31.1.11

I fantastici Viaggi di Gulliver (Gulliver's Travels, 2011)
di Rob Letterman

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Come per la Divina Commedia anche di I Viaggi di Gulliver si traspone al cinema sempre una sola parte, la prima. Stavolta però un senso, vago, c'è.
I Fantastici viaggi di Gulliver è dichiaratamente un film d'avventura per preadolescenti. Ne ha il tono, ne ha la morale e ne ha la semplicità. Jack Black interpreta una versione edulcorata del suo personaggio sanguigno e devastante, in una storia con molta azione e poche sorprese, apprezzabile per ritmo, brevità e capacità di divertire.
Inutile dunque stare a guardare alla fedeltà con il testo originale. Del libro non c'è quasi nulla se non quello che si può evincere dalle prime righe del riassunto della quarta di copertina, il film è la tipica parabola all'americana della conquista della fiducia in se stessi (e quindi di una vita migliore) attraverso un'avventura straordinaria. A rendere il tutto più gradevole del solito ci si mette l'universo di Jack Black, il suo tipo di comicità e la sua modernità.

Il 3D, sebbene post prodotto, ha una volta tanto una ragione di trama per essere presente. Il film infatti gioca molto con le grandezze. La percezione dell'altezza di Gulliver è infatti enfatizzata dalla terza dimensione nei dialoghi con i lillipuziani grazie a riprese dal basso verso l'alto o dall'alto verso il basso (a seconda dei turni di parola).
Proprio considerando questi punti di forza del film (ritmo, brevità e rapporto piccolo/grande) risulta strano come spesso I fantastici viaggi di Gulliver sembri scegliere di saltare a piedi pari momenti che potrebbero essere interessanti. Anche se non se n'è letta notizia da nessuna parte l'impressione che se ne ricava è che il girato originale fosse ben più lungo e che una serie di sforbiciate a film terminato l'abbiamo portato alla dimensione attuale.
E' il caso del viaggio di Gulliver nella terra dei giganti e del momento in cui un lillipuziano si reca lì a salvarlo. Un momento in cui il massimo del piccolo si trova nel massimo del gigantesco, un cortocircuito di grandezze che non viene sfruttato per nulla ma che anzi è quasi nascosto alla percezione dello spettatore.

28.1.11

Life in a Day

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Questa sera alle 19 in diretta su YouTube, andrà in onda la replica di Life in a day, il progetto di Kevin Macdonald (regista e documentarista autore tra le altre cose de L’ultimo re di Scozia), foraggiato e benedetto da Ridley Scott, di cui si parla da almeno un anno. Quello per il quale ho fatto le 4 del mattino livebloggando tutto per voi. PER VOI!!

Cos’è Life in a day in tre parole?
Si tratta di un film, 90 minuti realizzati aggregando video mandati da chiunque nel pianeta. Un anno fa circa Macdonald ha fatto il suo appello, ha chiesto a chiunque lo volesse di filmare una sua giornata tipo, con lo stile che gli pare. A essere richiesto non era un giorno qualsiasi ma uno uguale per tutti, il 24 luglio. L’idea era di trarre da questi contributi un film collaborativo (montato, selezionato e musicato dal team di Macdonald) che abbia le caratteristiche della time capsule, un documento in grado di mostrare come sia la vita sul pianeta Terra in questo momento storico. Maggiore il numero dei contributi, maggiore la completezza. E sono stati tanti i contributi, davvero tanti, lo si capisce subito.

Ma alla fine com’è?
È un documentario che aggrega materiale eterogeneo cercando di renderlo omogeneo, come si prevedeva. Life in a day colpisce non tanto per le scene esotiche (ci sono momenti ripresi in luoghi del mondo che vi siete dimenticati che esistono e sono ripresi dai locali, non da una troupe straniera) quanto per quelle amene. Una bambina che gioca con l’hula-hoop in mezzo al deserto americano senza sorridere, alcuni italiani che macellano con crudeltà una mucca e poi mangiano spaghetti, un uomo che gira il mondo in bicicletta e via dicendo. E colpiscono perchè sono il pubblico di Internet. Non sono solo i suoi utenti, sono quella parte più attiva che prende parte a simili iniziative.

Life in a day - la diretta

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Allora se siete svegli a quest'ora vi disprezzo, se siete svegli e controllate questo blog a quest'ora siete veramente arrivati e mi spaventate. Ad ogni modo, per farvi vedere che "Io l'ho fatto e voi no", farò una specie di liveblogging di Life in a day.

Che è Life in a day? In due parole: un anno fa Kevin Macdonald (regista molto noto) lancia l'iniziativa "Il 24 luglio filmatevi, filmate la vostra giornate, quello che siete e quello che fate, quello che avete in tasca. Prenderemo tutti i vostri contributi li selezioneremo, li monteremo e sarà come una time capsule di questi anni. Tra decenni la gente lo guarderà pensando a come si viveva in questi giorni".
La cosa è andata bene a quanto pare e ora lo proiettano al Sundance. Adesso. Alle 2 italiane e le 18 di Salt Lake City (ma a parte le olimipiadi ci sono eventi per i quali sono gli americani a doversi segliare presto? No perchè ho l'impressione che qua siamo sempre noi che facciamo le notti in bianco...).

