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20.5.17

Get Out (id., 2017)
di Jordan Peele

Come va preso Get Out? Come un horror? In questo caso non è nulla di eccezionale, semmai è un prodotto della grandissima Blumhouse, film di paura casalinga, molto confinato spazialmente ma capace di trattare una dimora come una città, dotata di luoghi che già associamo a certe emozioni (lo scantinato, la camera da letto, la cucina...), secco e asciutto ma non così capace di creare una tensione innaturale per tutta la sua durata, anzi troppo schiacciato sul finale. Ha anche tutta una linea di commedia tesa ad alleggerire che, per quanto esilarante, si incastra malissimo con il resto, eccezion fatta per il finale.
Potrebbe anche finire qui il discorso sul film non fosse per il fatto che la storia che racconta e tutto quel che accade nei momenti in cui non intende fare paura, sono la parte più interessante e urgente.

Il film di Jordan Peele (che fino a ieri era un autore e attore di commedia) ha una serie di fobie molto radicate nel presente che rappresenta per primo con tale convincente partecipazione. Non è il frutto di un abile mestierante che sa mettere in scena una storia con caparbietà, ma di qualcuno che conosce bene ciò che racconta e che lo teme in prima persona, così tanto da sapere insistere là dove serve e spaventare soprattutto quando non ci sono colpi, sangue o l’incombenza della violenza.
Chris per la prima volta va a conoscere i genitori (bianchi) della sua ragazza (bianca) ed è molto preoccupato di questo weekend tra bianchi (il suo migliore amico lo è ancora di più), perché è nero e perché i genitori in questione non sono stati avvertiti del dettaglio. Non ci dovrebbero essere problemi in realtà perché hanno votato Obama e sono dei liberal democratici, non odiano per niente gli afroamericani. Proprio questo però sarà il problema, l’origine della terribile minaccia da cui scappare che si cela nella magione campagnola.

Get Out è un film a tesi molto preciso, uno che mette in scena qualcosa di diverso dal razzismo ma ugualmente discriminatorio e spaventoso: la maniera in cui il corpo afroamericano è preoccupantemente al centro di ogni discorso anche quando è desiderato invece che condannato, quanto non sia possibile considerarlo al pari degli altri ma sempre qualcosa di eccezionale e a parte.
Con una storia di tensione e paura Peele vuole raccontare il senso di sgomento e svuotamento della cultura afroamericana nel momento in cui tenta di essere accettata se non proprio “comprata” da quella dominante, l’argomento più importante da trattare ora e con cui avremo a che fare nei prossimi anni: la lentissima morte di un tipo di razzismo e l’emergere di un altro. Il merito di Peele in tutto ciò è di non raccontare questo con le parole ma con l’immagine migliore del film: gli inservienti di colore di questa magione o gli amici di colore che entrano in casa, posseduti da un’espressione vuota, tremanti, lacrimanti mentre sembrano non riuscire a dire quello che vogliono, svuotati e terribilmente sofferenti.

Cosa si celi dietro questi atteggiamenti inquietanti è la sorpresa dell’intreccio del film, ma cosa si celi davvero è quello che alimenta tutta questa storia (un po’ lunga) di un ragazzo afroamericano che rischia la vita a casa di bianchi che hanno votato per Obama e venerano Jesse Owens. Un senso di spaventosa penetrazione culturale, di impoverimento delle proprie radici e di preoccupante interesse per il proprio corpo.
Alla prima di uno dei film più importanti per la presa di coscienza culturale degli afroamericani, Sweet Sweetback’s Baadassss Song, gli spettatori dalla platea urlavano al protagonista di uccidersi nella scena in cui viene arrestato dai bianchi, in questo film ci sarà chi sceglie di uccidersi e sembra avvenire per la stessa ragione e con la medesima rabbiosa urgenza di quelle incitazioni nei cinema degli anni ‘70: per non essere ancora vittima delle imposizioni, stavolta culturali, bianche.

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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.