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6.1.15

Il meglio e il peggio del 2014

Come l'anno scorso alla consueta lista del meglio dell'anno passato accompagno anche quella dei film migliori tra quelli che poi non sono mai usciti nel nostro paese (la cosìddetta "lista torrent"). Infine non può mancare la lista del peggio (così, per farsi dei nemici).

L'anno scorso c'era da notare quanto fosse stato un anno straordinario, quest'anno non è stato sullo stesso livello (addirittura per il 2013 era stata necessaria una top20 invece che top10) ma comunque di eccellente qualità.

Il meglio
10. Melbourne
Asghar Farhadi con Una separazione ha creato un piccolo solco nella storia del cinema contemporaneo e consacrato uno stile di racconto (quello che oscilla tra due posizioni in un medesimo scontro di idee per confondere la posizione che lo spettatore desidera prendere). Ne stanno risentendo un po’ tutti ed è normale quindi che i primi a conformarsi siano i registi iraniani. Nima Javidi ha sicuramente rubato molto dal film di Farhadi (in primis il protagonista), lo stesso però Melbourne è un film riuscito e potente, minimalista (si svolge in un ambiente solo) e intelligente, in cui il mood paranoico è più importante ancora degli eventi cui assistiamo.

9. Italy in a day
Non è un’idea originale, tuttavia la maniera in cui Salvatores e il suo team hanno scelto e montato le diverse clip pervenutegli ha di molto superato l’originale Life in a day. C’è tantissimo in questo film fatto di video generati dagli utenti, molto sul paese, sulla razza umana e molto anche di incredibilmente semplice. Il viaggio di Salvatores si sofferma su momenti di evidente e commovente umanità come non era scontato aspettarsi.

8. Lei
Non è la storia d’amore con un computer, è l’elaborazione della fine di un altro amore (visto nei flashback) attraverso una storia passeggera. Non è un’affermazione dell’eccessiva pervasività della tecnologia nelle nostre vite ma un inno al romanticismo di tutto ciò che è falso (vedasi anche la tenerezza del videogioco volgare). Non è un film melenso ma anzi uno molto sagace. Lei, è un piccolo capolavoro di pensiero divergente rispetto alla massa, uscito da Hollywood.

7. Due giorni, una notte
Nei film dei fratelli Dardenne c’è sempre un intreccio nel senso stretto del termine, un fatto, un evento o un mistero che tiene annodati dei personaggi che cercano di liberarsi. Stavolta è Marion Cotillard che cammina di porta in porta, di casa in casa per chiedere ai suoi colleghi di non votare per il suo licenziamento ma in questo percorso lineare c’è di nuovo il nodo di un sistema e di regole che non vanno accettate per forza. Un cinema tutto corpi in movimento e parole, minimale nella messa in scena ma complesso e sofisticato nella pianificazione. Eccezionale.

6. All is lost
Era da molto che non si vedeva un film così deciso e duro, che ha la sua forza nella presa di posizione realista di non far parlare il protagonista per tutto il film e di comunicare solo con il rapporto che esso, in ogni inquadratura, intrattiene con il paesaggio in cui è confinato suo malgrado (la sua barca a vela si è bucata ed è solo in mezzo all’oceano indiano intento a sopravvivere). Un tour de force che riempie gli occhi.

5. Si alza il vento
Si potrebbe non finire mai di incensare quest’opera evocativa e audace, in cui Miyazaki si confronta con le proprie idiosincrasie e in cui opera una sintesi di invidiabile serenità tra molte spinte diverse del proprio animo. Eppure, come tutti i veri grandi capolavori, Si alza il vento nel parlare di Miyazaki (attraverso Jiro Horiskoshi) racconta dei contrasti interni di chiunque.

4. Mommy
Ci voleva un film come Mommy e una consacrazione a Cannes perchè anche in Italia si distribuisse Xavier Dolan. Bene così. Più si viene a sapere che nel mondo c’è qualcuno determinato a raccontare le cose più difficili (un rapporto di amore filiale che flirta con l’odio) nella maniera più irruenta e con idee diverse da solito meglio è.

