Ad oggi tutto il cinema commerciale desidera fare azione, perché quasi tutti i film americani vogliono essere puro intrattenimento. 6 Underground fa quello che fanno tutti, come non lo sa fare nessuno e probabilmente nessuno lo saprà fare almeno per il prossimo decennio. Vederlo è dare un’occhiata nel futuro del cinema d’azione più spinto.
C’è in questo film di Michael Bay disponibile su Netflix una potenza visiva inedita, sperimentata e studiata a lungo nell’evoluzione ed escalation senza senso della saga di Transformers (chi ha visto l’ultimo film ha presente il livello scriteriato di densità visiva che raggiunge, quasi insostenibile da occhi umani) e ora deflagrata in un film dalla trama elementare resa ingarbugliata da una struttura sperimentale. Solo che la sperimentazione in questo caso non va nella direzione dei silenzi, della stasi, della contemplazione o dell’introspezione ma nella direzione della velocità, del dinamismo e dell’eccitazione.
La storia di questo gruppo di 6 specialisti radunati da un miliardario per arrivare là dove la giustizia ordinaria non può arrivare, inizia nel mezzo della missione 0, la prima che serve da test. Sono a Firenze e tutto è andato male, si sono messi contro la mafia (proprio lei, la temibile mafia fiorentina!) che ora li insegue in un delirio di violenza, distruzione e violazione del codice della strada nel centro storico. Una sequenza così complessa, densa e vorticosa della durata di 20 minuti Bay non l’aveva mai fatta nemmeno in America, è solo l’inizio e già è incredibile.
È un’introduzione adeguata ad un film che vive del piacere che provoca, dell’esaltazione per la velocità innestata su un dialogo vacuo e sbruffone, del contrasto tra alta e bassa definizione digitale, tra colori saturi, pallottole e battute fulminanti. Tutto è montato insieme come se Gaspar Noè sapesse dirigere l’azione. Tutto puntellato da una trama volutamente accennata, incomprensibile in tutti i suoi dettagli, che si può cogliere solo a linee generali.
Come suo solito Bay crea un mondo da illustratore, uno in cui nulla è verosimile e tutto è ideale e l’unica cosa che conta è lo stile grafico, il senso cinetico, la possibilità di sentire la vita non nei personaggi e nelle loro interiorità, ma nella vertigine del loro movimento sullo schermo, nell’intensità dei colori che passando velocemente si mischiano. È l’apoteosi dell’acciaio che stride, della pale dell’elicottero a rallentatore quando tutto il resto va velocissimo, del fischio degli pneumatici e della confusione dei dialoghi che vanno a tempo con le esplosioni e le auto che saltano in aria. Per 2 ore. Se ne esce con gli occhi doloranti ma anche l’impressione di aver assistito a qualcosa di mai visto prima per intensità, costanza e soprattutto per preminenza visiva!
6 Underground è il trionfo del cinema che si guarda e non c’è bisogno di capire. La trama e la premessa sono completamente risibili, e i momenti peggiori del film arrivano quando sembra credere davvero che possa avere un senso. Per fortuna però sono solo brevi intermezzi tra momenti d’azione. C’è un dittatore da deporre, è la prima delle 9 missioni del gruppo (che arriveranno negli ipotetici 8 sequel?), a farlo è una classica “familia” in stile Fast & Furious che si sposta in tutto il mondo. Inoltre le rare volte che i personaggi si parlano senza lanciarsi sbruffonerie addosso non fanno che ripetersi a vicenda sempre le stesse cose, in una specie di cattiva imitazione dell’introspezione dei personaggi.
Non è per capire le loro origini (raccontate in flashback confusissimi), le loro motivazioni o le loro parabole che si guarda 6 Underground, sarebbe come andare al circo per sentire della bella musica. Questo film dotato della complessità narrativa di uno spot di una compagnia di viaggi è un bomba endovena che setta un nuovo standard mondiale per il cinema d’azione, il sogno bagnato dei registi del cinema di Hong Kong degli anni ‘80 e aggiunge un livello di complessità a quello che dovrebbe essere in grado di fare un regista. Perché ad oggi un film così è fuori dalla portata di chiunque non sia Michael Bay, non solo a livello pratico ma anche solo a livello di ideazione.
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