Sempre di più il cinema americano è interessato alle “storie della frontiera con il Messico”, più la politica statunitense sembra sfruttare quel luogo come una terra di propaganda, più queste storie non sono più di interesse solo per il cinema messicano (Babel e Biutiful furono due esempi) ma anche per quello hollywoodiano. Non è solo una questione di lotta alla droga (come era Traffic, sempre con Del Toro) ma proprio di mettere in scena un’umanità che può esistere solo lì, che campa sulla politica di confine e sui suoi conflitti, chi contrabbanda umani come chi è richiesto per combattere il crimine, chi è capace di esistere da un lato e dall’altro del confine e di attraversarlo senza morire (ma andandoci vicino). Il mondo del confine.
In questa terra conflittuale dove pare esistere solo la violenza prosperano individui come Alejandro e Matt, due militari o paramilitari, due che non esistono per il governo americano ma che lo stesso da questo sono contattati per il lavoro sporco che non deve essere compiuto ufficialmente. Uccidono senza regole, scatenano guerre e mettono fazioni l’una contro l’altra. Ora l’idea per assestare un colpo al conflitto di frontiera è rapire la figlia di uno dei boss della droga e far sembrare che a farlo sia stata la gang rivale. La mente è Matt, il braccio è Alejandro. Tutto sembra andare bene fino a che non vengono scoperti, divisi e braccati. Esattamente come se quel deserto fosse l’Afghanistan o una versione secca del Vietnam, luoghi in cui rimanere soli equivale a morire.
La versione di Sollima del mondo di Taylor Sheridan che per primo Villeneuve aveva portato sullo schermo è molto più moderna e asciutta. Senza la fotografia di Deakins non c’è nessuna carica nelle immagini se non quella dell’azione e del racconto. Del Toro e Brolin sono decisamente più in forma della volta precedente e ogni scrupolo morale è perduto. Senza un personaggio portatore di un punto di vista umano come era quello di Emily Blunt rimane la loro disumana determinazione. In questa landa in cui l’orizzonte sempre presente ricorda la vastità americana non c’è bisogno di parole. Soldado è un film in cui si parla pochissimo e proprio grazie a Sollima non ce n’è alcun bisogno.
La storia è organizzata attorno ad una serie di lunghe scene d’azione, fondata sulla guerra personale e non di questi due uomini e la maniera in cui la conducono. Soprattutto dilata il ritmo come fa il cinema di genere (guerra, azione, thriller) moderno. Non incalzante ma compassato Con la collaborazione di uno dei migliori scrittori di neo-western del momento, Sollima può confezionare una storia dalla durezza giustezza che a quella consistenza appaia una caratterizzazione dei personaggi efficace e dai tratti essenziali. La rapita, Isabel, è un gioiello di cattiveria. Figlia di boss criminali che va in una scuola privata, è tignosa e intelligente, sveglissima e senza paura. Questione di recitazione, questione di scene incisive (il dialogo sordomuto) e di ambienti (quella scuola privata in cui si fa giustizia da sola).
Si può rimanere stupiti per il rigore con cui le molte sparatorie o i molti assalti sono condotti, perché c’è in questo film un controllo anche nella furia che è la vera cifra del cinema americano migliore e che Sollima padroneggia come se non avesse mai fatto altro.
Come i western più classici, quelli che non vogliono essere capolavori ma solo buoni film per uomini, anche questo non ha nessuna vetta clamorosa, non ambisce ad essere il film definitivo ma una storia come tante altre ne possono esistere in quei luoghi. Sembra iniziare come se ci fosse stato qualcosa prima (Matt stava in Africa) e finire con altro da raccontare, senza sembrare un capitolo di un franchise che di fatto non è. E del resto non ne ha bisogno, il contrasto tra l’eccezionalità degli eventi e l’ordinarietà con cui sono vissuti, anche grazie al ritmo controllato, di fatto danno a Soldado un senso e una personalità unici con i quali crea una realtà allucinante tutta sua.
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