Insomma è un evento di collaborazione globale, di video digitale (tutti devono farlo, con qualsiasi mezzo) e di distribuzione online. Tutto quello che si sogna e che probabilmente farà schifo, ma che ci vuoi fare? Si è pionieri per questo.
Oltre alla diretta YouTube lo manda in replica domani sera alle 20. Così lo sapete.

2.00 am Qui non comincia niente...
2.01 am Sento puzza di fregatura
2.02 am Fammi controllare la conversione dell'ora legale
2.02 am Ok è iniziato. Si parte con i Vampire Weekend, abbastanza chiaro e netto per essere una documento che racconterà come si viveva in questi anni
2.06 am No era solo una pubblicità...
2.10 am Non ci posso credere sono solo promo e contributi speciali, non ce la faccio più.Tutta pubblicità e presenzialismo, sembra una di quelle cose italiane in cui devono per forza parlare tutti i rappresentanti delle parti in causa anche se non hanno nulla da dire. Giusto per farsi vedere.
2.19 am Ok abbiamo sentito tutte le parti in causa. Tutti. Anche l'ultimo montatore. Partiamo?! Che poi sti spot ogni volta sembrano l'inizio. Uno sul sundance, uno su come hanno montato, uno sui problemi di traduzione, uno sui problemi di cattiva qualità, uno sul fatto che sentono molta pressione dall'industria del cinema (WTF?!?).
2.22 am Ok ora c'è quella che sembra un webcam live dalla sala del sundance dove lo prietteranno. Non è che proprio c'è la folla.... E sono pure le 17 per loro! Non se lo meritano...
2.25 am Le sale del Sundance sembrano proprio quelle del Festival di Roma. Ecco l'ho detto.
2.28 am Finalmente si inizia per davvero. Certo non prima dell'introduzione di John Cooper, direttore del Sundance. Vediamo quanto dura....
2.31 am Tocca di nuovo a Macdonald. Ringrazia tutti per l'ora. Perchè le 18 sono un'ora molto tarda
2.33 am PARTE PER DAVVERO
2.34 am Il logo della casa di produzione di Ridley Scott è uguale identico spiccicato a quello dell'Istituto Luce. Qualcuno dovrebbe dirlo, scommetto che gli uni non vedono i film degli altri e quindi da soli non lo scopriranno mai.
2.35 am Il primo segmento è il più importante, è quello che introduce, spiega e dà la lettura. Inizia con la luna, elementi del pianeta come acqua, vento, poi una donna che dorme in un letto con un neonato. Ok l'associazione è chiara, andiamo avanti. Non è in lingua inglese, lui è ubriaco e sostiene che è il più bel giorno della sua vita. Non sembra recitare. Una donna con fare da strega de noantri sostiene che l'ora tra le 2 e le 3 è la vera cesura tra i giorni (ma è per l'ora legale?). E' tutto girato di notte, con poche luci ma c'è un sacco di gente. Anzi è mattina ma il sole ancora non è sorto. La musica è suggestiva e particolare, chissà chi ce l'ha messa....
2.39 am Manco 5 minuti e già m'ha rotto.
2.42 am C'è un montaggio di molte sveglie che suonano, sono probabilmente tutti video diversi e non uno che ha filmato tanti risvegli. In effetti a pensarci l'idae di iniziaer con un risveglio dev'essere venuta a molti. Chissà se c'è Willwoosh....
2.43 am Padre e figlio giaponesi al mattino, bella casa, incasinata ma bella. Si svegliano si lavano e vanno a dire ciao alla foto incorniciata della mamma. E accendono una candelina davanti ad essa. Effetto tenerezza del bambino che esegue i gesti compulsivamente.
2.45 am Altro montaggio, gente che si lava e si sciacqua. Lo schema è chiaro: video lungo che introduce la sequenza, più montaggio rapido con musica non convenzionale di tutti che fanno quella cosa.
2.46 am Un ragazzo si fa la barba per la prima volta e si taglia. Ripreso con handycam. La marca del regista, oltre al montaggio (che era prevedibile) è la musica che consente la seconda lettura. Forse è il padre a riprenderlo.
2.47 am Ancora un montaggio rapido. Sono i momenti in cui si cucina la colazione. Più che altro uova. Che eroe! C'è uno che si versa il vino e poi munge una capra per farsi il latte. Ha vinto lui. Ma non ci credo che è l'autore del video. Mi puzza di fake.
