Per entrare nell’universo cinematografico Marvel dalla porta della Sony (quella da cui entrano tutti i personaggi del mondo di Spider-man), Venom si è dovuto civilizzare. La versione per il cinema attenua tutte le componenti vittimiste, populiste, eversive e deprecabili di Eddie Brock (la parte umana) e dà al simbionte (la parte aliena) un’accennata backstory da sfigato con l’occasione, sulla Terra, di essere potente.
Qui Eddie Brock è sempre un giornalista cacciato da una grande testata ma non per i suoi modi irregolari e i suoi errori, quanto perché ha pestato i piedi ad un potente, avendo ragione. È fico e non sbandato, è sensato e ragionevole, non pericoloso ancor prima che gli vengano conferiti poteri immensi. La logica di Venom nei fumetti era di spaventare perché il massimo del potere veniva dato alla persona peggiore. Qui no.
Annullata una delle due componenti di fascino del personaggio rimane l’altra, la dualità. Su quest’elemento si gioca tutto il film, il fatto che ci siano due teste che collaborano e litigano nella stessa persona, che Venom sia un personaggio frutto di due individualità che uniscono le forze per intenti comuni. Purtroppo, per esigenze di brevità questo avviene con una rapidità che gli sottrae senso e fascino. A tratti il duetto somiglia ad un buddy movie e quasi sembra di capire come il film potrebbe anche funzionare. Ma non è solo questo il suo problema.
Venom è forse il primo film con bollino Marvel Studios ad essere pensato per somigliare a tutti gli altri. Quella che racconta è smaccatamente una origin story, non mascherata da nulla, denudata per quello che è. Sembra il manuale delle origin story e lo stesso non è eseguita bene. Prima il prologo senza poteri in cui si incontra per la prima volta il villain, poi l’incontro che cambia la vita, le prime difficoltà e poi ancora la scena in cui esplodono le potenzialità in un trionfo d’azione in cui testare i poteri (per farli anche capire al pubblico) e infine lo scontro con la nemesi che si è creata nel frattempo: qualcuno di uguale ma di segno opposto. Anche il tradizionale umorismo Marvel qui fatica ad avere un senso, molto mal temperato con il tono cupo che il film ha inizialmente.
Quello che doveva essere l’antieroe Marvel è rapidamente ricondotto nel recinto dei buoni, e anche la sua caratteristica che poteva sembrare più controversa (mangia le persone staccandogli la testa) è nascosta, mostrata senza guardare. Come un film che cercasse il divieto ai minori di 17 anni ma all’ultimo distogliesse lo sguardo incapace di sostenerlo.
Ruben Fleischer si dimostra la scelta sbagliata, così ordinario e timoroso da non avere la forza per reggere il peso di un film di questo tipo, in cui è necessario conoscere a menadito le strutture base per tradirle con classe, in cui il protagonista non può essere desiderabile perchè fa cose fiche e dice cose da duro, ma semmai perché in maniera più complicata costruisce una personalità desiderabile.
C’era molta attesa per Tom Hardy, uno degli attori migliori della sua generazione, in un ruolo di questo tipo, ma in tutto questo disastro anche le sue minuzie, i suoi dettagli e la maniera in cui dà al personaggio una camminata diversa ogni volta, un’espressione diversa in ogni fase della sua storia risulta inutile, lavoro e talento sprecati.
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