3. Boyhood
Che fosse destinato ad entrare nella storia del cinema lo sapevamo anche prima di vederlo, essendo stato girato in 12 anni con attori (e quindi personaggi) che invecchiano realmente. La vera sorpresa è che un film così difficile da fare abbia anche una narrazione poco convenzionale e tremendamente coinvolgente. 12 anni nella vita di un bambino e poi ragazzo americano narrati attraverso i momenti meno importanti, nessun evento clamoroso, solo discorsi e incontri come tanti altri. Singolarmente vogliono dire poco, aggregati sono fondamentali e dipingono una parte di una vita.

2. A proposito di Davis
È probabilmente questa la vera missione del cinema, riuscire a comunicare quello che a parole non si può dire. Non c’è un discorso che possa rendere quel che sta alla base di A proposito di Davis, ci vuole una storia messa per immagini per riuscire a dirlo. Che nella vita non c’è un vero ordine, che alle volte qualcosa sembra accanirsi contro l’uomo come contro una povera volpe ma non c’è niente di preordinato e che esiste un generale senso di ordinaria ingiustizia nell’esistenza di chiunque, una mestizia nel dover venire a patti con l’accanirsi degli eventi che è triste e normale al tempo stesso.

1. The wolf of wall street
Ci può essere evento più lieto del ritorno ai suoi massimi livelli di uno dei massimi cineasti della modernità, uno dei migliori e più infaticabili sperimentatori nel manovrare la messa in scena e contemporaneamente uno dei più lucidi a leggere il presente?
La vita di Jordan Belfort è un’odissea di piacere, un’orgia eccessiva di denaro, successo, donne, sesso e droga di stupefacente varietà e depravazione, immersa in un mondo finanziario che va nella medesima direzione. Gli anni che hanno preceduto e causato la crisi odierna sono raccontati con uno stile frenetico e imbizzarrito che solo Scorsese e Thelma Schoonmaker potevano controllare a questa maniera. The wolf of wall street non racconta gli eccessi di bulimia vitale, li mette in scena con terrorizzata partecipazione alla stessa maniera in cui nei dipinti cattolici si mostrano i più abietti peccati: per shockare e affascinare, attirare e spaventare al tempo stesso.

Il meglio tra i film non usciti in Italia
10. For some inexplicable reason
L’avevate mai vista una commedia ungherese? Noi no, è stata una sorpresa. Divertente, rapido, arrabbiato e giustamente naive, cinema adolescenziale fatto benissimo e pieno di senso. Improbabile sia distribuito.

9. Eden
La storia di un ragazzo che vorrebbe fare il dj negli anni dell’esplosione del french touch (la corrente musicale cui appartengono anche i Daft Punk). Quasi ventanni nella vita di una persona tra tentativi e aspirazioni con una delicatezza di tocco impressionante. Dovrebbe essere distribuito.

8. A girl walks home alone at night
Vampiri iraniani. L’idea è geniale perchè senza senso e non vuole averlo ma il film è serio. La regista Ana Lily Aminpour gioca con l’estetica vampiresca (il chador come il mantello di Dracula) per raccontare una ragazza un po’ hipster in un desolato Iran. È cinema prima estetico che di contenuto, un bianco e nero da Jarmusch ma idee da Alfredson. Difficile venga distribuito in Italia.

7. In the basement
Che succede negli scantinati austriaci? Ulrich Seidl ha girato il suo paese esplorando gli scantinati e i loro abitanti, quel che ha scoperto è un’umanità al limite, coperta da un velo di perbenismo e presentabilità che nello scantinato pratica l’impraticabile, sostiene l’insostenibile e dà sfogo a tutto quello che in superficie non è accettabile. Potrebbe uscire in Italia.

