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6.10.16

Deepwater - Inferno sull'Oceano (Deepwater Horizon, 2016)
di Peter Berg

Ogni film che Peter Berg gira è un film di guerra. La piattaforma petrolifera che prende fuoco accidentalmente e l’inferno di fiamme in cui gli impiegati che ci lavoravano cercano di sopravvivere, è un conflitto in cui ogni soldato non vuole abbandonare i suoi commilitoni, una sfida di morte, tra ferite e cadaveri in cui nessun uomo deve essere lasciato indietro e nella quale in gioco c’è qualcosa di superiore. Se per il cinema sul fronte o nella guerriglia urbana si agitano piccoli soldati, veri eroi in conflitti che non vorrebbero ma a cui gli stati li costringono, così nella piattaforma Deepwater anche ci sono esseri umani che non prendono decisioni ma devono subire quelle di un potere arrogante che li condanna ad una morte da scampare.
La vera storia di quel che successe alla piattaforma di estrazione petrolifera Deepwater, di come saltò in aria causando uno dei più grandi disastri ambientali di sempre, e di come i sopravvissuti si salvarono è in questo modo un racconto di guerra.

Ogni uomo è un soldato in un esercito che è tale in virtù del senso di compagine e di appartenenza a qualcosa. Berg traccia il suo parallelismo ricalcando la struttura del film di guerra moderno, partendo cioè dall’idilliaca situazione casalinga con la moglie bionda e l’onnipresente figlia piccola, facendo partire i personaggi a bordo di elicotteroni e poi facendoli comunicare con i propri cari attraverso uno skype che non funziona benissimo. Prima ancora che scoppi il disastro è già stabilito il genere cui la storia appartiene, non la cronaca romanzata, ma l’epica della battaglia non cercata. Non stona quindi nemmeno che a fare da protagonista ci sia Mark Wahlberg, l'everyman hollywoodiano il cui fisico più va vicino a quello dei massicci soldati.

In un film il cui scopo ultimo è la celebrazione dell’eroismo, i soldati non possono che essere la metafora finale. Sotto l’asta di una bandiera che sventola dei trivellatori conducono un’ordinaria esistenza eccezionale, nuovi duri comandati da pivelli in camicia e cravatta magenta.
Ma se produttivamente il film è impeccabile (vere fiamme, veri stunt, vere piattaforme e un senso di concretezza del dolore perfetto) è narrativamente che non stupisce mai. Ricostruisce e mette in fila fatti ed emozioni senza nessuna possibilità di leggere nell’accaduto qualcosa di più della retorica, senza nessun piacere per l’azione (che anzi pare una sofferenza) e un vago senso di colpa nel fare spettacolo. Non che Deepwater non abbia nulla da dire, con il suo rigore ermetico e la sua etica da cinema vero, duro, gretto e fatto d’acciaio, è che quel che ha da dire è davvero poco e superficiale.

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