30.10.10

Top Score Del Mese: Castelvania: Lords Of Shadow

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Era da molto tempo che non mi affacciavo nel mondo videoludico, la mia PlayStation3 se ne stava lì accanto al televisore ad ammuffire e quello che peggio era che ne ero pienamente consapevole.
Stavo forse crescendo? Ovviamente no, non è una questione di età, era solo che non avevo più tempo. Poi avvenne quell'annuncio all'E3 del 2009 dove Hideo Kojima annunciò che un nuovo Castlevania era in fase di programmazione, quelle prime immagini, quel breve video, me ne innamorai e mi promisi che al Day 1 (come dicono i malati di giochi) ovvero al primo giorno di uscita quel Castlevania sarebbe stato mio.
Un anno dopo.
E così fu, i migliori 70 euro mai spesi.

Ora, io con i videogiochi ho un rapporto molto terra-terra, ci gioco e basta, senza entrare nel dettaglio, senza andare in cerca di enigmi secondari ecc. Ma quel Castlevania me lo volevo proprio godere, me lo iniettai direttamente nelle vene e fu pazzesco. Il team MercurySteam (spagnoli) ha fatto un lavoro coi controcazzi e ogni tanto mi è capitato di fermarmi, in mezzo ad una fase di esplorazioni, ad ammirare il paesaggio costruito nel dettaglio e godevo.
E poi finalmente un bel personaggio da comandare, non quelle checche capellone in stile cinese/giapponese che poi so tutti uguali, un duro, uno tosto, un tipo che si incazza che sa menare le mani con quella bella frusta, perchè io godo nel vedere un bel lupo mannaro soccombere ai miei colpi di frusta, ho pagato per questo. Un gioco longevo, ci avrò messo 18 ore per finirlo, in un business dove i giochi durano veramente poco (la media è sulle 10 ore) salvo eccezioni, Castlevania fa la differenza.
Un'altra cosa che mi ha fatto sbroccare sono i messaggi lasciati dagli sfortunati cavalieri che hanno fallito nella loro impresa, sono dei manoscritti dove vengono descritti i nemici e le loro storie, pure quelli me li sono letti tutti, sono fantastici.

Passiamo allo score sennò qui facciamo notte.
Composto da Oscar Araujo (compositore spagnolo come il team di sviluppo) è composto da 120 elementi d'orchestra e un coro formato da 80 persone, hanno deciso di fare le cose in grande e hanno fatto bene. Molte recensioni, oltre a parlare bene del gioco, hanno elogiato il lavoro di Araujo, compositore ahimè troppo sottovalutato.
Sì perchè basta co ste musiche techno degli episodi precendenti, che schifo e che truffa! Io esigo uno score sinfonico, pomposo che mi esalti nella battaglia e che allo stesso tempo sottolinei il dramma di quest'uomo che va in cerca della maschera per resuscitare la sua amata cazzo.
Il cd della Collector's Edition contiene 66 minuti di musica, consiglio calorosamente l'ascolto di Hunting Path, Ice Titan, ma soprattutto The Swamp Troll e The Evil Butcher, che mi sono piaciute un casino.
Il cd non contiene lo score completo che credo si aggiri verso le 3 ore, ma se andate nel mio spazio YouTube potete sentire altri 3 brani estrapolati dal gioco, si sentono bene, sono The Silver Warrior, The Ogre e The Crow Witch, in particolare sono molto affezionato a The Ogre e Crow Witch perchè fanno parte del Capitolo 4 del gioco, decisamente il mio preferito.
Un ultimo elogio va fatto per l'edizione italiana che ha deciso di non intervenire nel doppiaggio del gioco lasciandoci così le voci di Robert Carlyle, Patrick Stewart e soci. Mille volte meglio del doppiaggio italiano.

IL DOWNLOAD

27.10.10

Perché qui non si parlerà del Festival del Film di Roma

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Perché ci lavoro. E questo potrebbe bastare a spiegare la situazione.
Mi dilungo un altro po' tuttavia per spiegare anche il motivo per il quale segnalo la cosa. Innanzitutto perché mi dispiace di non coprirlo, con il campanilismo becero che mi contraddistingue ci ho sempre tenuto a seguire l'andamento del festival, nel bene e nel male, segnalando anche tutto ciò che nei giornali non finisce e che non si viene a sapere (El pasado di Babenco, El Artista o King of Kong per dirne alcuni clamorosi).