2.50 am Gente malata. C'è molta gente malata, quelli che vivono a casa, fanno tutto ma poi si vede che hanno attaccate delle boracce che gli fanno la dialisi in tempo reale. Quelle esistenze al limite...
2.51 am Alcune cose hanno i sottotitoli, altre no.
2.52 am Certo la prima valutazione che sorge spontanea è che tutti gli stereotipi, di qualsiasi tipo essi siano, sono veri.
2.54 am Tocca al montaggio di gente che sfoglia il giornale. E poi di nuovo un malato. Stavolta sembra terminale. Potrebbe non arrivare alla fine del video. Magari speravano gli morisse in questo giorno. Il malato chiaramente fa il messaggio di ottimismo "Enjoy life!".
2.56 am E' incredibile come la gente riprenda il proprio paese, le proprie usanze e i propri luoghi nella medesima maniera in cui l'industria del cinema (principalmente americana) li dipinge, cioè con lo stile e la cifra visiva applicata dai blockbuster. L'india è colorata, il giappone è digitale a basso costo, l'america è digitale ad alto costo e la tailandia con immagini pulitissime. Tuti gli stereotipi sono veri.
2.58 am Una giraffa partorisce, un bambino è nato. Un pugno si apre, c'è un pennuto appena nato, di quelli senza piume. Bambini che guardano dal finestrino e/o finestra. E' il momento baby con musica pop che simula una nenia.
3.00 am e la prima mezz'ora è andata
3.01 am Ovviamente le cose che colpiscono di più non sono quelle esotiche (specie se filmate con il solito stile di cui sopra) quanto quelle amene. Una bambina gioca con l'hula-hoop nel mezzo del deserto americano. In silenzio e senza ridere. Anche quello è il pubblico di internet, anzi è quello attivo, quello che si mette e produce, quello più coinvolto.
3.02 am Tocca all'uomo che gira il mondo in bicicletta. Questo vince proprio. Gran narrazione, grande storia. Questo ne ha viste di cose...
3.03 am Finalmente il momento "What is in your pocket?" la domanda a cui Kevin Macdonald chiede di rispondere come dimostrazione di come si viva oggi. C'è per la prima volta un italiano. Un malato. In tasca ha le medicine che gli servono per vivere.
3.04 am O la maggioranza degli abitanti del pianeta è malato seriamente, del tipo che se sgarra muore, o i malati sono i più stimolati a fare cose di questo tipo. Lasciare una traccia di sè.
3.05 am L'ex tossico dipendente americano. Un classico. Vive con un uomo che "l'ha salvato dalla droga ma facendolo ha perso tutto". E in effetti a giudicare da dove vivono non mi sembra improbabile. Bandiera americana in giardino.
3.07 am Ovviamente c'è quello che non ha niente di niente in tasca e si suppone anche nella vita.
3.08 am Ora tocca ai fobici, quelli che hanno l'arma in tasca perchè hanno paura. E peggio delle pistole ci sono solo i coltellacci.
3.20 am In certi momenti sembra Koyanisqaatsi
3.32 am C'è un ottimismo che non è la stessa cosa che si riscontra nei social media. Su twitter, facebook, ma anche nei blog regna la lamentela, il pessimismo e la rabbia. Qui c'è solo felicità, solo vite vissute con passione e ardore, solo persone felici di quello che sono, che sembrano in pace con il mondo.
3.47 am Bambini battono animali domestici. Quasi non ce ne sono.
3.51 am Tocca al momento "Di cosa hai paura?", prevedibilmente toccante. La gente trova delle frasi alle volte veramente incredibili. Anche questa è scrittura per il cinema. Pensare domande che stimoleranno buoni momenti.
3.53 am C'è stato il momento drammatico. molti filmati dall'incidente dalla Love parade, non mi ricordavo fosse stato quel giorno. Ma non cambia molto del succo generale.
4.02 am Chiude una videoconfessione di una ragazza che dice che in tutta la gioranta non gli è successo nulla in questa gionrata mancano pochi minuti a mezzanotte e ha poco tempo per rimanere nelle regole. Ci sono i fulmini dietro di lei ma sembra davvero casuale. Dice che nonostanete non gli sia successo nulla lo stesso vuole "essere" e non vuole essere dimenticata.
4.04 am "Anche se oggi non è successo niente, lo stesso mi sento come se fosse successo" e così si chiude. Amen. Vado a dormire.