6. Dearest
Senza dubbio il melodramma dell’anno. Dalla Cina ci arriva questa storia di rapimenti di bambini, un tema che già gli americani hanno trattato in lungo e in largo ma che qui, dopo una prima parte convenzionale, ha un twist inatteso che sconvolge tutto, rivolta il film come un calzino, strizza il cuore dello spettatore e mostra (più che dire) come non ci siano mai torti e aguzzini chiari. Improbabile una distribuzione italiana.

5. The golden era
Mai avrei detto mi sarei tanto emozionato per la vita di una poetessa cinese. Del resto al volante di questo film biografico classico c’è Ann Hui, la regista del capolavoro A simple life. È l’unica regista nella mia memoria cinefila che abbia mai girato un biopic come si deve, l’unica ad aver comunicato quel che dovrebbe essere l’obiettivo di tutti: la straordinarietà di un’esistenza. Difficile sia distribuito da noi.

4. Black coal, thin ice
Un giallo che si estende per diverse decadi, una storia di provincia cinese nera come non se ne fanno più in occidente. Forse non abbiamo quei problemi, forse non siamo più come sono loro oggi, fatto sta che storie di un’umanità così disperata e meschina non se ne vedono da noi. Per fortuna ci sono ancora i cinesi. È probabile che non lo vedremo mai in questo paese.

3. The Babadook
Senza dubbio l’horror dell’anno. E l’ha girato una donna, sesso solitamente ai margini di questo genere che invece qui lo prende e lo ribalta. Sono moltissimi i clichè sfruttati e abbandonati in questo film, Jennifer Kent ti conduce là dove ogni film horror vuole andare, nei territori della paura vera e poi, fa quello che non fa nessuno: torna indietro. Si trema di terrore senza i soliti espedienti in The Babadook ma quando il film sarà finito non avrete più paura. L’horror piega la quotidianità in questo film, mostra il rimosso che si annida dietro gli angoli ma poi, ed è incredibile, lo combatte nel suo terreno. Epico. Si spera in una distribuzione nostrana.

2. Whiplash
È stato l’evento della Quinzaine dell’ultimo festival di Cannes, è uno dei film indipendenti più di successo dell’anno, sfrutta la dinamica eterna di Rocky (superare i confini del proprio corpo per una vittoria che è tutta della testa) per dire quello che nessun film si azzarda mai a dire perchè contrario alla morale comune: “Se vuoi eccellere devi abbandonare tutti, perchè gli altri sono mediocri e ti trascinano verso il basso”. Nessuno mai aveva reso così appassionante la batteria jazz. Dovrebbe arrivare in Italia.

1. The fake
Un film così disperato io non l’avevo mai visto. Io non avevo mai visto nessuno realizzare una storia di soli villain, in cui il protagonista (il personaggio che seguiamo mentre tenta di smascherare una setta cristiana che sfrutta la creduloneria di un paesino di provincia per denaro) è il peggiore di tutti. Non parliamo di “antieroe” all’americana, apparentemente cattivo ma dotato di un suo codice che lo rende comunque un buono, quanto di un bastardo che picchia selvaggiamente e senza ragione la figlia adolescente a pugni in faccia. E tutti gli altri che vediamo agire non sono migliori.
The fake è un pugno nello stomaco che non si dimentica, un film che inizia con un cane bastonato senza un perchè e termina con il più imprevedibile e massacrante dei finali per affermare che gli uomini sono la cosa peggiore che esista. Ah! Dimeticavo: è un cartone animato. Motivo per il quale non lo si vedrà mai in questo paese.

Il peggio
10. Maps to the stars
Contestatissimo ma anche molto amato, l’ultimo film di David Cronenberg, nonostante vanti una sparuta nicchia di ammiratori agguerritissimi, rimane una delle sue opere meno clamorose e per tantissimi versi un film sciatto e piatto. Un autore che ci aveva abituato ad audacia ed immagini indelebili ha girato un film pieno di velleità inconcludenti e totalmente dimenticabile (se non proprio già dimenticato).

