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1.3.17

Omicidio all'Italiana (2017)
di Maccio Capatonda

Inizia con un tocco di comica tenerezza Omicidio all’Italiana, come fosse un film di Jean-Pierre Jeunet senza color correction, con un fattorino che nel recarsi nel paesino remoto di Acitrullo attraversa strade statali, deviazioni, discese sterrate e ogni genere di demenziale passaggio, fino a giungere in tempo per consegnare un computer al sindaco che mostra ai suoi 6 paesani l’arrivo di internet (nella forma primitiva di un modem 56K). Come già Italiano Medio, il secondo film di Maccio Capatonda conferma che quando lo schermo si ingrandisce questo comico che fin dagli esordi ha lavorato sul linguaggio audiovisivo tanto quanto su quello della parola, è capace di concepire una comicità più ampia e completa e quindi più sensata, di quella cui siamo abituati. Maccio è insomma l’unico oggi in Italia ad avere un’idea di umorismo al cinema in cui la scrittura è solo uno dei molti modi di comunicare con lo spettatore.

In questo modo la storia di un sindaco e suo fratello vicesindaco (i fratelli Peluria) che, trovata morta l’abbiente contessa locale, decidono di inscenare un omicidio misterioso per attirare anche nel loro derelitto paesino la televisione (in particolare la nota trasmissione Chi l’acciso), i giornali e quindi il turismo macabro, non è solo la parabola di due cinici bastardi ma la creazione di un universo in cui la regola è l’infamità, in cui gli oggetti, gli ambienti e i luoghi sembrano complottare contro i protagonisti per rendere la loro vita ancora peggiore di quanto già non sia.
In questo cinema comico sanamente misantropo, incattivito con tutto e tutti, non è solo la razza umana a martoriare i protagonisti ma anche tutto ciò che crea gli si rivolta contro, come del resto prefigura il sento locale (San Ceppato). Addirittura anche i loro sogni di un domani migliore (esilarante il mito di Campobasso come paradiso di modernità) sembrano contribuire ad umiliarli.

Con molta più decisione rispetto al primo film, stavolta non ci sono molti giri di parole, Omicidio all’Italiana quel che deve dire lo dice direttamente (“Presto scappiamo, i giornalisti stanno venendo ad arrestarci!”), ha le idee chiarissime su cosa intenda criticare e non ne fa mistero. La perversione del macabro, scatenata dai media e ben accolta da un’umanità ignobile, è un magma mostruoso che coinvolge tutti, un altro dei molti modi di esporre quanto poco ci sia da ammirare nella razza umana.
Forse però proprio quest’approccio così diretto, a tratti quasi didascalico, lascia l’impressione che Italiano Medio avesse una marcia in più. Nonostante Omicidio all’Italiana rimanga uno dei migliori film comici dell’anno (non solo italiani), è difficile negare che Maccio Capatonda riesca ad essere più diretto e chiaro nei propri intenti quando non li esprime a parole ma con il contesto o il linguaggio delle sue immagini così originali, dense e sempre in equilibrio tra sofisticazione e naturalismo.

E tra le molte componenti di originalità di Maccio Capatonda proprio questa, la capacità di creare un ambiente unico e un tono diverso da ogni altro che eccede in misantropia e lavora su ogni anfratto del frame come fosse un gigantesco plastico, è quella che crea la magia di Maccio Capatonda, quella capacità tutta sua di dare un senso anche a ciò che un senso non l’ha più. Al pari di trovate sofisticate in Omicidio All’Italiana sono presenti anche gag più note ma che nel mondo di Maccio ritrovano la forza della prima volta, come se nessuno avesse mai davvero compreso come andassero trattate perché siano divertenti. È il caso dei cinesi che parlano in dialetto (un classico dei film di Natale che qui non è solo esposto ma “sfruttato” e diventa esilarante), oppure il viaggio finale a Campobasso nel luogo meno originale e unico che possa esserci (un centro commerciale) visto come fossero gli Champs-Élysées di Parigi.

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