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22.4.15

Avengers: Age of Ultron (id., 2015)
di Joss Whedon

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Joss Whedon l'ha fatto di nuovo. Sembrava irripetibile l'equilibrio raggiunto da Avengers tra spensierata superficialità, lampi di intimismo sconosciuti al cinema da supereroi, ironia ricercata e ampie pennellate di azione a grana grossa e potenza distruttiva digitale, invece Whedon da quell'esperienza ha tratto una formula, ha codificato il segreto del suo Avengers rendendolo ripetibile (almeno da parte sua). Age of Ultron dunque ribadisce e perfeziona il predecessore, lima in meglio le scene d'azione pompando le vertigini di piacere cinetico contenute dalle elaborate e fluide coreografie in cui aumenta anche la componente di "gioco di squadra" (un tratto distintivo proprio là dove i film d'azione moderni si somigliano di più, attraverso lo sfruttamento dello specifico dei Vendicatori), dà più importanza ai personaggi meno celebrati (Vedova Nera e addirittura Occhio di Falco), coccola il suo beniamino (Hulk, protagonista della parte migliore del film, l'unico con un contrasto degno di questo nome) e prende in giro bonariamente chi gli sta affettuosamente antipatico (Thor). In due ore e rotte riesce ad infilare anche un'incursione a Wakanda, la presentazione del carisma di Ulysses Klaw (propedeutici per Pantera Nera), un cattivo dai tratti insospettabilmente ironici (quando mai in film di questa portata abbiamo visto una simile variazione sul tema?), tre nuovi personaggi e infine è capace di gettare le basi per ogni sviluppo futuro (da Civil War a Infinity Crisis). Tutto senza nessuna sofferenza da parte dello spettatore. Anzi!

Ci voleva uno scrittore di serie televisive per realizzare il modello aureo di cinefumetto, cioè del film di grande intrattenimento in grado di raccontare più storie al suo interno. Non solo quella autoconclusiva che dà il titolo al lungometraggio, nè soltanto quelle dei molti personaggi coinvolti ma anche ogni storia venuta prima e ognuna che verrà come nelle serie. In questo secondo "finale di stagione" dell'universo cinematografico Marvel infatti c'è una piccola coda agli eventi subiti dallo S.H.I.E.L.D. e iniziano le divergenze serie tra i protagonisti (quelle basate su come intendono il proprio ruolo e la propria missione), viene portata a termine la trama relativa al bastone di Loki, ovvero il MacGuffin che ha scatenato tutta questa seconda fase, e si gettano le basi per moltissime storie che, se qualcuno vorrà, potranno essere riprese e ampliate.
Tra le molte sottotrame è impossibile non spendere due parole per quella tra Vedova Nera e Bruce Banner, unico cuore di Age of Ultron. Pensato innanzitutto per essere epidermico (molto tenero e occasionalmente eccitante), il rapporto tra i due personaggi "doppi" della serie (la prima mente per vivere, il secondo è letteralmente due persone in una) è un trionfo di ambiguità e doppio gioco, contemporaneamente opportunista, perchè necessario al controllo di Hulk, e sincero, visti i molti indizi che Whedon stesso aveva sparso nel primo film. La chimica tra i due è così forte e ancestrale (inutile dire "la bella e la bestia") e le potenzialità narrative sono così ampie che si ha la sensazione che un artista della serialità come Whedon lo avrebbe potuto portare avanti per intere stagioni donandogli non solo le minuzie e i dettagli ma anche il respiro delle relazioni più realistiche.

Al secondo film però Whedon si spinge anche più in là con la metariflessione su quello a cui ha lavorato, ragionando sul senso del supereroismo con l'ironia e la scarsa voglia di prendersi sul serio che (per fortuna) lo caratterizzano, in quanto figlio del cinema e della miglior televisione degli anni '90 (la "generazione ironica", la chiama con un po' di disprezzo Paul Schrader). Age of Ultron quindi si adegua alla linea di pensiero mainstream su giustizia e criminalità che i fumetti prima e da un po' di tempo anche i cinefumetti più evoluti seguono, quella per la quale è la presenza di un vigilante esagerato che crea un criminale esagerato, l'esistenza di una "contromisura" adegua la minaccia a se stessa. In buona sostanza i supercriminali nascono per la presenza di supereroi e non viceversa, da cui ne discende che più ti armerai peggiori saranno gli attacchi che subirai. 
Si è spesso archiviata la grande invasione di supereroi al cinema con una certa sbrigatività come espressione di un bisogno di sicurezza del mondo (veramente: "la prima motivazione che salta alla mente"), in realtà il quadro che esce dai più seri tra questi film è che la fobia e l'aumento delle difese aumentano i problemi e le minacce. Il fatto che Tony Stark per mettere tutti al sicuro crei in realtà qualcosa che mette tutti ancora più in pericolo non sembra espressione di un bisogno di sicurezza ma più di una paura nei riguardi dell'eccessiva tutela.

1 commento:

bla78 ha detto...

Visto questa clip del programma della Costamagna su Agon Channel? C'è una sorpresa... http://www.agonchannel.it/video/lei-non-sa-chi-sono-io-la-santanche-e-lospite-inatteso/


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