Sulla linea di confine tra film italiano e film americano si muove L’uomo Del Labirinto. Un thriller all’italiana con richiami ed echi da cinema americano, con un passo operistico molto espressionista come il cinema di genere italiano ma con personaggi all’americana, con dettagli e oggetti di scena italiani ma anche con una pizza americana con il salame tondo sopra, con la pavidità italiana nel ritrarre il male ma la prosopopea retorica del cinema americano nel condannarlo. Invece che mescolare e pescare il meglio di questi due mondi (come faceva Lo chiamavano Jeeg Robot, come faceva Sergio Leone, come fa Matteo Rovere quando è più in forma, come faceva Dario Argento) riesce a finire nelle trappole e nei guai posti da entrambi quei mondi.
Con un buon lavoro sugli interni e uno pessimo sugli esterni, con una computer grafica davvero davvero da vergognarsi e non distribuire il film (tanti sono i problemi ma i trasparenti in macchina in alcuni momenti fanno sanguinare gli occhi), L’Uomo Del Labirinto ha pochissima cognizione di quel che fa ma una gran fiducia di trovarsi sul percorso giusto. Corre così a gran velocità nel racconto di un detective puzzolente e morente, che tuttavia ha un’ultima indagine da compiere. Odiato dai poliziotti macchietta, vessato dalla vita per via del suo caratteraccio ha però la testa dura a sufficienza per insistere e scoperchiare un vaso di orrore contadino. Dall’altra parte un profiler interroga una sopravvissuta ad un rapimento. Ci sarà molto di più e molti twist ma non daranno per nulla soddisfazione.
Talmente tanto è disegnato a grana grossa il detective da noir di Servillo da sembrare quelle caricature kitsch in cui sguazza l’animazione giapponese, l’esasperazione un po’ naif di caratteristiche che funzionano di più quando sono sfumate. Invece lui è il contrario, parla a voce alta per spiegare i propri piani, confessa le sue debolezze a viva voce, registra appunti vocali in un registratore a cassette (ma siamo nei nostri anni) senza avere in mente di darlo a qualcuno, appunti che paiono il romanzo della sua vita.
Dall’altra parte Dustin Hoffman (che sembra essere stato scelto per far recitare il suo doppiatore) con voce melliflua interroga la rapita ancora sotto effetto di droghe. Lui (Hoffman) indugia nel suo personaggio solito, quello del brav’uomo medio, dall’intelletto fino e l’apparenza dimessa, di buon cuore e affidabile. Ovviamente non è male ma non è nemmeno mai davvero integrato nel film e a poco servirà un finale che proprio quello cerca di fare.
Dunque cosa vorrebbe essere questo film non è chiarissimo. Non è chiaro se voglia omaggiare Argento o Refn, non è chiaro se voglia essere avanti anni luce oppure memore della tradizione del genere, se ami essere classico come mostra il segmento con Dustin Hoffman o se pensi che quel che fa in quello con Servillo sia sperimentazione. Di certo non riesce in nessuna di queste imprese ma semmai mette in scena quanto sia difficile fare un buon film e quante cose diverse sia possibile sbagliare quando non lo si fa.
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