In special modo mi dispiace non coprire i film di Extra, quelli cioè di cui si parlerà di meno, ma quella è proprio la sezione per cui lavoro, dunque.... Dunque avevo pensato anche di parlarne comunque segnalando che sono stipendiato e quindi di parte, ma sarebbe stata una cosa senza senso. Ho contribuito alla selezione dunque, a parte l'inattendibilità di fondo, al 90% si tratta di film che mi sono piaciuti e per il restante 10% di film che comunque ritengo interessanti. Dunque come pescate pescate bene secondo me, seguite semplicemente i vostri gusti.
In seconda battuta mi dispiace perché paradossalmente porto un disservizio proprio agli unici che mi pagano. Però poi penso che se scrivere di cinema è implicitamente segnalare o portare all'attenzione certe cose, allora contribuire a selezionare per un passaggio italiano pellicole che altrimenti non vedremmo in fondo è la stessa cosa fatta a monte.
Infine, Extra a parte, ancora meno senso per me avrebbe parlare del concorso più in generale, quei film non li ho visti e li vedrò nelle proiezioni ufficiali, ma che attendibilità avrei? Come potrei stroncare un film proiettato dalla mano che mi sfama? E se lo facessi quanto sarei cretino? E poi i film del concorso saranno ampiamente coperti, di certo non ci sarà bisogno di informazione di nicchia...

Dunque il blog va in vacanza fino alla fine del festival di Roma. Chi passa a Roma o è di Roma mi trova allo spazio Hag tutto il pomeriggio (specie dalle 16 alle 18) altrimenti in sala. altrimenti che dormo sulle panchine del parchetto. Sarò pronto ad elargire in forma privata consigli faziosi a iosa.

21.10.10

The Break-Ups

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Ted Tremper, autore del progetto Break-Ups (e attore nel primo episodio), ha avuto l'idea di riprendere con un certo stile compositivo e cromatico delle separazioni. Una coppia, finora solo di ragazzi, che si sta lasciando, sta interrompendo il proprio rapporto sentimentale, per un qualsiasi motivo. Le cose avvengono in maniera seria, drammatica, giocosa, divertente o anche grottesca, il tono non è assolutamente sempre lo stesso. A rimanere costante è l'idea di un video molto breve che di tutto il processo di separazione, per l'appunto il break-up, colga l'essenza, il dialogo (quasi sempre in tempo reale, cioè con pochissimo montaggio) o l'interazione determinante.
Forse non era sua intenzione ma il progetto, così come arriva e viene colto nel flusso casuale dell'informazione in rete, è il contraltare perfetto al proliferare dei siti di dating e della felicità promessa anche a mezzo webserie. Solo storie fallite, solo amori impossibili o giunti al capolinea.

Tutti questi vincoli potrebbero far pensare ad un risultato mediocre ma la qualità media è invece sorprendente. Non solo le immagini sono molto curate e pensate in modo da introdurre il mood e il sentimento di quel particolare episodio, ma anche l'improvvisazione, si vede, è frutto di diverse prove per quanto fila liscia. Creare emapatia, costruire un conflitto e far intuire il background di una storia, in modo che il percorso drammaturgico si compia e si sciolga nelle lacrime in così poco non è da tutti.

Uomini di Dio (Des Hommes et Des Dieux, 2010)
di Xavier Beauvois

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Gli ultimi anni hanno segnato una fioritura e anche un certo successo di film che avevano al loro centro i preti e la loro vita comunitaria. In memoria di me o anche Il grande silenzio sono esempi di film che ritraevano le comunità di religiosi (il primo centrato sul seminario il secondo su monaci di un'abazia dove si pratica il silenzio e la ripetizione), che senza prendere posizione alcuna sui temi della fede o dell'esistenza di Dio, si preoccupano di ritrarre con fare quasi documentaristico gli uomini dietro ai preti, mentre si dedicano ad attività di meditazione.

Con spirito decisamente più finzionale (sebbene curiosamente tratto da fatti veri) Uomini di Dio continua su questa strada. Si racconta di un'abazia in un punto imprecisato del Maghreb i cui monaci si trovano presi dentro una guerriglia tra esercito e quelli che l'esercito chiama terroristi. I monaci, sebbene spaventati e indecisi, rimangono dove sono, prestano aiuto a tutti e si rifiutano di cedere il loro stile di vita o la loro abbazia.
Dietro una trama che racconta, con i consueti tempi dilatati, di un assedio e delle decisioni di uomini che mettono davanti a tutto i loro principi, c'è anche quello che il titolo cerca di esprimere, cioè come uomini di Dio comunichino e intendano la vita.

