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9.9.16

Questi Giorni (2016)
di Giuseppe Piccioni

MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
CONCORSO
Quattro amiche in viaggio. Tre di loro accompagnano la quarta a Belgrado, dove vuole andare a vivere e lavorare. Si fermeranno anche un po’ lì. Ognuna fugge da qualcosa, ognuna troverà qualcosa.
Questi Giorni è il grado zero del cinema on the road, ovvero la messa in scena dello spostamento e dell’incontro con gli altri per trovare se stessi privata di qualsiasi afflato o costruzione romantica. I quattro stereotipi che si muovono ne incontrano altrettanti, vivono avventure da film adolescenziale e chiudono con un piccolo drammetto a ricordare che la vita è fatta anche di questo. Da casa i genitori telefonano apprensivi.

Se Questi Giorni fosse un teen movie (magari!!) avrebbe una gioia di vivere che lo rende dinamico e colorato, avrebbe la forza che trascina e l’ingenuità (per quanto artificiosa) dell’età delle protagoniste, sarebbe sventato e anche un po’ scemo. Invece è serioso e distaccato, è un film che tiene molto al suo statuto autoriale, che ricorda il periodo della giovinezza seduto in poltrona da adulto. Con tutta la falsità di cui è artefice il ricordo e nessuna onestà nell’abbracciarla e cavalcarla, Questi Giorni, semplicemente, non dice nulla. Ancora peggio racconta quattro ragazze con nessuna aderenza al reale e assecondando una visione che sembra di seconda mano, raccontata da qualcuno dei loro genitori.

Non ha la forza dell’intreccio per avvincere, non mette in scena eventi o personaggi realmente accattivanti, o trattati almeno con punto di vista accattivante. Non è in grado di ritrarre vere ragazze (tutto in loro è falso e la cattiva recitazione è solo l’ultimo anello, la conseguenza di una scrittura e una messa in scena raffazzonatissime), né di fare quella complicatissima operazione filmica che è inscenare la semplicità per parlare della sua delicatezza e meravigliare di nuovo lo spettatore. Non è un film che sa essere duro, né uno che sa (o forse vuole) essere davvero sentimentale. Non tratta bene nemmeno i genitori, tanto è avventata la parte con Margherita Buy.
Con grandi parti musicali e sguardi malinconici dai finestrini di un’auto in corsa a dover evocare non è ben chiaro cosa, con delle lesbiche dallo sguardo torvo, l’atteggiamento duro e la capigliatura mezza rasata, con gli amorini estivi al minimo storico e addirittura “la malattia” a richiamare un accenno melò così fuori posto da far cadere le braccia, è davvero difficile dire cosa un film del genere sia stato fatto a fare. Per non dire poi mostrato...

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