Nei film di Nuri Bilge Ceylan anche i refoli di vento sembrano ubbidire alle sue indicazioni di regia, sembrano avere il loro posto studiatissimo nella scena e lavorare di concerto con il direttore della fotografia e gli attori per creare momenti perfetti.
Non a caso in L’Albero Dei Frutti Selvatici uno di questi momenti si presenta proprio mentre il protagonista è sotto le fronde di un albero di pere (selvatico) in mezzo alla campagna, sta lì a vivere un attimo sospeso quasi felliniano in cui incontra una ragazza, che probabilmente conosceva da tempo e che dopo scopriremo sta per sposarsi per interesse. Nell’aria c’è tutto quello che non si dicono e che non si tratti di uno dei molti sogni che popolano il film lo conferma il fatto che per il resto della storia porterà sul labbro una cicatrice di quel momento. Non lo dice nessuno ma lo capiscono tutti, quella è la vita che non vivrà.
Aspirante scrittore con libro da fare, pendolare tra grande città e provincia dove vive con i genitori, e soprattutto con un padre maestro elementare e giocatore compulsivo fino alla rovina, il protagonista non menzionerà più quell’evento iniziale ma la cicatrice sul labbro lo terrà sempre nella testa degli spettatori mentre attraversa un periodo intellettualmente turbolento, diviso tra l’odio per la provincia, l’indecisione su cosa fare e un rapporto complicato con il padre. Non è simpatico, non è conciliante, è pieno di sogni intellettuali e afflitto da una realtà che è l’opposto.
Non tutto L’Albero Dei Frutti Selvatici è al medesimo livello e tra un grande inizio e un finale (quello sì davvero felliniano e riuscitissimo) c’è una parte centrale più immobile, in cui le caratteristiche migliori di questo cineasta fenomenale latitano.
In ogni film di Ceylan infatti il pubblico è sempre conscio di quale sia la situazione atmosferica, se ci sia il sole, il vento, le nuvole o la pioggia, anche quando si tratta di scene d’interno. Perché per lui non esiste atmosfera di una scena senza che il meteo possa influire. Nei suoi momenti migliori è una caratteristica che incastra i personaggi nel pianeta, li rende parte di un tutto più grande, come se ogni azione fosse anche influenzata da quel che accade intorno. Nei peggiori è uno sfondo.
Come C’Era Una Volta In Anatolia anche questo film è costituito da una lunga serie di interazioni che, dialogo dopo dialogo, sogno dopo sogno, portano il protagonista ad una sintesi strana e piena di senso di colpa, riguardo il rapporto con un padre che pare lontano, è malato di una male che gli altri disprezzano (il gioco) e incapace di capire o apprezzare il figlio. Un senso di colpa che alla fine, nel pozzo, prende la forma di un’immagine funerea pazzesca che davvero vale tutta la visione del film.
Tutto in L’Albero Dei Frutti Selvatici vive grazie a queste piccole fiammate (il dialogo con lo scrittore affermato ne è un altro esempio) e non riesce ad appassionare per tutta la sua ingiustificata durata.
Tuttavia nonostante questo è inevitabile lasciare il film consci che lamentarsi per i difetti di un’opera che sa essere così densa, penetrante e “vasta” nelle sue ambizioni è un controsenso. Avercene.
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