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7.9.17

Ex Libris – The New York Library (id., 2017)
di Frederick Wiseman

CONCORSO
MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA
Quello dei documentari di Frederick Wiseman è il migliore dei mondi possibili.
Questo cineasta, le cui qualità sono in assoluto le più opache da notare e le più complesse da scrutare, da decine di anni racconta le grandi istituzioni, i quartieri, le organizzazioni e i grandi aggregati umani in documentari dai titoli secchi e senza alcun appeal commerciale come At Berkeley, High School, Aspen, Welfare, Hospital, Crazy Horse o infine quest’ultimo Ex Libris - New York Public Library.
La pretesa è di quelle da uomo di cinema di una volta: che la realtà si svolga naturalmente davanti alla videocamera, come se davvero il regista non facesse che puntare un obiettivo e riprendere quel che accade per poi montarlo e lasciare che si spieghi da sé, senza interviste, senza voce over.

In realtà è vero l’esatto contrario, ogni film di Wiseman è il trionfo di uno sguardo particolarissimo. Questo maestro dell’osservazione quando indaga uno dei suoi temi o una delle sue istituzioni raccoglie centinaia di ore di materiale, filmando tutto dagli scantinati fino alle riunioni del consiglio di amministrazione, riprende e raccoglie conversazioni di tutti i tipi, guarda il pubblico e soprattutto chi lavora per mettere insieme l’1% del meglio con una chiara idea dietro.
Da ogni documentario di Wiseman si esce con l’idea di aver assistito alla miglior versione possibile del mondo in cui viviamo. Filtrato dallo sguardo di questo genio del cinema ogni soggetto rappresenta il massimo dell’inclusione, della tolleranza e del desiderio di cambiare in meglio la società.

Anche in Ex Libris la parte peggiore dell’umanità è fuori, è nei discorsi dei dirigenti o in quelli delle insegnanti dell’asilo della Libreria, o ancora negli incontri con le star che si svolgono sempre nella libreria. C’è un ottimismo contagioso nella maniera in cui Wiseman mostra di essere innamorato (e fa innamorare) dei gesti, dell’atto stesso del lavorare, dell’impegno profuso nella propria professione. Uno che fa il paio con la sua fotografia chiara e naturalista, con le sue inquadrature dalla composizione dolce ed esplicativa che massaggiano lo sguardo mentre si viene cullati nella stimolazione intellettuale. E tutto ciò è tanto più penetrante quanto più finge di non essere ritoccato, finge di essere un estratto casuale e asettico della realtà.

In realtà ogni estratto di una conversazione è interessante, ogni scoperta è illuminante, ogni intervento di un ospite della libreria è una testimonianza significativa. Ci vuole un lavoro mostruoso per raccogliere così tanto materiale da poter arrivare a 190 minuti del meglio dell’umanità condensata. 190 minuti in cui non c’è un attimo di noia, non c’è un dialogo superfluo.
Ma forse è anche troppo poco giudicare il lavoro di Wiseman da un solo documentario. Vedendone tanti, vedendo l’insieme di tutte le istituzioni filtrate dal suo sguardo si rimane conquistati da un idealismo travolgente che non è mai sbandierato, uno che sottilmente e tramite le immagini (o l’esclusione di certe altre immagini) pare affermare che esista un posto per tutti, che esistano così tanti lavori, così tante opportunità e tutte così stimolanti, che è solo dedicandosi a qualcosa che la vita di ognuno può acquistare un senso. Solo dedicandosi alla comunità tramite il lavoro più ordinario e quotidiano che sì può contribuire ad un mondo migliore, è solo facendosi ingranaggio di una macchina che si può dare il meglio di sé.
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