18.2.06

Gertrud (id., 1964)
di Carl Theodor Dreyer

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Ultimo film del grande maestro del muto e del sonoro (ma a mio giudizio più del muto), che viene 9 anni dopo il precedente e bellissimo Ordet - La Parola.
Rispetto ad Ordet Gertrud spinge in avanti tutti quegli elementi che nel precedente film erano poco più che accennati: la rarefazione della messa in scena, la teatralità dei dialoghi e l'astrazione della messa in scena. Non è un film facile per nulla Gertrud, un film fatto di continui dialoghi dove la parola regna su lunghi piani sequenza dove gli attori raramente si guardano in faccia nel parlarsi ma fissano punti indefiniti al di là della macchina da presa.
E' la storia di una donna e di una presa di posizione, la scelta forte di vivere una vita dedicata (anzi sacrificata all'amore), quindi non più una donna vittima come era in Ordet ma anche in quell'altro capolavoro che è il Dies Irae, bensì una donna forte e sicura di sè, consapevole dell'amore che ha da dare e che vuole dare.
Un film indiscutibilmente lungo e dall'andamento molto lento per colpa di un eccesso di letterarietà nella scrittura. Ma se ad una prima impressione può sembrare ci sia poco cinema in questo Gertrud in realtà ce n'è molto (non moltissimo, ma molto) nella composizione delle inquadrature, nella scelta dei colori delle scenografie e dei costumi, che poi si riflette in un bianco e nero tutto particolare (dreyeriano), nella volontà di strutturare una storia con artifici tipicamente cinematografici, come l'uso che viene fatto dei flashback (sovraesposti) e infine nella differenza tra le scene in interno ed in esterno (le seconde più cariche di emozione).
L'impressione finale è comunque quella di un film sostanzialmente freddo (come nelle intenzioni dell'autore) che tuttavia è privo dell'incredibile forza comunicativa di Ordet, perso com'è in una messa in scena scarna e fondata unicamente sulla forza del pensiero e dei voli logici dei dialoghi.





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