27.1.11

BlackBoxTv

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Con il nome ambizioso e forse fuorviante di BlackBoxTV, Tony Valenzuela ha messo in piedi una serie dagli episodi slegati con in comune solo la tematica: paura, perdita, morte e "tutto ciò che mi ha fatto guardare dietro le spalle con timore per tutta la mia vita". A leggerla così sembrerebbe la descrizione di Ai confini della realtà ma con la famosa serie di metà secolo scorso BlackBoxTV non ha troppo in comune.
Se si esclude l'idea base, storie brevi e abbozzate, che mirano a dipingere in fretta contesti tra l'horror e il fantastico poggiando più sull'ambientazione e sullo spunto (data la brevità) che sui personaggi (che cambiano di volta in volta), la serie per la rete si concentra molto di più sul quotidiano, come compete al mezzo. Niente apocalisse, niente fine del mondo, niente grande scenario ma incidenti personali, labirinti mentali e storie talmente piccole e individuali che non avranno altri cantori se non quelli che l'hanno vissuta (sempre ammesso che sopravvivano per raccontarla).

Yattaman (Yatterman, 2009)
di Takashi Miike

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Uno dei mie motti-da-critico preferiti è: "Nel cinema quel che conta è lo sguardo dell'autore", idea tanto bella quanto difficile da riscontrare nella maggior parte dei film. Yattaman ne è l'esempio perfetto.
Dal noto cartone giapponese quasi due anni fa Takashi Miike traeva un film con attori in carne ed ossa. Un regista noto per i suoi toni gore e splatter, per una poetica di dolore e violenza ma anche per una maestria fuori dal normale, che si occupa di uno dei più ingenui, pastellosi e demenziali cartoni nipponici. Il sogno di ogni appassionato.

Il risultato è un film filologicamente molto corretto in cui si trovano tutti i topoi di una serie che faceva della ripetizione della medesima formula in ogni episodio il suo punto di forza. Ci sono le canzoni originali (con i doppiatori originali), i robot e i robottini, le frasi tormentone ("Anche un maialino può salire su un albero quando viene adulato!") e via dicendo, inseriti in una trama un po' più in grande del solito e con un finale identico (anche nell'ultimo shot) a quello della serie.
Ma a fare davvero la differenza tra una cretinata qualsiasi (con l'aggravante del live action) e il bel film metatestuale messo in piedi da Miike, è per l'appunto il suo sguardo cioè cosa veda questo autore nelle storie e nei personaggi di Yattaman.

Poche volte in vita mia avevo visto tanta dissacrazione così ben modulata e inserita nello svolgimento di una trama canonica. Mentre i personaggi fanno quello che ci aspettiamo che facciano il regista si sofferma e mostra quel che pensano, quel che sognano e le piccole espressioni che rivelano stati d'animo complessi, non solo sconosciuti al cartone animato ma più che altro in controtendenza.
Se i protagonisti veri sono sempre stati i tre del trio Drombo, Miike sceglie di dare più importanza del previsto ai due Yattaman, con l'unico scopo di dipingerli come due idioti. Utilizzando un terzo personaggio (una ragazza normale che i due aiutano) come punto di vista, in pochi tratti mette in ridicolo tutte le mossette e le dinamiche senza senso, ironizza sulle loro assurdità e soprattutto sulle arie e la boriosità che li circonda. Gli Yattaman non sono migliori del trio che combattono ma pensano di esserlo.

E' quindi ai Drombo che va la simpatia del regista. Sebbene cretini per carattere i tre hanno sogni idee e aspirazioni (acuto quello di Tonzula disegnato in stile Uomo Tigre, perverso quello di Boiachi che si immagine immerso in giovani liceali in divisa a cui mette lo smalto sulle unghie dei piedi). Sfruttati e insoddisfatti ma anche gaudenti e autentici, i tre sono gli unici a regalare qualche inaspettato momento sentimentale (sebbene sempre mascherato da una forte ironia di fondo).
Certo non è una novità che le simpatie di Miike vadano non tanto ai personaggi dalla morale di ferro quanto ai gaudenti e liberi che vogliono soddisfare le proprie pulsioni invece che reprimerle ma che una cosa simile faccia capolino nell'adattamento di Yattaman è roba da serie A.

26.1.11

Green Hornet 3D (id., 2011)
di Michel Gondry

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La prima cosa che salta all'occhio dopo 10 minuti di Green Hornet 3D (oltre al fatto che si tratta di un 3D postprodotto e poco stupefacente) è che il film poggia tanto sulle spalle di Michel Gondry (che di ogni pellicola che gira fa un film su se stesso) quanto su quello di Seth Rogen, che in questo caso è attore, sceneggiatore e produttore. A fianco alla messa in scena creativa, all'infantilismo sempre presente e ad una certa idea di piccolo sentimentalismo mascherato, c'è infatti quel mondo della commedia adolescenziale di cui Rogen è stato il volto per quasi dieci anni.

Green Hornet è tanto un buddy movie quanto un college movie, tanto un film di supereroi quanto una commedia demenziale. Si fa fatica ad identificarlo in un genere per come spesso la storia devii, prende pause e si concede scarti dal percorso usuale dell'action movie finendo per assomigliare ad un film comico. Ancor più spesso poi le interazioni tra i protagonisti sembrano condizionate più dall'esigenza di dar vita ad una gag che altro (il culmine è nella clamorosa ed inutile rissa casalinga).
Nella sua stranezza Green Hornet 3D ha però il merito di essere rapido, inventivo e molto molto divertente di una comicità che non è certo solo verbale. Ne è esempio perfetto il personaggio di Christoph Waltz che come Hans Landa è capace di far ridere con un'espressione facciale.

Con un certo gusto per la messa in discussione della classica dinamica eroe/spalla (qui è Kato a saper fare tutto ed essere determinante, il protagonista è quasi un peso) e per la consapevolezza dei personaggi di essere tali, questo film di Michel Gondry come già Be Kind Rewind mette in scena il piacere di mettere in scena, il piacere dei personaggi di essere protagonisti di una grande storia che somiglia ai film che si vedono al cinema. Tutto filmato con uno stile sempre più invisibile (le "sequenze Gondry" stavolta sono solo due) e con un'attenzione ai personaggi devastanti e ignobili (Seth Rogen non è lontano dal Jack Black di Be Kind Rewind).
Non è certo l'apice della carriera dello straordinario regista francese ma probabilmente il film di supereroi più interessante dell'anno. E non è poco.

