Tutto è perfetto all’inizio di Overlord, il suo attacco è uno sbarco in Francia che cita quello in Normandia di Spielberg ma da un aereo, con soldati che vomitano, temono di morire e alla fine sono spinti fuori da bombe che cominciano a ucciderli prima ancora che abbiano potuto iniziare a battersi. Voliamo fuori dalla carlina verso terro tra gli spari, le bombe e altri aerei in fiamme assieme ad uno di loro. Poi dentro l’acqua in cui cade e di nuovo su, in un finto unico pianosequenza digitale. La morte è ovunque: morti sull’aereo, morti nelle esplosioni, morti in aria, morti in acqua e poi a terra, nei boschi, solo cadaveri. Rimanere vivi sembra quasi impossibile, le possibilità minuscole. È uno degli inizi migliori dell’anno ma non è destinato a durare.
Il primo indizio che qualcosa non vada ci viene verso metà film quando è ormai chiaro che gli eroi di Overlord sono anonimi, non sappiamo nulla di loro né lo sapremo alla fine.
Come sono finiti in quella guerra, chi abbiano a casa, cosa sognino, che sfida abbiano davanti a sé o ancora quale sia la loro vita al di fuori di quella situazione e di quella missione che sarà indispensabile allo sbarco in Normandia (a cui mancano solo 24 ore), sono interrogativi che rimangono senza risposta. Paradossalmente sappiamo quasi da subito molto di più sul membro aggiunto di questo plotone improvvisato, una ragazza che abita nel paesino francese nel quale si sono paracadutati. Lei vive lì con una nonna malata, contaminata da qualcosa, e un fratello piccolo, la cui salvezza è il suo unico obiettivo, una cosa per la quale ha subìto di tutto per i tedeschi ed è gonfia di desiderio di vendetta. Motivazioni, difficoltà, elementi di crisi e un po’ di storia personale.
Di questi eroi anonimi impariamo solo a conoscere il carattere e anch’esso sommariamente. Il protagonista onesto, spaesato e dal gran cuore, il suo capitano determinato a fare il proprio lavoro, devastato dalla guerra, ossessionato dall’obiettivo, l’italioamericano indurito che però si scioglie davanti al bambino e via dicendo.
Overlord è insomma il perfetto esempio del concetto che sta alla base del cinema negli anni dei cinefumetti, ovvero il fatto che più dei personaggi in sé, conta lo scenario fantastico, più degli uomini conta la loro trasformazione in altro, conta la dimensione visiva stilizzata e le regole di un mondo dai tratti estremizzati e dagli innesti fantastici.
Anche per questa strana forma di distanza fin da subito siamo ben poco coinvolti in un film che invece è obiettivamente ben girato, dalla buona suspense e ambientato in un mondo vero, credibile e vivo. Tutto pare giusto in Overlord, anche la tensione verso il risultato è quella del miglior cinema di guerra, solo che tutto pare anche così già sentito, così uguale nel suo svolgimento a tutti gli altri film che è impossibile farsi cogliere anche solo poco di sorpresa. Overlord le regole le rispetta tutte, dalla prima all’ultima, è un secchione che non sbaglia una risposta eppure pare non aver capito niente.
Così mentre i nazisti nazisteggiano e i soldati americani non resistono dal dover fare la cosa giusta anche rischiando di mandare a monte l’operazione, Overlord scorre via felice e incolore, tranquillo all’idea di non aver bisogno di mettere in crisi i propri personaggi, dotarli di dialoghi brillanti o anche solo essere permeato da uno spirito, una visione e un’aria che lo rendano unico. Come buona parte del fumetto seriale anche Overlord sembra concepito in fretta da una troupe talmente esperta da poter fare simili film ad occhi chiusi. Invece no, è un film di un gruppo di sceneggiatori e di un regista con relativamente poca esperienza (escluso Billy Ray) che cercano di essere all’altezza di quel che il loro produttore J. J. Abrams pensa possa funzionare al box office.
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