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1.4.16

WAX: We Are The X (2016)
di Lorenzo Corvino

Lorenzo Corvino parla per una generazione. Lo fa a partire dal titolo (in cui include il riferimento alla generazione X) e lo fa più esplicitamente ancora nel film, in cui i suoi personaggi, tutti coetanei, sono vittime di una disavventura lavorativa che verrà proiettata come una piaga generazionale.
L’idea è quella di esorcizzare la difficile situazione lavorativa di chi oggi ha più di trent’anni in un film che racconta con tono avventuroso e fare da found footage le peripezie di tre di loro. Tre che abbiano apposta i tratti più comuni possibili e che, sempre apposta, siano sognatori e romantici, artisti e guasconi, simpatici e coinvolgenti.

Una volta tanto non è nemmeno troppo le forma ad infastidire (per quanto i dialoghi e le psicologie dei personaggi gridino vendetta fin dalla prima scena) ma, con una sana presa di posizione, il contenuto. WAX: We Are The X mescola idee da The Dreamers ad un viaggio che nulla ha a che vedere con i desideri di isolamento sentimentale dei ragazzi di Bertolucci, vuole parlare di cosa stia accadendo oggi ma in nessun momento affronta la situazione nella sua complessità, non gli interessa essere concreto, gli interessa solo essere parziale e nel salire sulle barricate dimentica ogni ragionevolezza ma non solo, dimentica anche di fare un film che sia interessante e appassionante.
I protagonisti, mandati in giro per un lavoro che non solo non gli verrà mai pagato ma alla fine anche sfilato, in realtà perdono tempo, fanno poco di quel che devono fare, si perdono, e poi si lamentano.

Senza nessuna dedizione e nessuna idea di abnegazione, vivono da vittime una situazione che, obiettivamente, non è semplice per nessuno. La loro risposta sarà una fuga in luoghi di vacanza.
Nonostante WAX voglia fortemente parlare di lavoro, di realizzazione di qualcosa di concreto (e artistico al tempo stesso) nella vita, della soddisfazione e del diritto a poter dare una forma al proprio futuro, è così accecato dall’autoesaltazione di una generazione e dal lamento a senso unico, da finire per essere incoerente e mescolare atteggiamento bohemiene a ricerca di un lavoro, il dolce ozio di un viaggio in cui perdersi (luogo comune di molto cinema) alla legittima richiesta di più diritti per chi non ne ha mai avuti.

Si può concordare o meno con la cultura del lamento di cui WAX si fa principale voce, di sicuro è però impossibile aderire alla cultura della rivendicazione in questa maniera, senza nessuna capacità di comprendere le ragioni e le motivazioni del problema. I protagonisti del film vengono raggirati da un meschino datore di lavoro e tutto questo è eletto a regola di un mondo, in un film che non tratta il tema di sfuggita ma lo affronta di petto, di fatto pretendendo di convincere che questa sia l’unica se non la più comune delle situazioni, quando in realtà è un piccolo mondo (quello del lavoro intellettuale e artistico, quello dei freelance, quello di chi segue una strada che da sempre è stata più difficile) a vivere il dramma in quelle proporzioni.
Il problema, sembra di capire dal film, è che Lorenzo Corvino intendeva parlare di sè ma ha usato un’altra storia per fare i conti con il proprio passato (o presente), allargandola a tutti per giustificare l’impresa e piegandone troppo i confini per farla aderire al proprio rancore, fino a che non ha più molto senso e più che altro irrita.

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