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17.4.16

Mistress America (id., 2015)
di Noah Baumbach

I film di Noah Baumbach sono le uniche commedie americane che realmente cercano di raccontare la modernità e il cinema contemporaneo allo stesso tempo. Mettono in scena esplicitamente persone che tentano di essere parte dello spirito del proprio tempo e lo fanno cercando forme moderne. Sono biecamente modaioli ma anche sapientemente attuali, sono film scritti e diretti con grandissima sapienza e molte idee ma hanno anche tutto il cinismo necessario a mettere in scena tipologie umane, città e dinamiche di sicura presa su un pubblico giovane e di buona cultura, uno che desidera qualcosa che sia abbastanza originale da poter identificare come proprio, e al tempo stesso anche sufficientemente tradizionalista per essere riconosciuto con chiarezza come indubitabilmente “alto”.
Questo è il cinema di Noah Baumbach oggi.

Mistress America continua, dopo Frances Ha, la collaborazione con Greta Gerwig, come nel film precedente dei due al centro di tutto c’è una donna insoddisfatta eppure incapace di cambiare la propria vita, nonostante ci provi in maniera instancabile. Ancora più stupefacente è però come questo personaggio si sposi con la città che attraversa più volte in lungo e in largo, riconoscibile anche nei luoghi meno riconoscibili come i quartieri altissimi delle villone: New York.
La Brook di Greta Gerwig, che oltre che del film è anche l’oggetto dell’interesse dell’altra protagonista, Lola Kirke, è proprio dalla città sembra trarre la propria personalità. Sembra cercare un suo modo d’essere newyorchese, di essere adatta ai quartieri che frequenta, sembra cercare disperatamente di mantenere il passo delle aspettative hipster o anche solo culturali di una città che adora ma che la sta mangiando.

Dall’altra parte, come già in Giovani si diventa, c’è anche un confronto generazionale tra le due donne, uno che porta ad un amore subitaneo seguito da un contrasto legato a motivi artistici. Gli eroi di Baumbach hanno spesso velleità artistiche, alle volte con buone ragioni, altre meno, di certo queste tendono a rovinargli la vita. In questo caso compromette quello che sembrava un rapporto autentico. D’altra parte se New York per Brooke è una prigione, per la Tracy di Lola Kirke invece è il luogo della solitudine, dell’università frequentata senza il coraggio sufficiente, delle molte velleità e troppe opportunità non colte.

Per raccontare tutto questo stavolta Baumbach sembra aver giocato con le idee di un nume tutelare del cinema per un pubblico giovane e di buona cultura come Wes Anderson (con cui ha collaborato spesso scrivendo Le Avventure Acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr. Fox). L’odissea di Brooke e Tracy alla ricerca di fondi e di un senso per la propria presenza a New York, è infatti infarcito di personaggi e situazioni andersoniane. Poche parole e molte ossessioni, fissazioni su certi concetti e carattere chiaro e duro, i comprimari del film sembrano usciti fuori da I Tenenbaum, sensazione che crea un felice contrasto con una regia per nulla simile a Wes Anderson, anzi più vicina ad una certa gioia dell’essere ragazzi che pare venire da John Hughes.
Così anche Noah Baumbach lotta tra tradizione e modernità per essere pure lui degno di New York con la sua arte.

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