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16.7.07

Hostel (id., 2005)
di Eli Roth

Io il cinema di Eli Roth non lo sopporto, non lo sopporto proprio e Hostel me lo sono visto giusto perchè avrei dovuto vedere il seguito e se dovevo parlarne male volevo avere tutti gli strumenti per farlo.
Lo so che non è bello cominciare a parlare di un film esprimendo un pregiudizio, ma il punto è che se non lo sopporto proprio un motivo c'è e Hostel lo conferma.
Roth appartiene alla schiera di registi che ruotano intorno a Quentin Tarantino, i suoi amici, quelli con i quali condivide il gusto per il cinema passato di serie B e una certa visione del cinema. Dunque anche i film di Eli Roth sono nostalgicamente di serie B, in particolare si tenta sempre di recuperare la dimensione dello splatter e del gore attualizzandola al linguaggio cinematografico moderno, con in più una buona dose di ironia e sguardo bonario verso il genere. I medesimi intenti (proprio in linea di massima) che muovono Tarantino. Ma l'esito è chiaramente un'altra cosa.
Ciò che mi dà fastidio principalmente nei film di Eli Roth è sostanzialmente l'incapacità di raccontare. Non si tratta di modi diversi di raccontare o di strategie alternative, i suoi film vogliono raccontare in maniera canonica ma tutto è arruffato, si capisce poco e soprattutto non si riesce mai a condividere quello sguardo che il regista vorrebbe fosse a metà tra l'ironico e il nostalgico.
Hostel come Cabin Fever è inguardabile. Inguardabile perchè non sa comunicare con lo spettatore, non sa trasmettere paura, ansia, gioia, terrore, suspense, relax o qualsiasi altra emozione, non sa mettere in scena personaggi che siano anche lontanamente convincenti e non vuole mettere in scena dei caratteri tradizionali. Roth non vuole essere banale, lo si fiuta ma non raggiunge nessun obiettivo, nemmeno quello di fare un film veramente splatter.
Tutto in Hostel è ridicolo dalla gang di bambini (sorta di coro a metà tra il bene e il male), alle donne adescatrici (spesso involontariamente comiche) fino anche ai protagonisti mai intriganti anche a fronte di background potenzialmente interessanti (come quello del padre di famiglia).
E anche lo spunto interessante (fare leva sulle fobie del viaggiatore americano in un paese culturalmente diverso come lo sono quelli dell'est Europa) è annacquato da stupidissimi stereotipi (Amsterdam) e una scrittura che rende inutili anche le svolte psicologiche nei protagonisti.
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...ma sono vivo e non ho più paura! by Gabriele Niola is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 3.0 Unported License.