9. Under the skin
Anche qui gli ammiratori del film ci sono e sono pronti a menare. La fantascienza autoriale di Jonathan Glazer, in cui Scarlett Johansson è un alieno nella pelle di un’umana che seduce uomini scozzesi per poi scoprire se stesso, parte con le migliori intenzioni ma si arena subito nella noia. Alla fine di fantascienza reale ha pochissimo, solo i presupposti, mentre preferisce rimestare le acque di un cinema indie e autoriale senza avere la capacità di raccontare quel che desidera.

8. I pinguini di Madagascar
Nella guerra degli spin-off (uscirà tra poco anche quello sui Minion di Cattivissimo Me) questo doveva essere quello divertente sul serio e capace di parlare anche ad un pubblico adulto. I personaggi sono i più originali della serie, hanno una comicità molto particolare (dei vincenti che risolvono ogni situazione creando più caos del necessario) e sfruttano il linguaggio più classico dell’animazione, quello dell’accumulo di eventi in stile slapstick. Hanno la velocità dei Looney Tunes e la demenzialità dell’umorismo moderno, ma nel film non c’è traccia di tutto questo. È un episodio televisivo di una banale serie per bambini. Terribile.

7. La foresta di ghiaccio
Emir Kusturica attore in una coproduzione internazionale sotto il segno del cinema d’autore. La foresta di ghiaccio appartiene ad una tipologia ben precisa di cinema italiano che negli ultimi anni produciamo sempre di più: “il finto film di genere”. Si prende una trama che appartiene ad un genere di grande appeal e possibilmente molto duro (thriller, spionaggio, poliziesco, noir…), si introducono i personaggi con una certa aderenza a quel che sarebbe lecito aspettarsi e poi si devia da tutto, soprattutto dalla durezza, per finire a fare il “solito cinema d’autore italiano” scialbo e innocuo, in cui ogni asperità è smussata. Qui in particolare c’è un’implausibilità di fondo nei volti e nei corpi che dovrebbero essere montanari, unita ad una mollezza nell’intreccio e nel ritmo che lo rendono inguardabile.

6. …e fuori nevica
Non sono pochi gli amanti della commedia che Vincenzo Salemme portò a teatro nel 1995, di certo il film uscito quest’anno che la adatta per il cinema è uno dei peggiori che si siano visti. Manca totalmente di forza comica, i dialoghi spenti sono recitati in maniera raffazzonata e a tirar via, l’intreccio è raccontato con un semplicismo fastidiosissimo e qualsiasi risvolto più drammatico è annacquato in un mare di noia ruffiana.

5. La buca
Cosa sia successo a Daniele Ciprì non è chiaro. Come sia stato possibile passare da È stato il figlio, uno dei film migliori della sua stagione, una commedia originale, cattiva, piena di senso e cose da dire, a La buca, pasticcio favolistico incapace di divertire o anche solo di avere un obiettivo chiaro, è un mistero. Pensata come un’opera sopra le righe, La buca è un coacervo di intenzioni poco comprensibili in una storiella esile e inutile, in cui la recitazione stralunata (che dovrebbe essere una delle armi che la rendono originale) fa più danni che altro.

4. I, Frankenstein
La rilettura della creatura di Mary Shelley era fin dall’inizio pensata all’insegna del coatto, una modernizzazione che passa per l’introduzione di dinamiche fantasy che niente hanno a che vedere con il romanzo e che suonano assurde (una guerra tra demoni e gargoyle che si svolge nel mondo moderno). Ma la cosa che proprio affossa il film più di ogni altra (anche più di un’azione generica e senza personalità) è il fatto che Frankenstein non sia tale, che non abbia quasi nulla del personaggio originale. Al suo posto poteva esserci un qualsiasi altro essere senz’anima e niente sarebbe cambiato. Addirittura anche il trucco è sbagliato, Aaron Eckhart è pieno di cicatrici mentre Frankenstein ha delle cuciture che tengono insieme pezzi provenienti da cadaveri diversi.

