ricercato fotorealismo, nella nobiltà delle "cavalcate" dei T. Rex (uno dei quali ha le fattezze di Jack Palance) nella prateria e nell'attraversamento di un paesaggio maestoso come esplorazione del paesaggio interiore dei personaggi. Per il resto la più classica delle Odissee pixariane (quelle per le quali un personaggio si ritrova suo malgrado lontano da tutto quel che conosce e deve tentare di farvi ritorno) è il canovaccio di una storia di amicizia e affetto.
Il fatto che Il viaggio di Arlo sia un film Pixar che gioca su territori più sicuri non significa che sia a livello della concorrenza, la storia del selvaggio e del dinosauro trova comunque dei momenti di rara emotività e umorismo inusuale, solo che sono finalizzati alle idee più consuete da cinema "per tutta la famiglia".

La comunicazione non verbale tra il bambino selvaggio e il dinosauro è giostrata con i principi del cinema muto (uno dei punti di forza da sempre dello studio) e alla stessa maniera il modo in cui nel finale si entra in contatto con altri umani è delicato e potente, il loro character design (al contrario di quello dei dinosauri) è magnifico e non necessita di spiegazioni che non siano ciò che di loro vediamo.
In questo film d'animazione, che delude solo per il marchio illustre sotto il quale è stato realizzato, ogni cosa è al suo posto, ogni topos disneiano è rispettato e ogni ribaltamento di senso pixariano viene ottemperato. L'amaro in bocca rimane solo a chi si sente legittimato ad aspettarsi sempre e comunque qualcosa di più dalla squadra di Lasseter.

2 commenti:

Fabio ha detto...

Pure io sono un po' disorientato da questo doppio binario della Pixar. Infatti solo in prossimità dell'uscita nelle sale ho realizzato che anche questo film era una loro produzione. Ho pensato: "ma quanti ne escono?".
Invece mi chiedo spesso quando Disney si è guadagnata questa fama di colossale macchina da emozioni un po' facili. Cavolo, nella sua storia ci sono azzardi notevolissimi... mi sa sono scaduti proprio quando io ero piccolo, ossia a cavallo del 1990 fino al loro declino nel 2D.


Gabriele Niola ha detto...

L'accavallarsi con inside out è staot anche dovuto alla tarda uscita italiana. Detto ciò da quando si sono fuse un po' la Disney ne ha guadagnato tornando a fare film più che buoni, un po' la Pixar ne ha perso diventando una società più di compromesso.


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