Non sono solo i monaci le figure "di Dio", ma anche i cosìddetti terroristi del film che in più d'un momento, sebbene musulmani, si dimostrano sensibili alle argomentazioni e allo stile di vita dell'abazia. Di certo più dell'esercito, visto come laico e profittatore.
Contrariamente a In Memoria di Me e Il Grande Silenzio però Uomini di Dio sembra prendere posizione da una parte (la fede come forza salvifica a prescindere dalla religione praticata) e dall'altra si concede momenti di impennata melodrammatica. I monaci cantano durante un bombardamento e si commuovono sentendo Il lago dei Cigni.
Xavier Beauvois è bravo a rendere la tensione attraverso lunghe scene e costanti primi piani e alla fine l'idea che i principi religiosi non siano diversi al cambiare delle religioni, può conquistare anche un ateo.

19.10.10

Cellulite e Celluloide - Il podcast

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez assieme al prode Francesco Alò.
Si comincia con la sincera e disarmante disamina di Lo zio Boonme che vede le sue vite precedenti (e in bocca al lupo!), dopodichè, in attesa del collegamento telefonico con Rodrigo Cortés, si racconta del bellissimo Buried. Si passa poi ad Adele, il nuovo Besson, e Cattivissimo Me, film che ha diviso me e Francesco Alò. Infine mentre si comincia a parlare di Gorbaciof irrompe il collegamento internazionale (telefonico) con lo spumeggiante Rodrigo Cortés.



LA PUNTATA DEL 15/10/10

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio e l'archivione storico.










Figli delle stelle (2010)
di Lucio Pellegrini

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Se Lucio Pellegrini ha un posto nel cuore degli amanti del cinema che si ostinano a non mollare la presa sul cinema italiano è grazie al suo esordio come sceneggiatore e regista, E allora Mambo!, film che non solo trovava una vena comica tra le più felici degli ultimi anni ma che riusciva anche a raccontare una storia operando un arco narrativo perfetto. Nessun tempo morto, nessuna scena superflua, nessuno sbandamento. Semplicemente perfetto. Ma lì c'era Fabio Bonifacci alla sceneggiatura...

Figli delle stelle arriva ora dopo il lavoro alla serie tv di Non Pensarci e qualche altro exploit meno felice. E arriva con un cast nutrito (leggi: con un buon investimento produttivo) e una troupe tecnica di prim'ordine. Tutto supportato da un'idea di quelle che possono rendere una commedia qualcosa di più che un film da ridere. Peccato che tale idea (che è contemporaneamente idea di contenuto e forma) arrivi troppo tardi e duri troppo poco.

Si racconta di un gruppo di disperati (un ex carcerato, un precario, un manovale, un nostalgico degli anni di piombo e una giornalista televisiva) i quali, sfiancati ognuno per proprie ragioni dalla situazione politico-sociale, decidono di rapire il ministro dell'economia. Come sempre nei film italiani si sbagliano e rapiscono un sottosegretario che, non solo conta poco, ma è anche un povero diavolo.
L'impressione di "italiani un po' cialtroni ma con tanto cuore" che può suscitare il resoconto della trama è effettiva nella prima parte del film, la più debole. Quando però ci si trasferisce in Valle d'Aosta per nascondere l'ostaggio cambia tutto e il film comincia a trovare vero senso.
Gli spazi aostani e soprattutto l'architettura anni '80 modernista, che sembra prefigurare un impossibile futuro mai arrivato, fa il paio con i costumi (si vestono con quello che trovano). Tute e abiti da sci sempre usciti dagli anni '80 che ricordano gli abiti futuribili della fantascienza giapponese anni '90 (cioè di poco succesiva), ma che erano la tragica realtà di anni in cui si sperava nel futuro anche con l'abbigliamento. Si respira insomma davvero un'aria di sconfitta e nostalgia in primis con le immagini.

Anche la trama poi fa un salto in avanti: si ride di più e con più arguzia, andando a parare in territori decisamente più interessanti. E' quindi un peccato che il senso vero arrivi così tardi e che il film si chiuda con un tramonto sul mare, simbolo imperituro di acquiescenza all'italiana. Si rischiava il beppegrillismo antipolitico, si era trovata una vena felice e si è smorzato per non rischiare su nessun fronte. E dire che un Pierfrancesco Favino così in forma non lo si vedeva da tempo...

