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8.2.18

The Party (id., 2018)
di Sally Potter

Nulla è più in primo piano in The Party dell’atteggiamento snob e vetero-borghese di Sally Potter. Nella sua commedia sulle ipocrisie e falsità della classe medio-alta, le sue fisse e la girandola di bugie, tradimenti e svelamenti che un evento tragico scatena, ad emergere realmente è il piacere fuori dal tempo che Sally Potter prova (e i suoi attori condividono con gioia) nel criticare l’altissima borghesia intellettuale da un punto di vista che non si comprende come possa essergli esterno. A tutti gli effetti, il personaggio della regista di una commedia in bianco e nero piena di grandi attori che fa la satira della classe dirigente su un impianto quasi teatrale, poteva stare in The Party e anzi sarebbe stato il più trito della compagnia.

Non che lo avrebbe migliorato, solo un miracolo poteva.
Questo film che proviene dal passato del cinema senza l’allure e la forza dei classici ma con anzi l’impeto retroguardista del cinema che non si è aggiornato e intende metodicamente trascurare l’evoluzione del linguaggio (per non dire della società) a favore della riproposizione di ciò che una volta andava bene, è un disastro fin dall’inizio, fin dall’impostazione di una storia raccontata per scandalizzare senza saper proporre uno scandalo.
Una donna che è appena diventata ministro del governo inglese ha ospiti a cena, ci sarà una vecchia amica lesbica con la sua giovane compagna incinta, un broker cocainomane armato per motivi che si scopriranno, un’amica critica con tutti assieme al marito svampito intriso di idee new age e infine c’è il suo di marito, un intellettuale realizzato che però ha appena scoperto di avere un cancro mortale che gli lascia pochi mesi di vita.

Non ci sono né Bunuel né Polanski nel mirino di Sally Potter ma i loro esempi deteriori che ambiscono al medesimo fine con un quarto dello stile, che in questo caso fa rima con complessità. Sally Potter in The Party dimostra di non padroneggiare nessuna delle tecniche e delle delicatezze necessarie per dirigere un film dalla chiara impostazione teatrale che si fonda su un massacro tra personaggi che non riesce nemmeno ad essere davvero letale. Non ha il sadismo di Haneke, non ha le idee fulminanti che danno vivacità alla trama e non ha l’ironia di Polanski. È anzi impressionante quanto questa commedia non riesca mai a far ridere con un gruppo di attori di incredibile bravura (da Kristin Scott Thomas a Bruno Ganz passando per Cillian Murphy e Timothy Spall non ce n’è uno che non sia in grado di servire una battuta col tempo giusto) a cui vengono affidate delle macchiette lontane dalla modernità, che sembrano uscire alle volte dalla società degli anni ‘80, alle volte da quella degli anni ‘70, per fare di ogni carattere una facile vittima.
Per spettatori desiderosi di pappe scodellate.
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