25.1.11

Parto col folle (Due Date, 2011)
di Todd Phillips

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Se c'è una cosa che Parto con il folle fa (e di cui gli storici del cinema non potranno non tenere conto) è aggiungere un nuovo elemento alla lista di rischi che si corrono nel tenere con sè le ceneri dei propri cari estinti. Oltre a far attenzione a non gettarle contro vento (come insegna il Drugo), a non confonderle con la sabbia della lettiera del gatto (come fa Gaylord Fotter) e via dicendo, ora sappiamo anche che non vanno tenute in un contenitore di caffè, specie in casa di persone che hanno finito il caffè.

Intorno a questo fondamentale elemento cinematografico c'è un film che si fonda sulla classica idea della coppia male assortita in viaggio (poco Accadde Una Notte molto Un biglietto in due). Una tipologia di racconto che fa della deviazione e del detour continuo (in un paese dagli ampi spazi che vanno sempre rappresentati al cinema) la dinamica fondamentale, allontanando continuamente l'obiettivo e frustrando la tensione verso il suo raggiungimento attraverso comiche disavventure.
Una versione più banale e classica di quella dinamica di "raggiungimento" che era alla base del precedente, devastante successo di Todd Phillips: Una notte da leoni. Se lì il viaggio degli immaturi macinava pochi chilometri ma molta memoria e il percorso era più conoscitivo che fisico, qui invece si macinano miglia sull'autostrada e alle gag di scoperta dell'assurdo si sostituiscono quelle di avvenimento dell'assurdo. Vedere invece che immaginare.

Ciò non leva che Parto con il folle sia una variazione sul tema del film precedente, che in un certo senso ne cavalca il successo e come spesso capita lo fa con pochissima verve. Non solo lo scemo comico questa volta interpretato da Zach Galifianakis non è all'altezza dell'Alan che ubriacava alla perdizione i suoi nuovi amici (qui nasconde il fatto di aver rubato un portafogli e così scatena l'Odissea) ma anche la spalla perbene, il violento uomo comune di Robert Downey Jr., non sembra assolutamente in forma.

24.1.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
In apertura il resoconto di quel che Ë successo alla conferenza di presentazione dei dati della ricerca IPSOS sulla pirateria in Italia, quella in cui c'era Nicolas Seydoux, il francese che non mi ha risposto.
Sbrigate le pratiche del resoconto si passa ai film e subito si comincia con Qualunquemente, il deludente nuovo film di Antonio Albanese, e poi con il buon Vallanzasca. Si passa poi allo strano Green Hornet 3D e il pessimo Immaturi e l'ancor più pessimo Animals United 3D.


LA PUNTATA DEL 21/01/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Il Grinta (True Grit, 2010)
di Joel e Ethan Coen

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Anche i punk e i dissacratori di professione arrivano ad un punto nella loro carriera (se vivono sufficientemente a lungo) in cui cantano Strangers in the night senza distorcerla e solitamente lo fanno bene. I fratelli Coen, che della mescolanza dei generi sembravano aver fatto una regola e che sono in grado di piegare qualsiasi storia al proprio volere, ora hanno realizzato un western puro e semplice, senza deviazioni.
Rispetto a Il Grinta originale infatti le modifiche sono poche ed essenziali. Scompare il prologo (che è raccontato e non mostrato) e si guadagna un epilogo, in linea con la lettura che danno di tutta la storia, si sposta l'asse del protagonismo verso la bambina e il Rooster Cogburn di Bridges è molto più un disperato, rovinato alcolizzato di quello di Wayne (è più Drugo insomma). Per il resto tutto uguale, compresi ampi tratti dei dialoghi.

La storia è quella di un bambina in cerca di soddisfazione dopo l'uccisione del padre da parte di un criminale. Gli sceriffi hanno altro da fare e dunque si rivolge a chi possa fare il lavoro per soldi. Potendo scegliere va da Rooster Cogburn (detto il grinta in italiano e in originale noto per avere "true grit", vero coraggio), notoriamente il più sanguinario degli uomini di giustizia e lo convince ad accettare il lavoro e portarla con sè con una pervicacia che è l'essenza stessa del film.
Se dunque in generale lo spirito è autenticamente e nettamente western (quelli un po' più complessi di Anthony Mann), rifiutando qualsiasi variazione moderna del genere (ma in sè Il Grinta, con il suo antieroismo, era già moderno all'epoca) i Coen si concentrano su altro. Per farlo, incredibile ma vero, rinunciano anche alla caratteristica numero uno di tutto il loro cinema: l'affermazione di un mondo dominato dalla casualità. Nel loro Grinta la religione è ovunque, regola tutto e alla fine la legge di "giustizia universale" proclamata all'inizio (quella per la quale chi fa un torto dovrà pagare) si avvererà. Tutto risponde ad un ordine che è religioso e reso possibile dalla violenza metodicamente ricercata dalla bambina tanto timorata di Dio.

