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8.9.15

In Jackson Heights (id., 2015)
di Frederick Wiseman

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
FUORI CONCORSO
I film di Frederick Wiseman sono come capsule da spedire nello spazio, sono la testimonianza migliore pensabile di cosa sia effettivamente vivere oggi nel mondo Occidentale, al netto dei filtri di finzione. Molti film raccontando storie false dicono cose vere, i documentari di Wiseman mostrando cose vere cercano di dare conto di chi siamo diventati oggi come specie, cosa siamo in grado di fare, costruire, progettare e organizzare tutti insieme. Il suo folle progetto sembra essere quello di mostrare la comunità umana al lavoro, la sua missione senza senso quella di usare il cinema per inquadrare cose immense e sfuggenti come istituzioni, città o interi popoli. Per farlo ovviamente ricorre all'opposto del totale, cioè al particolare (inquadrature strette ma molto diverse, un tempo limitato e un luogo circoscritto), altre possibilità non ne ha, ma la maniera in cui monta insieme i suoi centinaia di bocconi è una sinfonia di poesia minimalista.

Forse si arrabbierebbe Wiseman se gli si desse del poeta, perchè il suo cinema rifugge la lirica, l'espressione e la retorica, anzi è senza fronzoli, si bea dell'impressione di assenza. Lo stesso una simile esibizione di pura umanità, anche se priva di "maniera", è ciò chiamiamo poesia.
La sua assenza fornisce l'impressione che dietro la videocamera non ci sia mai nessuno, come se l'autore l'avesse piazzata e se ne fosse andato, ogni scena è ripresa con un garbo e un'invisibilità che, non bastasse l'evidenza, è ribadita dall'atteggiamento noncurante delle persone comuni che sono i suoi soggetti, tutti intenti alle loro attività senza curarsi dell'obiettivo. Non solo, Wiseman non è una mosca sul muro, non pretende un'impossibile obiettività e non intrusione nei fatti, tanto è invisibile quando riprende tanto è pesante nel montaggio.

In Jackson Heights come sempre è frutto di un lavoro mostruoso di montaggio del diverso. Il filo conduttore ovviamente c'è, è l'area di New York del titolo, la sua comunità dalla straordinaria tolleranza e multiculturalità, ma i singoli quadri sono completamente diversi l'uno dall'altro eppure, nel flusso del film, compongono un'armonia di quotidianità che non stanca nemmeno nei suoi 190 minuti. Il banale e il consueto non sono mai apparsi così significativi.
E anche ad un occhio più ravvicinato, le singole scenette vivono di un montaggio invisibile di una scelta fatta tra cosa tenere e cosa no o di quale sia il punto giusto da cui inquadrare ciò che avviene, che rende quel che probabilmente sarebbe noioso vissuto dal vivo, un documento significativo.
Wiseman ha una sua agenda e suoi obiettivi, non vuole dimostrare nessuna tesi ma ha le idee chiare su come legare ciò che ha scelto tra le migliaia di persone, eventi e luoghi ripresi. Per questo in ogni suo film il senso è inafferrabile eppure chiaro, come l'insieme di una folla i cui movimenti non sono comprensibili ma la cui direzione e il cui atteggiamento è impossibile non comprendere.

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