Sergio Pablos ha animato per Disney, ha scritto per la Illumination (Cattivissimo Me) ha fatto il character design per Rio. È un animatore, sceneggiatore e artista che finalmente prende per le corna un progetto come regista, il classico film di Natale che rimescola le carte delle origini di Babbo Natale. Ma il dettaglio forte è che non la legge come l’origin story di un eroe, semmai la legge come l’origine di una leggenda, qualcosa di vago che passa di bocca in bocca e che prende la forma e le caratteristiche che conosciamo oggi da piccoli dettagli indipendenti dalla volontà dei singoli. Perché ai cattivi non si porta niente? Perché avviene tutto in una notte? Perché bisogna scrivere una lettera?
Tutto parte dall’esigenza di un postino figlio di papà. Cresciuto nella bambagia è spedito in un’isola remota del nord ad aprire un ufficio postale (già qui c’è un’idea visiva di quelle che fanno capire che il progetto è serio, la bandierina spostata sempre più a nord nella mappa per fare capire quanto quello sia un posto remoto e temuto). È una punizione, una forma di coercizione al lavoro per insegnargli che la vita non è solo lusso. Lì capirà perché nessuno è mai riuscito ad aprire un ufficio postale. La popolazione è divisa in due famiglie che si combattono da secoli e si odiano così tanto che non c’è corrispondenza, non c’è scuola, non c’è comunità. E poi c’è un uomo che vive solitario da un’altra parte. Con questi elementi nascerà la storia di Babbo Natale, mettendo nel ruolo dei cattivi non il classico villain disneyano (quello che riassume in sé tutti i vizi e tutto il male) ma una comunità molto viva al suo interno, piena di rapporti interessanti e utilizzata come specchio del nostro mondo in un modo non diverso da come lo faceva il western.
A nascere davvero è però la stella di Sergio Pablos. La maniera in cui inventa un’animazione 2D in ambiente 3D, fondendo i volumi piatti dei personaggi (resi bombati da un sapiente uso delle ombre) con un tratto che è piacevolmente vittima del design Disney anni ‘60 e un character design che sembra ispirarsi al Don Bluth degli anni ‘90 (specie nei volti) dà vita ad un ibrido fantastico. Se a questo poi si aggiunge il piacere cinico e cattivo nel dipingere i comprimari che pare uscito dai primi corti Pixar il risultato è uno dei cartoni di Natale forse più piacevoli di sempre. Sergio Pablos addirittura crea una palette di colori da indie game, in cui al gelo degli ambienti contrappone sempre una precisa tonalità del fuoco, una fiamma che direziona la luce per creare intimità con successo.
E tutto questo prima ancora che parta una storia in cui le colpe dei genitori ricadono ingiustamente sui bambini fino a che questi, attirati dall’idea di ricevere giocattoli, decidono di cominciare a scrivere lettere (questo il piano del postino per riuscire nel suo obiettivo) creando da soli una leggenda intorno al giocattolaio che li costruisce. È la miglior spiegazione animata di come nascano i miti ma soprattutto dell’effetto che le storie che ci raccontiamo possono avere su di noi. Quella storia gli insegna qualcosa, li eleva, li spinge ad evolversi ed emanciparsi dai dettami familiari. Proprio come i registi Pixar, Sergio Pablos ha una fiducia nel potere della narrazione e una capacità di metterla in scena che commuove.
E per la prima volta una origin story del Natale dà un ruolo centrale ai fruitori finali.
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