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14.2.17

Viceroy's House (id., 2017)
di Gurinder Chadha

BERLINALE
COMPETITION
Nel vedere un film indiano (o come in questo caso anglo-indiano) di stampo commerciale, si ha sempre la netta impressione che quella cinematografia sia l’ultima nella quale i film rispondano all’abusata e trita definizione di “macchina dei sogni”, e non degli incubi come l’abbiamo imparato ad intenderla noi a partire dagli anni ‘60 e ‘70.
Viceroy’s House racconta il complicato momento di passaggio all’indipendenza dell’India dal Regno Unito, la maniera in cui invece di un paese unito si sia optato per uno diviso a seconda delle religioni e lo fa con un gusto per i grandi sentimenti accoppiato a quello del resoconto storico classico, quello in cui i potenti sono ritratti nel dilemma di essere parte della grande storia.

A dirigere c’è Gurinder Chadha (di Sognando Beckham) che non nasconde i due concetti chiave del film: “La storia la fanno i vincitori” (lo recita un cartello che compare all’inizio) e che la sua famiglia è stata coinvolta nei massacri e negli esodi sanguinosi che quelle decisioni politiche causarono (lo si vede in chiusura). Tanto basta a giustificare un punto di vista estremamente parziale, che racconta la grande storia, le discussioni tra il vicerè e gli esponenti politici locali, che rappresenta l’intervento di Gandhi e l’ingerenza di Churchill, al pari della piccola storia di alcuni servitori del palazzo vicereale, persone semplici con problemi da romanzo rosa, le cui vite verranno tranciate dalla violenza della Storia.

Il limite principale di questo film estremamente convenzionale, ingenuo come solo il cinema indiano sa essere e proprio per questo forse così tenero, sta proprio nel raccontare una storia per assegnare meriti e colpe, per assolvere e condannare. Ognuno dei grandi uomini di potere (realmente esistiti) che agitano il corso della storia è posizionato tra le fila dei buoni o dei cattivi. Con poco stupore sono i musulmani a fare la figura peggiore, quelli che nella divisione del paese hanno avuto un ruolo non solo più attivo ma anche più rissoso, mentre i personaggi di religione hindu ne escono nettamente meglio. La stessa sorte tocca ai leader, assolto il vicerè e la moglie (angelici, ben intenzionati, tolleranti e quasi provenienti dagli anfratti più illuminati dei nostri anni, implausibilmente stonati e fuori fuoco rispetto a tutto l'establishment britannico che li circonda) mentre condannati implacabilmente sono i fautori della divisione, anche chi lo ha fatto per ragioni di autonomia di un popolo.

E dire che la maniera molto soffusa e sdolcinata in cui la grande Storia investe le piccole vite di personaggi fatti per commuovere (la ragazza dal cuore d'oro, promessa sposa a qualcuno che non ama che sceglie di non stare con il suo vero amore per accudire un padre cieco!), ha il passo migliore, quello del grande fiume popolare e per l'appunto sognante, in cui anche nei momenti più tragici e ferali esiste un sole da qualche parte e il pianto più disperato può essere sciolto da un’inevitabile consolazione. Nel momento migliore Viceroy's House riesce anche a riscrivere il più tragico e commovente passaggio di Il Dottor Zivago all'insegna del trionfo dei sentimenti (almeno quelli).

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