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23.12.05

Lezioni di Piano (The Piano, 1993)
di Jane Campion

Le cose vanno più o meno così. Sei a casa, devi lavorare, non perchè te lo impongano ma perchè te lo imponi tu sennò le cose vanno ancora peggio di come stanno, fai una pausetta dopo pranzo, giusto il tempo di goderti i Simpson, poi sei colmo di buoni propositi, ma prima di rimetterti al computer hai la malugurata idea di fare un secondo uno zapping su Sky, solo per curiosità. Il primo canale su cui capiti, Studio Universal, dà Lezioni di Piano. E' appena iniziato. Dopo 5 minuti di magnetica attenzione, hai un minuscolo momento di lucidità e realizzi che quel pomeriggio è buttato, allora ti metti comodo e te lo godi. E che goduria a quel punto.
Rimango sempre estasiato di fronte alla fotografia meravigliosamente umida di quel film... Quelle inquadrature con dominante blu, in mezzo alla foresta, quelle rare incursioni nel colore, ma solo nei giorni migliori, con pellicola virata sul verde e sul rosso come nelle migliori scene di Un Angelo Alla Mia Tavola, quel mare.... Un modo di creare un senso panico della natura veramente inusuale, ma efficacissimo. E che meraviglia Holly Hunter... Potrei andare avanti incensando questo film per ore.
Tuttavia so che per molti è un film da odiare su tutta la linea che genera anche molto fastidio.
Certo il buon Sam Neil non ha tutti i torti: si è comprato una moglie e ha dovuto pagare il trasporto di lei (una figlia a carico) e tutti i loro beni, oltre poi a mantenerla e questa oltre a non parlare non se lo caga di pezza e lo tradisce con un maori. Ti credo poi che gli stacchi un dito, mi sembra il minimo!
Maschilismi a parte, c'è pure un Harvey Keitel strepitoso e più che altro riflettevo che il buon Harvey c'è sempre nei film che contano, sta lì e fa la sua grande prestazione.
C'è una strana alchimia che pervade il film che sembra essere filtrata dalle inquadrature mai banali, alle volte sbilenche, alle volte rivolte verso il cielo, questo crea un senso di straniamento, assieme ai luoghi fastidiosamente impervi ed umidi dove si svolge tutta l'azione, che è l'essenza stessa del film. Tutto contribuisce a creare uno scenario strano e lontano mille miglia dalla vita quotidiana degli spettatori, ma con un'autenticità vera quanto un film dei fratelli Dardenne. E questo mi sembra il senso ultimi della narrazione cinematografica.
Non parlerò della colonna sonora che mi sembra superfluo.
Jane Campion non è mai stata nè è più tornata a quelle punte pur continuando a fare un cinema in quella direzione, cercando di trasmettere i sentimenti incomunicabili e una forma intellettuale di poeticità.
Per quanto mi riguarda tutto il film sta nell'inquadratura finale nel silenzio degli abissi attaccata alla corda che la lega al piano.






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