Basta pochissimo, un pugno di inquadrature già nelle prime scene, perché Pinocchio mostri il suo cuore, quello che quasi nessuno (Collodi incluso) aveva sottolineato in questa storia: la solitudine. Per Garrone quella di Pinocchio è una storia di persone profondamente sole. Tutte. Geppetto in primis, che senza un soldo e senza niente da mangiare decide di fare un burattino per girare il mondo ma in realtà sta cercando qualcosa da amare. Lo capiamo non certo dalle parole ma da come spii il baraccone di Mangiafuoco e veda dei burattini assopiti in quello che forse è uno dei momenti più incendiari del film. Il primo impatto con il look delle marionette (perfettamente di legno e anche evidentemente vive!) è una delle immagini migliori di tutto il film e la maniera in cui Geppetto vive la nascita di Pinocchio e la conseguente scoperta del legno vivo, racconta non una magia ma una profonda sete d’amore finalmente sanata.
Per tutta quella prima parte sembra di vedere una versione ottimista ed edulcorata dal profumo di sesso di In Compagnia Dei Lupi tali sono la mestizia e la durezza dello scenario, decisamente la parte migliore di un film che vive di immagini. Garrone è come un illustratore (anzi meglio di un illustratore, se si pensa al mogio risultato del Pinocchio animato da Mattotti), ha una capacità di generare immagini pazzesca. Qualsiasi sentimento o senso del film non esce dalla trama ma parte dalla composizione, si nutre dei colori, si abbevera nel trucco e trionfa nell’uso dello scenario. Facile a dirsi, mirabolante a vedersi.
In tutto questo però Pinocchio compie anche la difficile scelta di attenersi totalmente al testo di Collodi, senza adattare nulla alla sensibilità moderna (a parte l’attacco, una delle parti migliori). La scansione e il passo del testo originale sono così rispettati ma non sono per niente agili da sostenere. Narrativamente Pinocchio non è mai all’altezza della sua forza visiva perché suona datato in tutte le sue svolte, è pesante nell’incedere e ben poco fluido nel dispiegare la storia.
L’idea di fondo del film sembra essere che quel che ci pare fuori dal tempo, se realizzato a dovere (cioè con idee visive e un’immaginazione invincibile), sia ancora capace di intrattenere. Purtroppo non è così. Pinocchio di Matteo Garrone è un film davvero straordinario ma non è certo un capolavoro di intrattenimento.
Questo maestro del casting (letteralmente incredibile la scelta di volti conosciuti e non) come di tutti i singoli comparti, capace di notare, scegliere, pretendere e poi ottenere il meglio da tutta la sua troupe, ha realizzato un film grande, di impressionante fattura ma anche di discutibile attrattiva per quel pubblico di massa cui palesemente si rivolge.
Tuttavia in questa sua adesione maniacale al testo di partenza Garrone recupera anche dei dettagli che trasforma in elementi cruciali, come la povertà. Tutti gli adattamenti parlavano di un contesto povero ma nessuno ha mai scavato nella miseria umana e nella disperazione come questo. Nessuno ha mai avuto il coraggio di attaccare con Geppetto che con martello e scalpello cerca di cavare le ultime briciole di formaggio da una crosta per mettere qualcosa nello stomaco. Nessuno ha mai mutilato in questa maniera il Gatto e la Volpe. Nessuno ha cercato un costante autunno gelido per la campagna, fatto di alberi spogli e cielo grigio fino all’ultima solare inquadratura.
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