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11.11.16

La Ragazza Del Mondo (2016)
di Marco Danieli

Gli uomini e le donne “del mondo” sono, secondo i testimoni di Geova, tutti quelli che non appartengono alla loro comunità, è la maniera in cui li definiscono. In questa curiosa forma di separazione, che sembra un complimento dal punto di vista di chi non è testimone di Geova mentre suona come una condanna dalle loro bocche, sta parte del fascino della sceneggiatura di La ragazza del mondo. Come capita spesso nei film sulla religione, il tema del contendere è l’adesione o meno ad un mondo di regole, non si parla mai di fede qui ma semmai della vita in una comunità così stretta e chiusa da poter essere chiamata setta e soprattutto delle proibizioni che comporta. La parte interessante è che il mondo fuori, quello in cui finisce la protagonista nella temperie dei sentimenti che si svegliano, è uno non propriamente salvifico, quello degli spacciatori di droga e del piccolo crimine.

Mai assolutorio, mai pronto a condannare a spada tratta, La ragazza del mondo ha un equilibrio e una serie di elementi imprevedibili nella sua sceneggiatura che sembrano potergli aprire possibilità fantastiche. Nulla di tutto ciò però si trova in questo film messo in scena con una sciatteria e una pochezza registica che ammazzano tutto quel che di buono si trova in scrittura. È una valanga che parte dalla recitazione e finisce al montaggio, facendo salvo solo il reparto costumi e trucco, responsabile di tutte le scelte e i dettagli visivi più importanti e significativi del film, nonchè della trasformazione più interessante. La ragazza del mondo è un film in cui si fatica a seguire il meglio che la storia ha da proporre, si devono svicolare scelte puerili, si deve sorvolare su digressioni visive senza senso e appellarsi ogni volta al proprio buon senso per avere un po’ di fiducia nella scrittura.

Serviva un rigore estremo, una cura maniacale e una serie di decisioni di ferro per rappresentare questa sceneggiatura di Marco Danieli e Antonio Manca dotata di gran schiena dritta. Era necessario un approccio molto meno generico e velleitario per far emergere i pregi della scrittura (per l’appunto l’originalità degli esiti, l’equità della distanza, la forza gentile del suo approccio). Invece la regia dello stesso Danieli, la sua prima, ha una muscolatura debolissima.
In un cast di ottimi attori inspiegabilmente si salva solo Michele Riondino e i toni esagerati ma espressivi del proprio personaggio, nel montaggio diluito e poco reattivo pare mandare in malora ogni interazione, uccidendo il ritmo e mortificando qualsiasi possibilità di creare contrasti o armonie efficaci nei passaggi da scena a scena, da stacco a stacco. Un buon film buttato via.

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