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28.8.13

Gravity (id., 2013)
di Alfonso Cuaròn

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
FUORI CONCORSO

PUBBLICATO SU 
Poche persone sanno muoversi nel mondo del blockbuster americano come Alfonso Cuaron, autore di film personali in patria (Y tu mama tambien) e poi in America regista sia di film su commissione (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) che di opere audaci (I figli degli uomini), sempre in grado di dare agli studios quello che vogliono senza cedere un passo su quel che interessa a lui. Gravity è l'ennesimo esempio di questa dottrina e una delle punte più alte del suo cinema.

Nello spazio non si sente niente, nè c'è vita. Lo ricorda il regista con un cartello prima che inizi il film che, come è facile capire dal trailer, ruota intorno a due astronauti soli, alla deriva, nello spazio, è un surviving movie, un film sull'epica individuale che, come spesso capita nei film con due soli attori, usa due personaggi per parlare della razza umana. Agli studios Cuaron dà la più classica delle storie di riscatto interiore attraverso una peripezia esteriore (uno dei due astronauti ha nel suo passato dei traumi relativi alla morte che non riesce a superare), e per sè tiene un ritratto della specie umana impressionante, ci sono momenti in cui l'uomo è a contatto con gli elementi, il sole, la sabbia, l'acqua ma anche il vuoto che hanno dentro il miglior Malick.
Gravity, in ultima istanza, è un film sull'istinto di sopravvivenza, un film di sensazioni che ruota intorno alla tenacia e alla voglia di vivere, fortissima, estrema come estreme sono le condizioni (la deriva eterna nello spazio è lo spauracchio, fate voi), un film che per ogni momento simbolico e rarefatto sa proporne due di tensione, che per ogni volo intellettuale ha un botto.

Poteva essere un buon blockbuster invece è uno eccellente perchè Cuaron, con i suoi lunghi piani sequenza, la sua costante profondità di campo (ci sono dei dettagli nello sfondo, come detriti che annunciano una tempesta o improvvisi raggi di sole nell'oblò che davvero fanno la differenza) e la sua determinazione, realizza un film di lacrime e sangue anche se non si vedono nessuna delle due, un lavoro di carne concreta (le poche volte che Sandra Bullock si leva la tuta spaziale è ripresa con uno sguardo carnale e una tensione erotica totalmente fuori luogo eppure fortissimi), che guarda ammirato la natura, come sempre bellissima e mortale, là dove la natura è lo spazio o il pianeta Terra nel suo complesso, visto da lontano.

Come è facile intuire si tratta di un film interamente in computer grafica, in cui nulla è vero e dove la suddetta natura splendente è totalmente finta, un film in 3 dimensioni colmo di vuoto. La dimostrazione ultima (ma davvero ce n'è ancora bisogno??) che un cinema interamente digitale non ha niente da invidiare ad uno interamente reale, perchè alla fine è pur sempre luce proiettata su uno schermo.

8 commenti:

giulai ha detto...

Quando è finita a mollo ho pensato: "se adesso se la mangia uno squalo mi alzo in piedi e applaudo finché non mi cacciano."


Gabriele Niola ha detto...

davvero non ti piacque?


giulai ha detto...

allora:
1. è stato il mio primo film in 3d (ieri sera): sono totalmente innamorata del 3d!
2. fichissima la prima parte, ansiogena, angosciante, combattiva, etc. Se andassi alla deriva, mi ucciderei immediatamente.
3. alla fine pensavo "va bè ma che sfiga cazzo!"
4. Sandra Bullock immensa
5. Forse mi ha fregato il fatto che lo descrivevano come un film metafisico, con un milione di livelli di lettura che solo le menti più fini avrebbero colto. Il senso mi sembra bello e molto immediato, e non sono una mente finissima.
6. Quando se ribeccamo per andare al cinema?


Gabriele Niola ha detto...

1. Ahimè non tutti i film in 3D sono così perfetti. Questo è uno dei migliori
2. Daccordo 100%, la paura di una cosa che è totalmente aliena alle nostre vite ma concreta
3. Si quello l'ho pensato anche io quando finisce in acqua però poi quando c'è la parte della risalita che finisce con lei in piedi ho goduto troppissimo, cioè l'essenza di essere attaccati alla vita
4. E soprattutto gnocca a quell'età
5. secondo me lo è. E' sia una cosa molto immediata e commerciale, sia specie nella seconda parte una cosa che va proprio alle radici dell'istinto di sopravvivenza, una cosa di esseri umani e ambiente (spazio incluso) l'epica della salvezza personale. E poi c'è pure lo spazio come luogo assurdo e metafisico in cui c'è il vuoto e quindi praticamente è come viaggiassi dentro di te per scoprire cose tue personali.
6. Tocca a la vita di adele mo'. Che film pure quello. Tutti mo' stanno a uscì, tutti insieme.


Anonimo ha detto...

io non riuscivo a guardare quel naso a punta e le labbra Minetti-style.

mapperchè?!?

Paolo


Gabriele Niola ha detto...

Lo stai chiedendo a me?


Fabio ha detto...

Visto stanotte. Il film è bello, ma mi aspettavo un capolavoro dopo aver sentito parlarne bene da tutti. Non conosco l'autore; prendo per oro colato quello che dici tu quando spieghi che comunque doveva realizzare un blockbuster con componenti e temi personali.
Tuttavia secondo me non si allontana abbastanza da un "Mission to Mars" (che forse per primo proponeva manovre spericolate fatte in orbita) visivamente più raffinato, e Clooney è troppo guascone (ma io l'ho visto doppiato).

Durante la visione poi sono stato disturbato dal pensiero che la recente critica femminista troverebbe tremila ragioni di lamentarsi di questo film e sono giunto alla conclusione che non devo ascoltarle più.

Geniale la Bullock che trova la prima salvezza nella stazione e si rannicchia in posizione fetale. C'è pure un cavo che sembra un cordone ombelicale.
Come film sull'umanità e sulle sue condizioni proprio "fisiologiche" di sopravvivenza ci ha preso in pieno.


Gabriele Niola ha detto...

Che infatti secondo me è la vera lettura del film


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