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24.4.18

Molly's Game (id., 2018)
di Aaron Sorkin

Per il suo esordio nella regia la più grande star del mondo della sceneggiatura americana contemporanea, Aaron Sorkin, ha scelto di adattare il libro di Molly Bloom, organizzatrice di partite di poker tra miliardari, imprenditrice americana sui generis e ai limiti del legale, che proprio con la legge ha avuto diversi guai. Il film racconta questo, in cosa consistesse il suo lavoro e che guai le abbia provocato, ma l’obiettivo è solo uno: raccontare con che piglio l’abbia fatto. Nella determinazione, nella foga agonistica di questa ex sportiva e nel passo nervoso di Jessica Chastain (la posizione della gambe e come cammina è una componente quasi determinante), sta gran parte del fascino malato e morboso per questo squalo donna bellissima, non certo infallibile ma determinatissima.

Quella di Molly’s Game è una storia di donne che gestiscono uomini senza necessariamente essere delle cime. Intelligente lo è evidentemente Molly che di tutto è l’architetto, la mente imprenditoriale ma meno le sue collaboratrici. Non c’è in questo film un’esaltazione della donna in sé, ma solo l’evidenza di un gruppo di persone che riescono, senza bisogno di essere geni, a gestire il potere maschile nella sua forma più evidente (economico e sessuale) applicando un’altra forma di potere. È una prospettiva interessante eppure nel film non riesce mai a raggiungere quello zenith di abissale interesse e superficiale divertimento che gli dia vero senso.

Molly’s Game fin da subito schiera l’artiglieria pesante di Sorkin: dialoghi serratissimi, grande voce over con numeri, dati e molta ruffianeria. Inizia insomma per piacere, piacere il più possibile e con grande maestria. Per essere uno sceneggiatore che esordisce alla regia Sorkin mostra di avere un gran gusto e una grande comprensione della messa in scena, mostra soprattutto di volerlo mostrare. Invece che affidarsi in toto alle sue parole sfrutta al meglio il montaggio e concepisce una specie di eterna introduzione che dura almeno metà film mantenendo altissimo il ritmo, un flusso interminabile di informazioni.
Anche gli attori sono molto ben diretti e gestiti. In ogni inquadratura Sorkin cerca di muoverli il più possibile, li agita pure in contesti in cui potrebbero stare fermi, cerca di animare le inquadrature come può e infine usa diversi livelli di montaggio sonoro.

Fa insomma un lavoro sofisticato su ogni comparto, mentre con la sua sceneggiatura racconta contemporaneamente ciò che è avvenuto nel passato e ciò che sta accadendo nel presente, senza che l’uno sia il flashback dell’altro ma stessimo guardando due piani temporali che procedono all’unisono.
Sarà solo intorno alla seconda metà che il film smetterà di correre per trovare un passo più moderato. La voce over che regola tutto il film cambia di frequenza, compare meno e soprattutto smette di sciorinare informazioni.

Nonostante la fatica, l’agitazione e lo sforzo evidenti però Molly’s Game risulta più blando di quel che non si potesse sperare e proprio per colpa della scrittura. Come detto Sorkin non si è risparmiato e il suo script è pieno di dialoghi, idee, soluzioni ardite e dinamiche, eppure manca decisamente di quella suggestione e di quella capacità di incidere nella storia che racconta che l’ha sempre caratterizzato. Molly è un gran personaggio di una storia che non c’è, è un titano che viene presentato benissimo ma mai messo in condizione di dare il meglio. Le sue peripezie personali, professionali e legali sono interessanti ma non ci dicono nulla più su di lei della presentazione. E alla fine quella, la presentazione, è tutto ciò che rimane.
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