15.10.10

Gamers

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Il gaming è stato per anni la promessa non mantenuta del video online. Le produzioni che ruotano intorno ai videogiochi o ai videogiocatori sono infatti sempre state poche e di non eccessivo successo (fatte salve le serie che toccano tangenzialmente l'argomento come The Guild o il semi-machinima Arby 'n the Chief o proprio i Machinima in sé). Il risultato è che il potenziale di un tema vicino agli utenti più smaliziati della rete e che si fonda sul concetto stesso di storytelling è rimasto a lungo inespresso anche nel più evoluto mercato statunitense.
Tutto questo per dire che paradossalmente quello che poteva essere un ritardo nel piccolo microcosmo produttivo italiano si è improvvisamente tramutato in un vantaggio. Se in qualsiasi settore della produzione video per la rete arranchiamo, in quello dei videogiochi siamo stati capaci di mettere a segno non una ma ben due webserie di fattura alta e con dei capitali alle spalle.

Tutto questo per dire che paradossalmente quello che poteva essere un ritardo nel piccolo microcosmo produttivo italiano si è improvvisamente tramutato in un vantaggio. Se in qualsiasi settore della produzione video per la rete arranchiamo, in quello dei videogiochi siamo stati capaci di mettere a segno non una ma ben due webserie di fattura alta e con dei capitali alle spalle.
Della prima parlammo all'epoca della sua uscita, si chiamava Pong! e aveva un modo molto intelligente di utilizzare un format di stampo televisivo (videocamera fissa in un punto unico e tutto montaggio interno), della seconda parliamo ora che, dopo qualche settimana online, è arrivata al terzo episodio. Si tratta di Gamers ed oltre ad essere una serie sui videogiocatori è anche uno dei primi esperimenti italiani di serie per la rete sponsorizzata.

Scott Pilgrim vs. the World (id., 2010)
di Edgar Wright

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Stavolta Edgar Wright parte da un soggetto non originale e non parodia nulla. Scott Pilgrim è una serie a fumetti uscita a partire dal 2004 che racconta di un 23enne ed è realizzata da un 25enne. E questo è forse l'unico problema per il botteghino (andato male).
Appare infatti subito evidente che questo film postadolescenziale, centrato su una formazione avvenuta in ritardo, faccia un miscuglio di pubblici diversi. Racconta ai postadolescenti di ora una storia che parla alla loro fascia d'età ma facendo riferimento all'universo culturale di chi oggi ha quasi 30 anni.
Sei anni nel mondo dell'indie rock e dei videogiochi sono almeno una generazione, un lasso di tempo sufficiente a far sì che si passi dai videogiochi 8bit a quelli più evoluti e che si superi l'apice di diffusione del rock indipendente.

Problemi commerciali a parte Scott Pilgrim vs. The World è un film che parla al suo pubblico in maniera diretta, sentimentale e sincera come pochi altri, un vero trionfo di idee e soprattutto, nonostante i continui riferimenti videoludici, un film che fa fare un passo in avanti alla mescolanza di linguaggi tra cinema e fumetto. Se infatti l'indie rock e i videogiochi sono soltanto "riferimenti", cioè inside jokes, espedienti per battute e, in sostanza, una patina buona per attirare o divertire (alzate la mano se vi scalda il cuore l'uso del tema della caverna delle fate di Zelda nel momento introspettivo), il rapporto che il film stringe con la forma fumettistica è decisamente più intimo e profondo.
Il montaggio secco e "strappato" che Wright ha già messo in pratica selvaggiamente qui si irregimenta, diventa prassi e un modo di operare delle ellissi spaziotemporali che ricordano quelle che accadono tra un riquadro e l'altro di una tavola a fumetti.

Più ancora dell'esplicito ricalco che aveva fatto Ang Lee con Hulk, Wright utilizza lo specifico filmico (il montaggio) per raggiungere lo specifico della narrazione a fumetti, capisce cioè che ciò che separa le due forme di racconto, alla fine, è come accostino diversi momenti, fasi, sequenze o immagini. E Scott Pilgrim cerca proprio di colmare questo gap.
A lavorare di cesello e dare vera personalità al film non sono tanto le onomatopee in sovraimpressione o le pose plastiche che spesso i personaggi assumono ma proprio gli stacchi repentini tra momenti differenti, uniti solo dall'avere la medesima composizione dell'immagine.

