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22.8.18

Crazy Rich (Crazy Rich Asians, 2018)
di John M. Chu

La ricchezza ereditata è una forma di rivincita sociale e culturale. Con questo paradosso parte Crazy Rich, con un prologo ambientato nel passato in cui una famiglia indonesiana ricca è vittima di razzismo in Inghilterra ma riesce a ribaltare la situazione proprio per la sua ricchezza sfrenata. L’Asia non è più quella di una volta.
Suona bene come inizio di una produzione sinoamericana di altissimo profilo che con capitali in parte americani (il primo film negli ultimi 25 anni di uno studio hollywoodiano con protagonisti tutti asiatici) gioca nel suo terreno di gioco, cioè la commedia romantica sofisticata, senza complessi d’inferiorità anzi rilanciando quei temi non dimenticando le proprie origini.

Il cinema cinese è ricco, può comprarsi quello americano che lo ha sempre schifato (non importando i suoi film ma al massimo rifacendoli) e giocare nel suo campo da gioco, quello delle commedie classiche degli anni ‘60, dall’ironia molto soft e lo stile esibito, contesti miliardari da sogno e attenzione alla coolness dei protagonisti. Non sbaglia insomma nulla Crazy Rich a livello produttivo, sfrutta un canovaccio vecchio come il mondo e inventa pochissimo a livello di trama. E la sorpresa è che non sbaglia nulla nemmeno nella scrittura e nella regia, perché quella storia (tratta dal bestseller Crazy Rich Asians) la racconta con un gran ritmo e una capacità rara per acume e intelligenza di interpretare il genere e le sue figure tipiche.

Addirittura dopo una prima parte estremamente convenzionale che si crogiola nello svelamento del livello assurdo di ricchezza del fidanzato della protagonista (che con lui viaggia verso Singapore senza sapere niente delle sue sostanze), Crazy Rich si concede anche stoccate esilaranti come il padre della famiglia neo-ricca che a tavola rimprovera i figli inappetenti dicendogli: “Finisci il tuo pollo! Non sai che ci sono bambini che muoiono di fame in America!?”.
Il grande stereotipo che il film combatte infatti è quello dell’Asia come paese dalla ricchezza recente. In questa commedia impeccabile la ricchezza è radicata, profonda, è un benessere pieno di tradizione, sofisticato e rispettoso per quanto chiuso. Un mondo quasi nobiliare in cui gli unici ad aver mantenuto i veri valori popolari sono gli arricchiti, i burini dal denaro sonante ma il cuore ancora grosso e grossolano, miliardari mai accettati dai veri alti ranghi al pari della protagonista. Perché, come il mondo altolocato occidentale, anche quello orientale racconta se stesso come una dimensione tribale, che si nutre di se stessa e respinge intrusioni e contaminazioni dall’esterno.

E più avanza Crazy Rich più decolla. Invece di affogare nel solito brodo come la maggior parte delle commedie romantiche, lo insaporisce con un conflitto da western. Invece di cercare la soluzione frettolosa scatena una guerra non da poco, tutta interna ad una società matronale in cui gli uomini letteralmente non esistono, non si vedono e sono solo nominati (ma nemmeno troppo).
La protagonista dovrà superare la diffidenza e l’opposizione di madri, nonne e amiche per poter stare con il suo amato (e opulento) fidanzato, in uno scontro che ha il suo acmè, ovviamente, in un matrimonio, uno dei più originali tra quelli visti al cinema (l’equivalente delle scene d’azione del cinema di Hong Kong: molto più avanti degli standard hollywoodiani quanto ad inventiva e realizzazione), momento di gran tensione in cui si svelano di colpo alleanze e tradimenti, aprendo la strada al grande showdown finale contro Michelle Yeoh (immensa artista marziale e ora grande attrice navigata) al tavolo da Mahjong, il gioco tradizionale che si tramanda di madre in figlia.
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