Il loro interesse primario sembra infatti la morte e la spregiudicata efferatezza del West, come se volessero demistificarlo. Continuamente è sottolineata la presenza dei cadaveri, ognuno di essi si guadagna più di un'inquadratura spesso osservati dalla bambina che si allontana per procedere nel suo percorso. I cadaveri sono tutto ciò che i due continuamente si lasciano dietro, la violenza è tutto ciò che generano con il loro viaggio di vendetta. Non mancano particolari pulp (lingue strappate o inquadrature utili a mostrare la violenza di uno sparo ravvicinato).
Questa dimensione è talmente forte da escludere anche quella che solitamente è la caratteristica principale del West classico, i grandi spazi. Il West dei Coen somiglia moltissimo a quell'altro ovest di Non è un paese per vecchi, medesimi paesaggi, medesima desolazione, tutto il contrario delle verdi montagne dell'originale.
Anche l'epilogo aggiunto non fa che confermare l'efferatezza del mondo western, sia in senso fisico e morale. E come nel libro da cui vengono entrambi i film ci si chiede di chi sia la true grit ("autentico coraggio") del titolo, se di Cogburn o della bambina.

21.1.11

Qualunquemente (2011)
di Giulio Manfredonia

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E' impossibile non notare l'aura di importanza sociale, politica e culturale che il mondo della produzione, distribuzione e critica sta pervicacemente cercando di creare intorno a questo film. Lo si vede dal tono con cui viene approcciato Antonio Albanese durante il consueto tour promozionale su radio e televisioni, lo si vede dalla tipologia di articoli (cronaca e critica) riservati al film e lo si è visto dalla scelta di presentare il film al Nuovo Sacher (un luogo, una dichiarazione d'intenti) con l'aiuto di Piera De Tassis (a Roma) e Gianni Canova (a Milano).

A fronte di tanto spostamento di forze e di surplus di significati Qualunquemente appare ancora più povero di quanto non sia già da solo.
Già intorno al primo film di Giulio Manfredonia (Si può fare) si era creato un movimento che aveva contribuito ad elevarlo da commediola a importante opera italiana, ora questo suo secondo film, che riporta Antonio Albanese in basso, alla comicità paratelevisiva, al macchiettismo, ai personaggi monodimensionali, ai dialetti e alla fica, non si allontana troppo dal modello originale.
Certo Manfredonia non è Massimo Venier o Gennaro Nunziante, non è un qualsiasi mestierante pagato per puntare la macchina da presa sul soggetto che di volta in volta ha la parola. I suoi film (e Qualunquemente non fa eccezione) cercano di avere un umorismo che sia di immagini oltre che di parole, hanno uno stile visivo scelto con cura e intendono la commedia in una maniera più complessa della media. Eppure lo stesso non si ravvisa nulla di ciò che il circolo culturale cerca di comunicare a proposito del film.

Qualunquemente sembra l'esordio al cinema di un comico televisivo (da cui la regressione di Albanese che invece è ormai attore di cinema a sè), gira intorno a 4 battute divertenti rigorosamente mostrate nei trailer o negli spezzoni promozionali e fa una metafora facile, abusata e incapace di aggiungere nulla al già noto su Berlusconi. Un paragone che come al solito parla a chi già è daccordo. Onanismo politico.
Semmai la cosa più interessante è la controparte di Cetto Laqualunque (imprenditore malvivente che si candida a sindaco per impedire che un altro, paladino della legalità, lo diventi). L'altro candidato sindaco rappresenta la politica della legalità, la normalità del paese che si contrappone all'impunità fatta persona, ed è quanto di più triste, smunto, incapace e inerte si possa immaginare. Un maestrino (come lo definiscono) senza appeal, senza personalità e senza fascino. E la cosa peggiore è che dipingerlo in questa maniera non sembra essere un'intenzione del film ma solo la percezione dello spettatore.

20.1.11

The Trashmaster

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The Trashmaster sta al mondo dei machinima come Biancaneve e i Sette Nani sta a quello dell'animazione e Toy Story a quello dell'animazione in CG. L'incredibile sforzo, la riuscita sorprendente e il modo in cui un'opera sola cambia un terreno di gioco, mostrandone il potenziale e allargandone di colpo la base dei fruitori, è assolutamente paragonabile a quel che hanno fatto i due film d'animazione citati. Se poi The Trashmaster sarà anche in grado di dare linfa vitale e potenzialità commerciale al suo genere è ancora da vedersi.
Si tratta di un lungometraggio di 88 minuti, realizzato utilizzando il motore grafico di GTA IV (come tutti i machinima l'autore non ha disegnato né progettato nulla, ha sfruttato ciò che viene messo a disposizione), che racconta la storia noir e metropolitana di un vigilante solitario che fa il netturbino. Nella sua filosofia raccoglie tutta la spazzatura, sia quella dei cassonetti che quella umana.

