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20.5.18

Burning (id., 2018)
di Lee Chang-dong

CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Ci sono almeno 20 minuti all’inizio di questo film che sembrano presi dal miglior cinema di Hong Kong degli anni ‘90, quello delle parabole umane e sentimentali urbanissime di Zhang Yimou o Wong Kar-wai. Sono un pugno di scene interpretate con una vitalità che poi non si troverà nel resto del film e che catturano per la naturalezza e per la maniera in cui Lee Chang-dong sembri sapere perfettamente chi guardare e come scrivere i personaggi. In mezzo alla strada una ragazza immagine che attira passanti con patetici balletti e una riffa, ha puntato un ragazzo trasandato e dall’aria non sveglissima (in realtà è scrittore e la sua vaghezza nasconde uno spirito d’osservazione). Lo guarda, lo attira, gli parla con una scusa e salta fuori che si conoscevano da piccoli (lei lo ricordava e come!). Lo desidera, di più: lo vuole. E inesorabilmente di lì a poco lo avrà.

Jeon Jong-seo recita la parte della ragazza con una serie di sguardi, una concretezza ma anche una latente voglia di superficiale divertimento e nessun’ombra di girl power che sono pazzesche. Puro edonismo giovanile, libertà e nessun sentimento, solo desiderio immediato. In questo film tratto da un romanzo di Murakami sarà il momento di cinema più concreto. Andando avanti infatti Burning lascia emergere sempre di più la sua natura romanzesca. Del libro ha proprio l’intreccio, i dialoghi e la maniera in cui sono disegnati i personaggi. Inevitabilmente tutto ciò lo frena.

La storia infatti prende i due amanti in un triangolo nel quale entra un ricco ragazzo che non ha niente da fare tutto il giorno e brucia capannoni per hobby. C’è una sparizione, qualche indagine non proprio raffinata e un finale inevitabile per un triangolo sentimentale così sporcato svogliatamente di note noir. Ma in realtà i momenti migliori rimangono quelli in cui Lee Chang-dong riesce a lavorare così bene sulla narrazione audiovisiva che si ha la netta impressione di avere un filo diretto con i pensieri dei personaggi. Anche quando Burning si infila nei pantani più melmosi l’interesse rimane sveglissimo.

Molto spesso si ha infatti l’impressione che la fattura di quest'opera così lontana da Oasis o Poetry sia superiore alle intenzioni e al pensiero dietro al racconto. La classe agiata coreana fatta di mostri, l’onestà di un ragazzo di campagna con aspirazioni intellettuali e la vacuità di chi si trova in mezzo non sono proprio il massimo. Semmai il massimo è come aderiamo al punto di vista dell’aspirante romanziere, catapultato in luoghi, case e posti in cui non è mai stato e che esplora con la curiosità dell’entomologo. Ogni cosa vede, ogni cassetto apre, ogni espressione che coglie sul volto altrui ci dicono qualcosa di molto chiaro, la stessa che pensa lui. Così non ci sarà mai bisogno di esprimere a parole i suoi pensieri, perché sono anche i nostri.
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