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3.11.16

7 Minuti (2016)
di Michele Placido

Ottavia Piccolo è il volto perfetto di 7 Minuti, con i suoi lineamenti su cui la scarsa frequentazione dei set cinematografici enfatizza lo scorrere del tempo e l’appartenere, nella nostra testa, ad un’altra età del cinema. Perché questo film in un certo senso sogna di appartenere ad un’altra età del cinema, a quella dei film di fabbrica, di rivendicazione sociale e di resistenza al capitale. Ad una lotta operaia intesa con uno spirito e un ardimento idealista che risiedono solo nei ricordi di alcuni.
Ottavia Piccolo è quindi il Henry Fonda di questo La Parola Ai Giurati, l’ingranaggio che scardina il ragionamento convenzionale, la testa pensante che in una piccola sineddoche del mondo nuota in un’altra direzione e, con la forza della calma, della dialettica e dell’invito a ragionare invece che farsi trascinare dalla corrente, smuove coscienze e stimola cervelli.

Quel che però affligge il film è una scrittura non a livello degli intenti. Perché se la trama è ben progettata e il congegno critico su cui le 11 donne si interrogano è ben posto, e addirittura anche le 11 donne sono molto ben assortite per personalità, etnia, provenienza, intenti e carattere, è proprio la maniera in cui questa storia è raccontata a fallire clamorosamente.
C’è una reticenza eccessiva in Michele Placido nello svelare il cuore della questione, nel lasciare nel dubbio le sue protagoniste e lo spettatore, una che esaspera e svela il meccanismo del racconto, che strania e tira fuori dall’immersione. C’è una teatralità fastidiosissima in questo film, una che si manifesta con insopportabile puntualità nella recitazione sopra le righe di Ambra Angiolini e Violante Placido (invecchiata con un livello infimo di trucco, come in una recita parrocchiale) e che non può assolutamente essere giustificata dalla sua origine teatrale. C’è infine una meccanicità odiosa nelle conversioni e nei cambi di opinione, una che dovrebbe essere nemica di un simile film, in cui ad essere ricostruito non è un fatto ma il ragionamento umano.

Non è insomma l’essere un La Parola Ai Giurati di fabbrica il problema di questo film, quella semmai è una dote positiva, è la voglia di applicare una struttura di provato successo ad una storia nuova e diversa, fare cinema sulle spalle dei giganti per inseguire stili, ossessioni e desideri personali.
È davvero nello svelare i propri trucchi, nel far vedere l’asso nella manica durante il gioco di prestigio, che 7 Minuti si dà la zappa sui piedi. Perché il ragionamento sul minutaggio che ribalta la prospettiva dal piccolo al grande, dal generoso all’ingannevole, dal particolare (la nostra situazione oggi) al generale (la più grande storia della progressiva perdita di diritti, un minuto alla volta) è invece molto azzeccata.

Ma come si può accettare un film che già si presenta antimoderno, tarato su ambizioni proprie di decenni fa? Come si può passare sopra alla meno accettabile delle sciatterie, quella che impedisce il coinvolgimento in una storia di parola e carattere, di vittoria intellettuale sulla pigrizia mentale? Come ci si può accontentare di essere trattati così da un film?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Henry Fonda, non Peter Fonda!


Gabriele Niola ha detto...

Giusto
grazie


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