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2.3.17

Falchi (2017)
di Ton D'Angelo

Il finto film di genere è una creazione tutta italiana. È quel film che ha uno spunto, ambientazione, personaggi e look che appartiene ad un precisissimo genere che viene tradito quasi subito per convolare sui più familiari lidi intimisti. Falchi è il perfetto finto film di genere, perché porta queste caratteristiche alle vette più alte.
In ambienti luridi e devastati, rovinati dall’incuria, in strade marginali o su spiagge che non hanno niente di paradisiaco e rilassante, durante giornate che non hanno un briciolo di sole e quindi di speranza ma più che altro in notti di neon, due poliziotti della squadra Falchi (quelli che combattono la criminalità di strada), si struggono di dolori interiori.

La promessa implicita di questo film di Toni D’Angelo, in cui sembra che il location scout e il direttore della fotografia avessero indicazioni diverse dagli altri, tanto sono perfetti gli ambienti e le luci, era di fare un poliziesco spietato, un film che a partire dalla fotografia mantenesse le aspettative di azione e disperazione. Invece è un film con 2-3 scene d’azione pretestuose, inseguimenti girati goffamente in cui risaltano di più gli espedienti per mostrare le controfigure o l’uso di clichè che il ritmo, a coprire quello che invece è il vero interesse del film: i dilemmi dei due poliziotti.

Non c’è un vero e proprio intreccio in Falchi, è la storia speculare di uno dei due poliziotti che si affeziona ad una massaggiatrice cinese e dell’altro che si affeziona ad un cane che dovrebbe addestrare a combattere, questo affezionarsi creerà dei problemi. Ma molto lentamente. Talmente Falchi è a disagio con il proprio statuto che, cosa incredibile, anche due attori solitamente solidissimi come Fortunato Cerlino e Michele Riondino sono totalmente implausibili e fuori luogo. Lo sono proprio dalla prima inquadratura, in cui sembrano una cattiva imitazione dei duri del cinema, perché la maniera in cui sono inquadrati, quella in cui sono posizionati nell’inquadratura, ma anche le loro pose e la relazione con l’ambiente si avvicinano più alla parodia che alla serietà del genere poliziesco.

Al contrario di quel che accade nel vero cinema di genere in Falchi la prima preoccupazione non è raccontare una storia piena di eventi ma raccontare dei personaggi come accade nel cinema drammatico d’autore. Un poliziesco avrebbe raccontato il lavoro dei Falchi e facendo questo, nel migliore dei casi, avrebbe fatto emergere che effetto questo abbia su di loro. Il film di Toni D’Angelo racconta direttamente l’effetto che il lavoro ha sui Falchi, con il minimo di sindacale di azione.
E dire che implicitamente Toni D’Angelo dichiara di avere come modello Milano Calibro 9 (lo si sente in una scena in cui due personaggi guardano la televisione), perfetto esempio di un cinema che era l’apoteosi dell’asciuttezza di serie B, della tensione inesorabile verso la presentazione e poi risoluzione di una trama. Falchi invece è l’esatto contrario, l’intreccio esposto per il pretesto che è e una maldestra forma di cinema drammatico al cuore di tutto.

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