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28.4.17

The Circle (id., 2017)
di James Ponsoldt

Alle volte anche un film un po’ scemotto nel suo svolgimento come è The Circle può essere attraversato dagli stimoli più suggestivi, cioè può farsi portatore delle idee più potenti che ci siano, quelle che leggono la realtà attraverso la lente di un genere cinematografico e nel farlo ne danno un’interpretazione. Qui è ovviamente la fantascienza distopica la maniera in cui Eggers (alla scrittura) e Ponsoldt (alla regia) mettono in scena i mutamenti che le grandi compagnie tecnologiche stiano mutando il discorso sociale intorno alla tecnologia, anzi alle loro tecnologie. The Circle è in buona sostanza un film sulla cultura da internet corporation, sulle grandi personalità dell’imprenditoria digitale e la maniera in cui usino un idealismo di moda per mascherare quella che è un’altra ideologia. A differenza di quelli che abbiamo già visto sulla materia è però il primo a lavorare su una storia fasulla invece che su personaggi reali. In quanto tale si permette il lusso di un intreccio migliore.

The Circle è una compagnia che ha l’etica di Google, un padrone-guru come Apple e sviluppa una tecnologia social con ramificazioni in tanti ambiti diversi come Facebook. Emma Watson è una ragazza insoddisfatta dal proprio lavoro che riesce ad accedere ad un colloquio di lavoro con loro, evento già di per sé ambitissimo, sarà presa e entrerà nell’immensa famiglia di The Circle da una posizione bassa. A farci sentire l’odore di distopia da subito sono una sede fantastica piena di verde e pulizia e un capo carismatico (interpretato con gran scelta di casting dal sempre affabile Tom Hanks) che tiene piccoli keynote idealisti ogni settimana, momenti in cui comunica ai suoi impiegati come le tecnologie che stanno sviluppando possono avere applicazioni idealiste e cambiare il mondo.
Ma l’espediente più raffinato è il lessico che si usa dentro The Circle, quello con cui parlano gli impiegati. È una lingua che somiglia a quella con cui i social network o i servizi online parlano a noi, quella della comunicazione aziendale da internet company, e messa in bocca a persone cordiali in un ambiente sofisticato rimanda subito al lavaggio del cervello. Lo riconosciamo come reale ma nel film è un elemento distopico. Esattamente il lavoro della fantascienza.

Accadrà che Emma Watson nell’aderire ad un progetto di The Circle di “totale trasparenza”, per il quale tutte le sue mail diventano pubbliche e indossa una videocamera accesa costantemente, diventerà un personaggio mediatico e, a sorpresa, uno che funziona molto. Come in Hunger Games in questo film ambientato oggi che gradualmente diventa di fantascienza, entra a gamba tesa l’idea che ci siano dei corpi, dei volti e delle persone (specie se donne) che interessano il pubblico, che attirano lo sguardo e le teste, e questo crea infiniti problemi e avidità. La rappresentazione di sé è come l’oro, crea bramosia e c’è sempre un’istituzione che vuole usare quel corpo. La maniera meno banale di riflettere sull’era della rappresentazione di sé in cui essere “veri” e trasparenti è un falso valore.
Emma Watson è convocata dai capi, la vogliono come volto, è il nuovo guru, deve veicolare lei quell’idealismo, quelle idee fantastiche su come cambiare il mondo tramite tecnologie che fanno cose fantastiche che però sembrano terribili (videocamere minuscole nascoste ovunque e sempre attive che riprendono tutto e tutti, così che gli attivisti possano lavorare meglio contro le dittature).

In mezzo alla storia poi entrerà il pentito, uno degli ideatori del software originale che si è tirato fuori da tutto una volta capito l’andazzo (John Boyega che sembra imitare Denzel Washington) e in più il finale non sarà necessariamente il più prevedibile, nonostante in mezzo The Circle faccia l’uso più banale di ottime idee. Il modello qui è palesemente Black Mirror, quel modo di mettere in scena l’uso e poi l’abuso paradossale di una tecnologia che riconosciamo benché un po’ più avanzata delle nostre, tuttavia The Circle ha di autonomo un certo livore nei confronti di questo idealismo di facciata, cioè dei buoni propositi per veicolare tecnologie che in realtà fanno altro, che è contagioso oltre che la parte più originale di un film di cui non si può non pensare che la parte migliore sia il romanzo da cui è tratto.

1 commento:

roscom2 ha detto...

Condivido a pieno.


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