Meriti formali a parte un'altra freccia all'arco di Scott Pilgrim, che i nostri cineasti e produttori non vogliono assolutamente fare propria, è il modo in cui prenda di mira prima di tutto i suoi protagonisti e il suo pubblico. Nel raccontare la classica storia di formazione personale attraverso un percorso di caduta e rinascita sentimentale, Scott incarna una tipologia umana (per l'appunto indie rock, autointrospezione, videogiochi e nichilismo alla buona) e si contrappone ad altre (vegani, vanesi, palestrati, ultrasocial, vincenti in genere ecc. ecc.). Ma invece che assolvere se stessi e prendere in giro gli altri (che sarebbe anche facile) il film mira dritto alle idiosincrasie e alle stupidità del mondo che rappresenta, fa cioè prima di tutto un lavoro serio e non indulgente su se stesso e il proprio pubblico. Non lo carezza ma ne rende espliciti i problemi.

8.10.10

Status: Kill

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In curiosa concomitanza con l'uscita cinematografica di The Social Network, la settimana scorsa è stato caricato l'episodio finale di Status: Kill, l'ultimo prodotto di Jesse Cowell, uno dei migliori talenti nel mondo della produzione video in rete. Cowell è un cineasta della rete, non guarda ai modelli televisivi, non batte il percorso della videoarte, né tenta di fondere tecnologia e narrazione, i suoi prodotti (al momento i più grossi sono tre) utilizzano le strategie di racconto cinematografico per mettere online storie che parlino ad un pubblico diverso e che soprattutto riescano a generare reddito. Cowell non è un artista folle ma un acuto e intellettuale narratore di storie che utilizza la rete. Dopo Shades Of Gray e Drawn by Pain, Status: Kill è un ritorno ai toni più leggeri, ma non meno sagaci, che avevano segnato il suo esordio.

Step Up 3D (id., 2010)
di Jon Chu

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Strana la saga di Step Up. Tre episodi che nel profluvio di film musicali e danzerecci degli ultimi anni (in armonia con quanto accade nei talent televisivi) hanno giocato da una parte il ruolo degli underdog, privi di nomi altisonanti a regia, musiche e recitazione, e dall'altra dello zoccolo duro di chi davvero tiene a mostrare certe cose e non distoglie mai la sua attenzione dal ballo.

Se i primi due Step Up utilizzavano la trama più classica del mondo (un personaggio che viene da un ambiente vuole entrare in un altro, inizialmente non è accettato, perchè diverso, ma poi riuscirà ad operare una fusione del mondo da cui viene e quello nuovo conquistando tutti) per operare un classico racconto di seconda occasione e mostrare stili diversi di danza (quello di strada e quello accademico).
Il terzo capitolo usa ancora l'anello di un personaggio dei precedenti film che torna da protagonista (Adam G. Sevani, sosia di Harpo Marx).
La versione 3D doveva chiaramente aggiungere qualcosa di ancor più fedele e coinvolgente a film che smaccatamente (e con un certo gusto) non puntano tanto a raccontare quanto a mostrare. Perfetti per il 3D, si penserebbe, peccato che in Step Up 3D, la terza dimensione quasi non c'è.

Il film, organizzato intorno al racconto della preparazione alla solita megagara di ballo di strada di gruppo, utilizza un 3D posticcio nella maniera più smaccata. Basta levarsi gli occhiali per rendersi conto di quanto poco effetto tridimensionale ci sia.
La cosa è ancor più evidente quando, nel momento culminante della grande gara finale, irrompe un vero 3D. Una sola videocamera, fissa e in una sola posizione mostra una profondità seria, a diversi livelli e molto curata. Per un momento le esibizioni conquistano davvero qualcosa, per un momento sembra di intuire un'idea dietro al progetto, un senso vero. Ma è solo un'inquadratura, il montaggio delle reazioni degli astanti alla prestazione rivela che qualsiasi altro shot è in 3D finto.
Mai come in questo caso un intero film (fatto di un gusto estetico decisamente inferiore a quanto fatto da Jon Chu in precedenza e con tristi citazioni genekelliane) è stato girato per un'unica scena.