Animals United 3D (Die Konferenz der Tiere, 2010)
di Reinhard Klooss e Holger Tappe

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Nel lavoro che faccio non esiste la nozione di "incidente sul lavoro". Ma capita di dover vedere dall'inizio alla fine (senza dormire!) film come questo.
Cinema d'animazione paneuropeo a firma tedesca. Gli autori sono quelli di Impy, successo di nicchia per il pubblico molto infantile, e ora Animals United cerca di ripetere la formula tenerezza con un film tutto animalismo ed ecologismo facile (sembra di essere negli anni '90), con al centro animali teneri e simpatici.
Cosa buona per gli amanti del genere ma pessima per chi vede di cattivo occhio queste operazioni. Chi scrive appartiene al secondo gruppo.

Si tratta di animazione CG e 3D a tutti i costi, cioè di prodotti che potevano essere in due dimensioni, potevano non essere in 3D e potevano non avere per forza questo taglio, ma che alla fine hanno queste caratteristiche perchè funzionano.
Un film tedesco a fattura europea che presenta personaggi con dilemmi e problematiche personali da cinema americano (il mito del vincente, la figura paterna traballante...). Un film in tre dimensioni con davvero poca profondità. Un film animato al computer (a costi e quindi qualità non a livello di quelle americane) che non si fa forza delle specifiche e delle potenzialità di questo mezzo.

E la storia non regala sorprese ulteriori. La base è un libro Erich Kästner titolato “La conferenza degli animali” ma la storia devia da quel corso per inseguire suggestioni da Madagascar e L'Era Glaciale. Siamo dalle parti del pacifismo e dell'ecologismo senza ragioni, quello che mette in scena situazioni irreali per quanto estreme (multinazionali oltre ogni limite di grettezza e bambini con la scintilla di speranza ecologica negli occhi) per trarre morali a quel punto scontate ma che non danno conto della complessità delle situazioni reali. La giustificazione è sempre quella: "Ma è un prodotto per bambini", fortunatamente con i sublimi prodotti per bambini che vediamo uscire in questi anni la scusa non regge più
Intuizioni zero. Comicità a basso costo e basso sforzo tanta.

19.1.11

Vallanzasca - I knew better

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Esce questa settimana Vallanzasca, qui se ne parlò ai tempi della Mostra di Venezia.

18.1.11

127 Ore (127 Hours, 2010)
di Danny Boyle

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POSTATO SU
Danny Boyle ha fatto la cosa più sensata da farsi dopo un successo planetario e multimilionario come The Milionaire. Ha preso cioè un rischio che prima (e forse anche dopo) nessuno gli avrebbe fatto correre per realizzare un progetto a cui probabilmente teneva ma che in cuor suo sapeva essere impossibile da finanziare.
E non aveva torto. Si racconta la vera storia di uno scalatore amatore, un ragazzo qualunque che i weekend fa escursioni nei canyon in totale solitudine. Un incidente banale, una scivolata e finisce in una strettoia con un masso che si incastra tra due pareti bloccandogli una mano. Il masso lo terrà lì inchiodato per 127 ore fino a che non prenderà la più estrema delle decisioni.

127 Ore non è però un film claustrofobico o un esperimento di regia in tempo reale come era Buried. Si concede molti flashback, molte sequenze oniriche, una lunga parte che porta al disastro e molti momenti in cui la realtà si altera per mostrare la percezione sempre più disperata del protagonista. Che poi è uno dei pezzi forti del repertorio del regista assieme ad una narrazione rapida grazie ad un montaggio serrato.
Il risultato non è esaltante per nulla. 127 Ore si dipana tutto per opposizioni logiche con una certa metodicità. Caldo/freddo, ampi spazi/strettoie anguste, folla/solitudine, natura/tecnologia e via dicendo. E una gran parte del film la fanno i dispositivi di ripresa. Si insiste parecchio su come il protagonista si riprenda di continuo (anche prima dell'incidente) mostrando le tecnologie digitali (videocamere e fotocamere) come dispositivi di conferma della realtà. Mi riprendo perchè sono vivo e sono vivo perchè lo testimonia la ripresa.

Temi fortemente registici per un film che non punta davvero sui contenuti quanto sulla messa in scena (in certi momenti veramente fantasiosa come solo Boyle sa fare). Ci sono delle scelte acute, come la fotografia dai colori molto saturi che incastra l'uomo nella natura desolata (pochissimi animali si affacciano), sequenze in time lapse a la Koyanisqaatsi per opporre alla solitudine la folla e alcuni accostamenti musica pop/immagini ardite e in contrasto.
Anche la violenza dell'atto finale è trattata con soluzioni e idee anticonvenzionali e molto ricercate. Ma alla fine Boyle carica talmente tanto la storia da tralasciare l'elemento umano e 127 ore dopo poco diventa un film in cui il regista si mette davanti al personaggio, uno showreel delle idee di Boyle con una trama pretestuosa e francamente noiosa.

