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30.5.17

Da Una Storia Vera (D'après une histoire vraie, 2017)
di Roman Polanski

FUORI CONCORSO
FESTIVAL DI CANNES
Come in un bignami di quel che riconosciamo come polanskiano Da Una Storia Vera affronta il luogo recondito in cui nascono le storie, quello situato dentro l’animo di chi le scrive. Per questo forse la scena migliore di un film impeccabile ma mai davvero incisivo, è quella in cui la protagonista, scrittrice in cerca di ispirazione davanti ad un foglio Word bianco, diventata amica di una donna che nutre una fascinazione per lei e che di lei decide di occuparsi, scende in una cantina. È un momento dalla scarsissima economia nella trama su cui tuttavia il film si sofferma con inusuale centralità, una discesa in un luogo mal illuminato in cui disporre trappole per topi e da cui poi risalire.
In tutta questa storia di contrasti, urla, paure e un senso di pericolo che aleggia, quello è il momento in cui più chiaramente sembra di vedere quel che, solo alla fine si intuisce essere stato il percorso della scrittrice, lo scavo dentro di sè per trovare una nuova storia.

Alla fine il libro che uscirà da tutto l’intreccio non sarà basato su una storia vera, come dice il titolo, ma su vere sensazioni, una vera ispirazione, un vissuto che lei probabilmente crede vero e che molto probabilmente non lo è fino in fondo. Ma poco importa.
In questo film di grandi interni (come potrebbe essere altrimenti con il regista di Repulsione, Rosemary’s Baby, La Nona Porta e L’inquilino del Terzo Piano), abitazioni tentacolari e score che da solo cerca di convincerci di essere in un film suspense e misteri (ma davvero non è così), Roman Polanski mette in scena il doppio come rappresentazione della parte distruttiva e di quella costruttiva dentro ognuno a partire dalla sceneggiatura scritta con Olivier Assayas.

La cosa più apprezzabile quindi rimane quell’atmosfera che si respira così densa, quella che evita il thriller vero e opta invece per un senso di mistero personale e unico in ogni frame, come se le ombre che popolano le inquadrature di questo film non fossero punti meno luminosi ma zone in cui si nasconde qualcosa che lo spettatore sente di dover trovare. Invece non c’è, è tutto nel rapporto tra le due protagoniste, la scrittrice e la sua ammiratrice che diventa quasi una badante, una tanto premurosa quanto maligna, violenta e gentile al tempo stesso.
Se può esistere qualcosa come una musa brutale e aggressiva, una che ci costruiamo da soli, che ci vessa e ci accudisce, ci eleva, ci distrugge e ci ricostruisce, ecco quella è Eva Green in questo film.

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