7.10.10

Cellulite e Celluloide - Cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 20.15, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez assieme al prode Francesco Alò.
Si comincia con The Horde, l'horror zombie francese che Fandango ha americanizzato nel titolo italiano, poi arriva l'ospite della serata, Luca Miniero, regista di Benvenuti al Sud, altro film di cui si parla che io non ho amato e del quale ho chiesto conto. Dopo l'intervista si anticipa un po' Innocenti Bugie, si parla di Un Weekend di Bamboccioni e si finisce di stroncare La Pecora Nera


LA PUNTATA DEL 01/10/10

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.



Innocenti Bugie (Knight And Day, 2010)
di James Mangold

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I film d'azione hollywoodiani, anche quelli che puntano molto sul non prendersi sul serio e sui toni da commedia, hanno quasi sempre un problema: suonano datati e un po' stupidi nel modo in cui dispongono i rapporti di forza tra maschile e femminile. Nel mettere in scena la classica dinamica uomo forte/donna da salvare è difficile che si trovi la chiave più giusta per non sconfinare nel maschilismo, cioè quella che consente alla "donna da salvare" di essere tale solo nominalmente e contribuire al proprio salvataggio senza scadere nel ridicolo.

Innocenti Bugie questo problema lo supera a piedi pare con un doppio salto mortale interessantissimo, reso possibile da una sceneggiatura magistrale che mette le pezze anche su un direzione scadente come poche (ma perchè?? Mangold era uno capace!) e due protagonisti totalmente fuori parte e svogliati, i quali solo alla fine riescono ad essere plausibili, cioè dopo che il piacere della narrazione ha preso il sopravvento sulla totale inadeguatezza.
Si racconta dell'incontro tra un uomo e una donna, lei subito rimane affascinata dal savoir faire di lui, dal suo essere uomo forte, ma tempo 5 minuti e si trova coinvolta in iperbolici inseguimenti e sparatorie perchè in realtà lui è un agente segreto accusato di tradimento e ricercato dall'FBI.

Ciò che però differenzia Innocenti bugie dai molti altri insipidi film sul tema che abbiamo visto è un punto di vista davvero femminista sulla questione (tuttavia lo script è opera di un uomo). Non quel femminismo d'accatto che fa fare la parte dell'uomo alla donna, ma quello che mantenendo fisso e classico il ruolo della donna, ne aumenta l'importanza portandola a livelli realistici e plasmando un mondo visto attraverso i suoi occhi.
Innocenti bugie dunque è tutto visto dal punto di vista della donna (la tipica persona comune in circostanze straordinarie) mentre l'eroe del caso (il knight del titolo originale) è solo inizialmente desiderabile, in virtù del suo charme, ma in seguito, approfondendo la conoscenza, si rivela sempre più cretino, infantile e vanaglorioso sebbene superumano. Insomma accumula tutti quei difetti che le donne spesso percepiscono quando l'uomo ha esagerati atteggiamenti machisti.
Senza rinunciare ai suoi desideri più basici (per l'appunto l'idea di un uomo forte) la protagonista, vittima di eventi più grandi (lei non è certo un agente segreto), non si fa salvare ma lotta a modo suo, anche goffo magari, per il proprio destino.

Fin dal titolo (originale) dunque Innocenti bugie è una revisione, al limite dello spoof, del mito del principe azzurro o cavaliere dall'armatura scintillante, che vede uno 007 reaganiano per lo scemo che è, senza però negarne il fascino primordiale (il montaggio rapido del viaggio fatto mentre lei è incosciente è esilarante, come anche il pezzo in cui pretende di essere baciata nel mezzo della sparatoria).

6.10.10

La solitudine dei numeri primi (2010)
di Saverio Costanzo

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Ecco io allora ve lo dico. A me La solitudine dei numeri primi è proprio piaciuto. Se n'è parlato malissimo in lungo e in largo e il film ha anche incassato decisamente sotto le aspettative, cosa che faceva presagire il peggio. Non solo. Dopo un attento studio (su Wikipedia) della storia com'era narrata nel libro è evidente che sono stati saltati passaggi fondamentali per la definizione dei personaggi (perchè non viene spiegato che fine fanno le foto del matrimonio?), che è stato allungato il brodo in momenti che forse meritavano maggior asciuttezza (per l'appunto la fase del matrimonio a tre quarti film) e soprattutto che il finale (quasi doppio per come sembra finire una volta e poi continuare dopo il nero) è lungo e non richiesto. Ma viva la faccia!