17.1.11

Cellulite e Celluloide - Il cinema su Radio Rock

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Il consueto podcast settimanale della trasmissione in onda su RadioRock (106.600 FM) ogni venerdì alle 19.45, che vede ai microfoni oltre a Prince Faster anche il sottoscritto sotto lo pseudonimo di Gabriele Vasquez.
Con la consueta polemica sul ritardo si apre la nuova puntata. Riconosciuta la mia ragione sulla polemica si passa subito a decantare le lodi (commerciali) della clamorosa settimana di esordio di Che Bella Giornata.
La rassegna dei film in uscita si apre con la recensione distruttiva (di Prince Faster) di Skyline, con i film da me visti invece si comincia con il terribile Orso Yoghi per proseguire con il mediocre Vi presento i nostri e La versione di Barney, carino soprattutto per lo straordinario personaggio protagonista.


LA PUNTATA DEL 14/01/2011

Pur non essendo di Roma o dintorni potete godere anche voi di queste perle radiofoniche sottoscrivendo i podcast come più vi aggrada. O consultare l'archivio.

Tamara Drew - Tradimenti all'inglese (Tamara Drew, 2010)
di Stephen Frears

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Basterebbe dire che Stephen Frears, regista tra i più lucidi, interessanti e piacevoli degli ultimi 20 anni, solitamente bravissimo a trovare e scegliere ottimi copioni da riportare in immagini con rara abilità, da un paio di film a questa parte ha scelto meno bene del solito.
Tamara Drew (tradimenti all'inglese????) è tratto da una graphic novel e sebbene presenti una storia ad intrecci in uno scenario confinato (una villa/ritiro spirituale per scrittori immersa nella campagna), come si conviene alle migliori commedie inglesi, finisce per essere un buon filmetto e nulla più.

Nonostante infatti alcuni momenti divertenti e alcune idee di regia che riescono a infondere vita a parti di sceneggiatura non fenomenali, lo stesso il film è poco più di una commedia garbata, che forse solo nel ritratto sincero delle due adolescenti ha un punto di verità.
Il resto è materia da albo della commedia classica: coppie in crisi, mariti infedeli, aspiranti scrittori, giovani ribelli e rudi gentiluomini di campagna. Tutto secondo le regole prefissate, tutto senza guizzi ma con l'ordinaria abilità di chi fa film (per il cinema o per la televisione) dalla fine degli anni '60.

Dopo una prima fase della propria carriera in cui sembrava fare dello sgarro la regola e una seconda da mestierante d'eccezione, al servizio di produzioni importanti, ora Frears sembra incapace di trovare stimoli sinceri in prodotti di mezza via, nè incazzati, nè importanti.
Una sorta di terza via truffautiana, che non trova però il miscuglio tra raffinata leggerezza e tocco personale che erano del regista francese.
Dove sia la mano personale di Frears in questa commediola ben diretta è difficile a dirsi.

14.1.11

Immaturi (2011)
di Paolo Genovese

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C'è modo e modo di cavalcare il fascino del nostalgico al cinema.
Ottenere la facile adesione di una generazione, di un gruppo sociale e di una categoria umana (al pari di altre che possono identificarsi) è un obiettivo succulento che la nostalgia può aiutare a raggiungere con poco e in fretta. Per questo è un espediente amato dal pubblico e pregiudizialmente odiato dagli snob, che al facile prediligono sempre il difficile. Ma c'è un limite a tutto.

Immaturi è un film che aggredisce la nostalgia con la medesima violenza con cui i film di Natale aggrediscono l'umorismo gretto. Tutto è in funzione di essa e ogni momento ne prepara uno di poco seguente in cui una musica struggente e alcune immagini al rallentatore, aiutate da una voce fuoricampo che vuol essere suadente, ricordano i bei tempi andati. Altro davvero non c'è. Espone una filosofia da spot pubblicitario a basso costo allungata a film senza curarsi dello svolgimento drammaturgico di una trama.

E dire che la storia è anche interessante e carina. Un gruppo di quasi 40enni a loro modo (non) inseriti nel mondo lavorativo-sentimentale ricevono un avviso dal Ministero della Pubblica Istruzione che li obbliga a rifare l'esame di maturità. E' stato scoperto un illecito che invalida la prova sostenuta all'epoca e tutta quella generazione dovrà tornare sui libri se rivuole il diploma. L'esigenza di rimettere mano a quegli studi porterà con sè anche il ritorno ad uno stile di vita, sentimenti, idee e pulsioni adolescenziali in realtà mai sopite.

Questa trama a metà tra il fantastico e il nostalgico poteva anche regalare delle perle ma Paolo Genovese (che oltre a dirigere è anche soggettista e sceneggiatore unico), confeziona un racconto che va in cerca d'altro, fatto di immediate banalità e facili ruffianerie, oltre ogni umana sopportazione. E il peggio è che in quanto ruffianeria il pubblico gradirà.
Scene slegate, clamorosi buchi di trama, personaggi implausibili dalle reazioni assurde e una recitazione pessima (anche da parte di attrici altrove bravissime come Barbora Bobulova), sono infine il condimento di un film che già a Gennaio possiamo definire come uno dei peggiori del 2011.