Come se Indivisibili fosse stata una prova generale adesso Il Vizio della Speranza riprende e migliora le storie di quel mondo ai margini da tutto, evidentemente campano ma mescolato all’Africa, ai culti misterici e ad una marginalità che non ha eguali nel nostro paese. Cinema e tv da Gomorra in poi sono innamorati dei dintorni di Napoli che ci vengono mostrati come luoghi fuori dal mondo, universi a parte con le loro regole (e per questo affascinano perché sono il nostro west) ma quello che Edoardo De Angelis mette in scena qui è un passo più in là del consueto: è la Louisiana.
Al contrario di Indivisibili (che certamente aveva potenzialità superiori a questo film, una sceneggiatura pazzesca e purtroppo una messa in scena, indecisa, titubante e incapace di sfruttarne i punti di forza) qui De Angelis non si risparmia, non fa compromessi e sposa quel mondo fino in fondo. Stavolta la colonna sonora, gli attori e gli spostamenti sono tutti in linea, dipingono un universo coerente di pioggia e palude, rifiuti di plastica e legno accatastati, reti di metallo e un freddo umido che esce dallo schermo ed è più importante e decisivo di qualsiasi battuta. Enzo Avitabile fa un lavoro degno del suo nome creando una colonna sonora tanto afronapoletana quanto i personaggi, immigrati di prima e seconda generazione che conducono affari lerci sotto l’egida della Napoli tradizionale e di una donna che tutto controlla. Si vendono clandestinamente neonati portati in grembo da donne sfruttate e c’è da controllare che nessuna gestante fugga. Capiterà però che proprio questo secondino di palude, che si muove con una barchetta a motore lungo canali orrendi, rimanga incinta e non voglia né abortire né dare via il suo bambino. Fuggirà.
Seguiamo tutto dal terzo mese in poi, scandito con il numero di settimane di gestazione e, come nel cinema italiano più tradizionale che sposa il cinema d’autore più moderno, la fuga è una maniera per guardare questo mondo, per esplorarlo tutto a mano a mano che la protagonista si muove in questa Louisiana che poi è Castel Volturno.
Ogni ruolo tradizionalmente affidato agli uomini è in realtà interpretato da una donna e viceversa. È donna il boss della mafia, sono donne quelle che fanno il lavoro sporco e picchiano per conto suo, ed è uomo la parte sentimentale, dolce e tenera della storia. E siccome i ruoli sono invertiti anche le dinamiche sono diverse, meno violente e spietate di quelle cui siamo abituati ma non per questo gentili e tolleranti, non per questo più sane. Anzi.
Il Vizio Della Speranza parte dall’idea che la speranza sia un male da cui, per una deformazione non sappiamo staccarci e infatti la protagonista nonostante le abbiano detto che per traumi subiti quasi sicuramente morirà nel dare alla luce il bambino, non si arrende, lo vuole. E non ha bisogno di dirlo. Ha un grugno fisso, faccia cattiva, espressioni dure e parole pochissime (preferibilmente nessuna). Che lo vuole lo capiamo perché scappa o perché guarda da un’altra parte quando le parlano. Reazioni da cinema virile.
E se il suo viaggio non è il massimo e la conclusione sarà un po’ scaldacuore (obiettivamente si poteva fare di più con gli incontri e gli intrecci), è quel mondo e quella maniera di filmarlo a vincere, con le percussioni di Avitabile che accompagnano la barca come bassi costanti, con le baracche cajun in cui vivono africane con figlie storpie e mentalità da pappone, con un parco giochi in disuso e la brace sotto la pioggerellina che sembra non finire mai.
Esista o non esista questa realtà De Angelis l’ha costruita per lo schermo e l’ha resa più che reale: l’ha resa cinematografica. Le ha dato profondità di pensiero e riferimenti iconografici, ha trovato lì la Louisiana e con quest’associazione tra luoghi lontani ha detto qualcosa che a parole non si può ridurre ma ad esperirla sullo schermo è chiarissima.
In tutto questo, una volta tanto, quel che accade è secondario.
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