Film imperfetto, ridondante e spesso un po' prolisso La solitudine dei numeri primi (ma non sono più "primi" se avete cambiato la storia in questa maniera!!) è di gran lunga il miglior film italiano passato a Venezia. Il suo passo, le sue idee visive, il controllo che Saverio Costanzo ha di una storia che sceglie di articolare andando continuamente avanti e indietro nel tempo, sono da applausi.
Se si fa fatica a seguire la trama (perchè entrambi i padri negli anni '80 devono avere i baffi complicando tutto?? Perchè la protagonista da adolescente somiglia alla sorella del protagonista da bambina??) non si fa certo fatica a venire colpiti dalle emozioni, che anzi pescano nel bacino più recondito delle sensazioni ancestrali. Non sono mai le parole a parlare in La solitudine dei numeri primi ma le immagini, e non sono nemmeno le immagini in sè a parlare, ma il loro complesso, ovvero la loro articolazione secondo una struttura drammaturgica ben studiata. Che poi sarebbe il cinema, ma che sappiamo non essere la regola. Specie nel nostro di cinema.

Al caos narrativo dato da un adattamento decisamente non felice della trama del libro fa da contraltare un profluvio di idee di messa in scena mai banali e decisamente non comuni. Riprendere l'infanzia con toni da cinema horror anni '70, soffermarsi su elementi espressivi significativi di una generazione come i tragici cartoni giapponesi (peccato siano stati ridisegnati per l'occasione), adottare un filtro che non disdegna di sporcarsi le mani con il melò quando serve (operando un salto linguistico a partire dall'horror che ha del sublime per come è delicato), al fine di raccontare la storia di due autentici e non comuni disperati è non solo audace ma anche funzionante!
Quand'è l'ultima volta che vi siete commossi perchè della musica pop (per di più anni '80!) sale nel momento in cui ai due protagonisti, ormai sul fondo del barile, forse viene data una speranza di felicità conquistata con foga in un momento puntuale? Ecco a me era da tanto che non capitava.
Saverio Costanzo è migliore di tanti, tantissimi nostri altri autori che magari fanno film meglio riusciti perchè ha capito, in ultima analisi, a che serve questa cosa che chiamiamo cinema, come lo si usa e per quale finalità. E ha l'audacia di marciare a grandi falcate verso quello scopo. Che poi qualche film possa avere dei difetti passa in secondo piano.

5.10.10

Una sconfinata giovinezza (2010)
di Pupi Avati

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POSTATO SU
Il consueto film annuale di Pupi Avati tocca stavolta il tema dell'anzianità, ovvero del diventare anziani e contemporaneamente tornare all'inizio, tornare bambini per effetto dell'alzhaimer. Una trovata realista, la malattia che provoca una regressione mentale, unita a suggestioni fantastiche, ricordi inevitabilmente felliniani che mischiano mistico e materiale, per raccontare di un uomo che ad un certo punto, inconsciamente tira le somme di un'esistenza.

Queste le intenzioni di Avati, che gira il film anche con qualche guizzo in più rispetto al solito (atmosfere vagamente ricercate per i ricordi padani e alcuni momenti sporcati, ma solo di qualche schizzo, d'orrore), ma che inevitabilmente ristagna nella solita insipienza, nel solito moralismo e nella solita nostalgia un tanto al chilo. Non è infatti tanto quel che viene fatto o mostrato di deprecabile ma quello che non viene fatto a fronte delle aspirazioni. Non c'è mai vera dialettica, vera tensione, vero confronto, nè mai ci sono immagini che parlino, momenti che rimangano, idee che colpiscano.

Il problema è che nel cinema annuale di Avati, solo la parte di annualità, cioè la capacità di produrre in serie film che rientrano sempre del proprio costo, è stimabile. Il resto sono storie labili labili, che inquadrano stereotipi umani con la pretesa di scavare per svelarne contraddizioni ma soprattutto sentimenti. Questo svelamento tuttavia è sempre la solita operazione intellettuale e non sentimentale, ovverno un pattern riconoscibile fatto di cerchio e botte, cioè di scena deprecabile e scena salvifica alternate, ying e yang uno accanto all'altro come idea di complessità. Sembra davvero una produzione in serie, ma senza la giustificazione commerciale (che la rende quasi nobile), bensì con una pretesa intellettuale (che la rende illusoria).