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17.2.11

Biutiful (id., 2010)
di Alejandro González Iñárritu

POSTATO SU
In pochi sono tanto odiati dalla critica come Alejandro González Iñárritu, forse solo Lars von Trier (che però gode anche di una frangia di appassionati). Era così quando faceva i film assieme al suo fido sceneggiatore dalla mano pesante, Guillermo "tante storie unite da un filo" Arriaga, ed è così anche adesso che scrive da solo i propri film.
La verità è che Iñárritu è un regista meticoloso, scrupoloso, preciso e molto abile, ma ha un'idea di cinema e di narrazione talmente diretta che bada solo al risultato e non a tutti i passaggi che sono in mezzo, cioè a come si arrivi ad esso.

Biutiful racconta di gente disperata nella periferia di Barcellona, vite che vanno già male ma come sempre possono anche peggiorare. Uomini, donne e bambini la cui esistenza ai margini è talmente misera da non avere spiragli e ogni azione che si compie ha ricadute negative, ogni decisione porta alla peggiore delle conseguenze.
Il contesto influisce sulle persone, lo squallore entra nelle loro vite e influisce sulle loro azioni (il caso della bombola di gas è esemplare). Questo Iñárritu lo costruisce con dovizia di particolari, come cura in maniera maniacale il volto di Bardem, perfetto di suo e più che perfetto grazie all'impegno profuso. Sull'attore spagnolo e sulle pieghe del suo volto si gioca gran parte del film, è lui ad indirizzare lo spettatore e su di lui si ripercuote ogni evento. In ogni momento, ad ogni svolta la macchina da presa va subito a cercare la reazione del protagonista e su di essa si fonda il movimento di commozione e partecipazione.

Ma in questo sta anche il grande limite del cinema di Iñárritu, cioè nel mostrare personaggi al limite, uomini distrutti e figure archetipe (la prostituta che non vorrebbe esserlo ma è più forte di lei, gli operai dal buon cuore, i padroni sfruttatori pieni di dubbi) chiedendo allo spettatore di fidarsi del fatto che sono tali. Iñárritu mostra il risultato e non il percorso perchè non convince lo spettatore di quello che sta accadendo ma glielo impone come presupposto. L'effetto è come quello di un libro raccontato rispetto ad un libro letto. Nel secondo caso si segue un percorso che genera senso e si arriva a maturare idee e sensazioni, nel primo queste cose sono direttamente illustrate.
Per questo, per quanto interessanti, ben realizzati e a tratti commoventi, i film di Iñárritu non riescono ad incidere realmente, perchè vogliono essere e non sono effettivamente, badano all'impatto più immediato (l'espressione di un attore) senza sforzarsi di lasciare allo spettatore il processo conoscitivo/esplorativo. Ti chiedono di credere a certi personaggi senza cercare di convincerti.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Eppure è un film che a me è rimaso dentro...
Valerio


gparker ha detto...

Si ma pensi che a qualche mese da oggi ti rimarrà dentro?
Io sinceramente credo che non mi rimarrà.


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