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14.2.17

Chiamami Con il Tuo Nome (Call Me By Your Name, 2017)
di Luca Guadagnino

BERLINALE
PANORAMA
Chiamami Con il Tuo Nome parte da presupposti molto semplici, svolgimenti usuali e luoghi topici del cinema (lo straniero che arriva a smuovere le acque, la natura come compagno panico, l’estate, il coming of age…) ma satura la messa in scena di stimoli sensoriali ad un livello tale che le conseguenze non possono mai essere come ce le aspettiamo.
C’è così tanto sonoro in questo film che a tratti i personaggi devono alzare la voce, le immagini sono così dense e ricche di dettagli da perdersi in ogni goccia di sudore o polpa di pesca, in ogni tuorlo d’uovo che tracima come se fosse la cosa più importante di tutte in quella scena, come se portasse un significato recondito importantissimo solo per noi che guardiamo. E infine c’è quello sforzo disperato, così bello da ammirare in un film, che è il cercare di rendere tatto e odorato, l’impossibile utopia di trasmetterli per sinstesia che in Chiamami Con Il Tuo Nome arriva a vette stordenti.

Unendo il meglio del teen movie estivo alla ricerca pura sul linguaggio, Guadagnino trasforma l’usuale e il prevedibile in totalmente nuovo, il commerciale in autoriale. Sembra la prima volta che vediamo un ragazzo maturare sessualmente in un’estate di vacanza, grazie all’arrivo di un ospite. Sembra la prima volta che assistiamo ad un amore che sboccia potentissimo in un ragazzo e distrugge tutto quello che incontra. Questo film adolescenziale d’autore affronta tutto quello che il cinema più frivolo e godurioso in materia ha saputo raccontare ma con una densità impressionante, così eccitante da cambiare le carte in tavola. La saturazione sensoriale di cui si bea sta nel rumore di fronde mosse dal vento e nei piedi in acqua, nell'afrore dei corpi bagnati che si strusciano ma soprattutto in alcuni stacchi di montaggio di una brutalità tale, così imprevisti ed estranei al classico linguaggio delle immagini che sembrano stonare, quando in realtà stanno creando dissonanze che colpiscono lo spettatore da punti in cui non sapeva di poter essere colpito.

Ha un passo davvero incredibile questo film di più di due ore che, come spesso accade a Guadagnino, sembra sbocciare da una casa, una villa o una serie di interni. Un bagno che collega due stanze è uno dei personaggi più importanti, una cucina vecchio stampo, una soffitta polverosa ma nascosta e un fontanile usato come piscina sembrano essere così determinanti che sembra impossibile pensare siano stati “trovati in loco”, che non fossero già in sceneggiatura (o nel romanzo di partenza).
Sono tutti ambienti tipici del genere di riferimento, luoghi deputati a fughe d’amore, ozio sonnecchioso, assaggi da ricette in corso e risvegli tra federe che hanno già un odore di quiete perduta, eppure in questo film sembrano vivere il loro ruolo migliore. Come fossero attori caratteristi di lungo corso alla prova della vita, questi luoghi qui danno il massimo, interpretando la parte che così bene conoscono come non mai.

Su tutto ovviamente regnano i corpi ma sarebbe forse più giusto dire le pelli. Chiamami Con Il Tuo Nome è felicissimo di avere al centro una famiglia intellettuale, che parla tre lingue se non quattro, estremamente tollerante di tutto eppure non incastrata nei retaggi politici al punto da non vedere cosa li circondi (lo vediamo forse nel momento più naive del film, l’unico che per un attimo abbandona la complessità con cui ogni evento è affrontato e si concede un po’ di superficialità), eppure nonostante il dispiego di libri, titoli, divine commedie e cuori di tenebra, Bach e Liszt, pianoforte e chitarra classica, lo stesso c’è un dominio imperioso di questi corpi maschili e femminili tramutati in oggetti che bramano solo di essere toccati, fosse solo anche da una pesca. E lo desiderano con una potenza che lo schermo sembra non riuscire a contenere, una con cui lo spettatore deve ingaggiare una meravigliosa lotta per non esserne travolto.

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