3. La luna su Torino
I ragazzi moderni immaginati da qualcuno che non li conosce e pretende di rappresentarli. Appassionati di anime erotici che li chiamano “manga”, ragazze che ne sanno di più e si vantano di non voler vedere Spider-man perchè amano solo il cinema muto, eterni disoccupati che però si possono mantenere alla grande, citazioni coltissime sparate senza nessun riferimento reale alla storia narrata, senza nessuna esigenza che non sia l’esibirle, c’è tutto il peggio del cinema che si autoetichetta come intellettuale senza esserlo in La Luna su Torino. I film che non vorremmo vedere.

2. Amici come noi
C’era da aspettarselo, Pio e Amedeo già sono tristi a sufficienza in televisione, il passaggio al cinema, dove il grande schermo ingigantisce tutti i difetti e le incompetenze, non poteva che portare ad un umiliante disastro. Amici come noi non lo è stato dal punto di vista degli incassi (circa due milioni e mezzo, non un trionfo ma una cifra dignitosa) quanto da quello qualitativo. Che fosse un film fatto male è probabile che fosse messo in conto dalla produzione stessa, ma erano anni che non si assisteva ad un’opera con così poche idee proprie per le battute e le gag e così tanto riciclo dei soliti espedienti. Mancavano le torte in faccia.

1. Tutto molto bello
In anni in cui i cinepanettoni chiudono bottega rimangono pochissimi ultimi alfieri di quel tipo di “brutto cinematografico”. Film volgari senza essere eversivi (magari fossero volgari come quelli dei fratelli Farrelly!), sottilmente omofobi e razzisti, grossolani e provinciali nella mentalità ormai li fa solo Massimo Boldi (un partigiano di quel genere) e ha da poco cominciato a farli Paolo Ruffini. Dopo aver militato in alcuni tra gli ultimi cinepanettoni ufficiali ed essersi fatto le ossa con i migliori (cioè i peggiori) è passato in proprio con Fuga di cervelli, un successo che ha dato vita ad un altro film che addirittura pretende la commozione dello spettatore nel finale. Già i cinepanettoni erano di una bruttezza offensiva, questi sono anche fuori tempo massimo.

9 commenti:

Cthulhu84 ha detto...

The Fake mostra ancora di più di The King of Pigs quanto al regista interessi mostrare (Con tutto il disprezzo possibile) la debolezza insita anche negli uomini peggiori.
Grandissimo film, al netto di qualche ingenuità narrativa. Finale al solito devastante.


Gabriele Niola ha detto...

ma vale pure king of pigs?


Cthulhu84 ha detto...

L'animazione è orrenda, si vede che il budget era quasi zero (anche se in un certo senso la legnosità e le animazioni minimali potrebbero starci, esteticamente parlando), ma le tematiche sono molto simili e in un certo senso si perde meno in chiacchiere rispetto a The Fake. Finale anche qua nichilista, con una bella mazzata nel prefinale.
In più si trova facile, per cui...


Gokachu ha detto...

Tutti i film di Béla Tarr sono commedie tranne Il cavallo di Torino (lo dice lui). Quindi di commedie ungheresi ne ho viste parecchie :)


Gabriele Niola ha detto...

Già
ricordo ancora le matte risate con Le armonie Werckmeister


Gokachu ha detto...

Per quanto paradossale ha qualche ragione, si sorride in tutti i film tranne che in Turin's Horse. Ecco, a distanza di tempo ho qualche dubbio giusto su Damnation. Certo è come dire che Amelto è una commedia perché ci sono i buffoni, tipo i due becchini o Rosencrantz e Guilderstern


Gokachu ha detto...

(la scena dei due becchini è peraltro più divertente di qualsiasi scena presente in qualsiasi commedia scespiriana)


Gabriele Niola ha detto...

Più che altro perchè una commedia non è un film in cui si ride ma uno che ha la struttura narrativa della commedia. In pulp fiction si ride molto più di tutte le commedie italiane degli ultimi 10 anni, lo stesso non è una commedia


Fabio ha detto...

In radio hai citato i Guardiani della Galassia e qui no. :(

Devo recuperarmi quello con Scarlett Johansson che fa il sistema operativo.
Bella classifica, grazie. Un blog di pubblica utilità.


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