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9.9.18

Tramonto (Sunset, 2018)
di Laszlo Nemes

Al secondo film è chiaro che Laszlo Nemes ha uno stile preciso, Il Figlio di Saul non era un esperimento ma l’annuncio di un modo di fare cinema, uno che segue i personaggi da vicinissimo lasciando quanto più è possibile lo sfondo fuori dall’immagine o al massimo sfocato dietro. Semmai è il sonoro a raccontare l’ambiente e ciò che avviene tutto intorno ai personaggi. Estremizzazione del pedinamento moderno con camera a mano (lo stile fondato dai Dardenne a fine anni ‘90 e tracimato nei 2000 in tutto il cinema da festival), Nemes tende sempre e comunque verso la tensione. Se Il Figlio di Saul era il viaggio nell’odissea di un ebreo, completamente impazzito, in un campo di concentramento quasi in dismissione in cui ci sono poche regole e tutti paiono in fuga, Tramonto è la storia di una mente lucida alla ricerca di qualcosa in un mondo in naufragio.

Siamo Budapest all’apice dell’impero austrungarico, abiti raffinati, cosmopolitismo e tante etnie e lingue diverse che rendono la città una polveriera. Gli attacchi terroristici sono all’ordine del giorno e la protagonista viene da una famiglia decaduta in un misterioso incendio. Lavora in una cappelliera in cui le donne sono in continua competizione e nella quale il capo ha un debole per lei. Frequenta feste altolocate e bassifondi perché è in contatto anche con la rete dei terroristi, non capiamo come o perché ma di mezzo c’è anche un fratello che non trova. La confusione è la cifra del film, è confusa lei e siamo confusi noi, cerca di orientarsi e noi con lei mentre il mondo sembra composto da deviati che pensano solo a sé e parlano sussurrando come nei film di Lynch. Ogni qualvolta qualcuno sta per spiegare qualcosa, il film lo interrompe con un evento che cattura l’attenzione di tutti. Nemes ha un modo tutto suo di affrontare l’arte di rilasciare gradualmente le informazioni riguardo la trama.

Come un’eterna scena in pianosequenza di I Figli Degli Uomini, solo più ossessiva, più malata e meno chiara, Tramonto non è un film per molti ma è anche cinema d’autore fondato sulla ricerca della tensione tramite le inquadrature e il sonoro, cioè poggiato nella tecnica. Il tramonto del titolo è quella della civiltà forse, degli ideali, dell’impero austrungarico o della famiglia della protagonista, di certo il vortice in cui è presa, fatto di personaggi viscidi, ambigui, violenti, di donne che si accusano di essere “contadinotte” di continuo e predatori viscidi, vale il viaggio.

Probabilmente Il Figlio di Saul era un film più compatto, più piccolo e più deciso, però la violenza tra donne che si intuisce negli occhi iniettati delle colleghe che capiscono di essere state superate, i continui eventi violenti nello sfondo, la capacità di tirare in ballo tantissimi personaggi tratteggiandoli bene con pochissimi elementi e infine la noncuranza di tutti, mettono in scena un mondo allo sfascio fatto di grandi interni, ambizioni, dell’imperatore in persona che viene in visita e di grande feste. Davvero è difficile non vedere in questo caos e in questo clima imprevedibile di costante rischio l’Europa contemporanea, in cui politicamente tutto può accadere e gli attentati sono una realtà con cui convivere.
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