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15.3.16

Kung Fu Panda 3 (id., 2016)
di Alessandro Carloni e Jennifer Yuh

All’inizio di Kung Fu Panda 3 al posto del bambino con canna da pesca, disteso sulla Luna del logo Dreamworks c’è il panda Po, ed è un’immagine perfetta per descrivere quanto questa serie di film sia importante per la casa di animazione. Non solo è stato il suo primo successo realmente di qualità, ma negli anni ne ha continuamente tenuto alto il buon nome. Ora Kung Fu Panda 3 è anche il primo film che coproducono con la Cina e si sente. Nonostante il contributo cinese sia solo a livello di consulenza e non certo di contenuti, tutta la parte relativa al nuovo villain sembra presa di peso dall’animazione cinese, sia in termini di character design che di scelte di inquadrature, movimenti di macchina e interazioni. Insomma se Po e gli altri rimangono gli stessi, uno dei personaggi nuovi è invece modellato su standard del cinema animato orientale.

Ma anche mettendo da parte questo dettaglio il terzo film di Kung Fu Panda appare godibilissimo, rapido, divertente e inappuntabile, sebbene con il minimo dello sforzo e aggiungendo poco alla mitologia e ai film precedenti. Proprio come se fosse un altro episodio di una serie televisiva molto elaborata, Kung Fu Panda 3 porta il protagonista in un altro luogo e ne svela parte delle origini, con il villaggio dei Panda, il vero padre e via dicendo, replicando però in pieno la struttura del precedente film.
Po è una figura paradigmatica, la rappresentazione migliore che il cinema animato abbia mai fatto del nerdismo al potere. È un geek a tutti gli effetti sia nel bene che nel male, ne esalta e contemporaneamente prende in giro i tratti salienti. Ed è potente. Il più potente di tutti. Ci si potrebbe fare moltissimo invece sembra che non sia praticamente utilizzato.

I film d’animazione dell’era moderna, quella successiva alla grande rivoluzione spartiacque della Pixar, non sono più favole per bambini ma film a tutti gli effetti, lungometraggi che godono di un pubblico molto ampio, comprendente anche i bambini. Non vivono più in un universo settario, non sono più un genere a parte ma includono diversi generi. Kung Fu Panda in questo è molto pigro, tira i remi in barca e torna ad essere genere a sè, torna cioè a non voler instaurare un rapporto dialettico con la storia del cinema ma preferisce stare in un angolo e farsi i fatti propri. Anche il tema molto evidente delle famiglie allargate (Po incontra il suo padre biologico e questo instaura un rapporto prima conflittuale e poi invece familiare con quello adottivo), è un accenno che poteva essere affrontato con molta più decisione.
Il confronto con l’altro lungometraggio ora in sala, Zootropolis, è da questo punto di vista penalizzante per l’opera Dreamworks. Da una parte la Disney sembra combattere attivamente per ridefinire quel che un cartone può fare, dire e sostenere senza muovere un passo dai suoi classici (l’avventura formativa, gli animali antropomorfi), dall’altra con gli stessi presupposti che di certo non ha inventato (animali antropomorfi e l’avventura formativa) la Dreamworks rimane immobile.

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