Ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura della sezione Un certain regard di Cannes eppure (nonostante sia molto ben scritto) la forza di Sofia sta tutta nelle immagini e nei dettagli di casting, costumi e recitazione. Opera prima di un vero talento, Meryem Benm'Barek-Aloïsi, 35enne marocchina di formazione francofona, Sofia racconta di un mondo in cui la legge la fanno gli uomini e in cui le donne trovano altri modi per comandare, decidere e controllare il proprio destino anche se nessuno le considera.
Che Meryem Benm'Barek-Aloïsi sia un vero talento è evidente innanzitutto dal fatto che in Sofia non ci sia nemmeno un’inquadratura in più del necessario. Nemmeno quelle introduttive! Il film infatti parte a bomba con una scena in cui vediamo una famiglia dal buon tenore di vita che festeggia a tavola un accordo con un’altra persona: faranno un’azienda agricola, un gran business, tutti sono felici. Intanto in cucina Sofia, la figlia dei padroni di casa, non sta benissimo, la cugina che è medico le controlla la pancia, capisce gli stimoli e deduce che non solo è incinta ma che sta partorendo adesso, lei nega, i pantaloni si macchiano, le si sono rotte le acque. Le loro facce dicono tutto: è una tragedia vera. Un cartello all’inizio ci ha avvertito che per la legge marocchina il sesso fuori dal matrimonio è punito con un anno di carcere (per entrambi i coinvolti). La situazione è già incredibile ma a fare la differenza sono i dettagli visivi.
Sofia non somiglia alla propria famiglia: benestanti, ben vestiti, espressioni sagaci, grande parlantina, lineamente nobili. Lei invece è più tozza (complice la gravidanza) non è bella come la madre, la zia e la cugina, ha un’espressione di chi capisce poco e poco è capace di prendere le redini della propria vita. Lei sembra la donna di servizio di casa sua e forse non a caso ci viene presentata in cucina. La cugina, ben più sveglia, troverà come portarla fuori casa con una scusa ma gli ospedali non ricoverano donne incinta senza marito. Inizia un’Odissea lunga e appassionante raccontata nel tempo minimo senza sprecare nemmeno un minuto. Quella di Sofia non è una storia in cui la nuova vita non è come spesso capita il frutto dell’amore che scardina la legge, non è una forma di affermazione personale ma l’atto di noncuranza di qualcuno fuori da tutto, il sassolino nell’ingranaggio.
C’è quindi in Sofia il mondo della famiglia altoborghese, preoccupato di non vedere rovinata la reputazione ora che sta per partire il grande affare, e quello di Sofia che pare una reietta già da prima di rimanere incinta. Nessuno lo dice questo ma è sempre più evidente da come si muove e come si abbiglia o trucca, da come non sa mediare con furbizia come la cugina o come l’astuta madre (popolana) dell’uomo che l’ha messa incinta (un altro che non viene presentato proprio come una cima).
Attraverso di loro emerge un Marocco che, raccontato Meryem Benm'Barek-Aloïsi, sembra un luogo in cui la legge la fanno gli uomini e la mancanza di parità di diritto crea un universo clandestino: quello delle donne. Come la mancanza dello stato genera il crimine organizzato qui la mancanza di parità è un vuoto in cui si inseriscono le donne, creando un proprio mondo di regole, decisioni, inganni e trame. Escluse dai processi decisionali ufficiali sono lo stesso loro a risolvere tutto mentre gli uomini sono ebeti, muti, fuori da tutto. Sofia, quel brutto anatroccolo, un po’ vigliacco e per nulla scaltro, è solo la carta matta che serve a Meryem Benm'Barek-Aloïsi, che è cinica come le vere registe e non pare troppo attaccata alla sua protagonista, per mostrarci quest’universo.
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