30.11.07

Il Grande Caldo (The Big Heat, 1953)
di Fritz Lang

Share |
3 commenti

ANNI LUCE AVANTI!
Il più famoso dei film americani di Fritz Lang è anche uno dei più difficili da vedere, mai mandato in televisione e introvabile nei soliti circuiti.
Pur rimanendo fedelissimo alla sua idea di mondo, quella per la quale in ogni uomo c'è un potenziale assassino che può uscire fuori per casualità, traumi o eventi insignificanti e pieno di riferimenti al grande periodo espressionista (specialmente nella sequenza iniziale, ma anche in tutti i possibili riferimenti al concetto di doppio che sono nel film come volti sfigurati e, ombre e continui specchi (foto di destra e sinistra)), Il Grande Caldo è nel 1953 in totale anticipo sui tempi, l'ultimo dei noir e il primo dei polizieschi moderni.

Arrivato ad un livello di maestria altissimo Lang riesce a dipingere un mondo finemente noiristico nonostante l'assenza dei suoi caratteri fissi e della perdizione sessuale, ma anzi basando tutto il meccanismo su "sani valori" quali una tenera famiglia e l'amore per la moglie.
Il sergente Bannon interpretato da Glenn Ford, diventa quindi l'ennesimo omicida per esigenza, l'ultimo di una lunga serie di disperati che si aggirano in un mondo di criminali ma il primo poliziotto a combatterli con i loro stessi mezzi, il primo dai modi spicci e dall'etica dubbia, pronto a tutto per raggiungere il suo scopo, non tralasciando chiaramente la violenza.
Sempre in epoca di codice Hayes, la violenza non è mai esibita ma incredibilmente presente, l'eroe non può essere un malvivente esso stesso ma incredibilmente ambiguo. Pieno di vincoli e con mille divieti, come si conviene ai grandi, Lang gira un capolavoro di inventiva nel quale riesce anche ad inserire riferimenti piccanti alla vita sessuale della coppia di coniugi.
Oltre poi al classico stile di regia langhiano fatto di movimenti sempre presenti anche se essenziali, fotografia mai in primo piano e dialoghi asciuttissimi, Il Grande Caldo propone al meglio anche la caratteristica calma nell'incidere che è la cifra del Lang americano.

29.11.07

Nella Valle Di Elah (In the Valley Of Elah, 2007)
di Paul Haggis

Share |
12 commenti


Per Nella Vale Di Elah occorre fare un discorso speculare a quello di The Kingdom, benchè i due film non abbiano molti punti in comune se non che entrambi fanno riferimento allo sforzo bellico statunitense in Medio Oriente.
Dal discorso fatto per The Kingdom infatti era rimasto fuori il tema del "reducismo" che è un'altra matrice importantissima per il cinema di genere bellico americano dal Vietnam in poi.
Se dunque The Kingdom è al momento la punta del nuovo modo di girare film di guerra sul conflitto in corso, Nella Vale Di Elah ripropone (in chiave non nuova nè innovativa) il tema del reducismo aggiornato a questa guerra.
Certo i film sui reduci non si sono evoluti come i corrispettivi film di guerra se non per il cambio di paesaggio e mezzi (deserti al posto della giungla negli incubi, e grande uso di tecnologie).

Così Nella Vale Di Elah batte un'altra strada per distinguersi, non quella del cambio di linguaggio ma quella dello spiazzamento dello spettatore.
Paul Haggis è indubbiamente forte, un grande sceneggiatore ma non un altrettanto grande regista, così l'idea di fondo del film non è niente male (l'indagine di un padre su cosa sia accaduto al figlio al ritorno dalla guerra che piano piano lascia emergere visioni di guerra e storie di reduci), ma non si può dire lo stesso poi della realizzazione.
Il film punta molto su Tommy Lee Jones che recita per sottrazione (va tantissimo in questo periodo, chissà se reggerà poi la prova del tempo...) e cerca di non parlare apertamente dei reduci ma di lasciare che siano uno sfondo costante.
Alcuni personaggi sono azzeccatissimi come quello di Charlize Theron, altri più banalotti (come quello di Susan Sarandon), ma nel complesso il film ha il suo perchè. La forza dello script alla fine vince e il tema e le domande che si pone Haggis (cosa è più opportuno fare nelle situazioni vissute dal figlio di Tommy Lee Jones? Cosa è veramente patriottico? E la sempre verde: Stiamo mandando i nostri figli al macello?) sono convincenti e ben esposte. Certo poi si fa una gran fatica a sopportare ancora quelle bandiere che sventolano...

Una cosa però mi lascia perplesso e nessuno ne parla: perchè solo gli americani hanno il problema del reducismo?
In Europa abbiamo fatto tantissime guerre e nessuno ne ha mai parlato. Nazioni come Francia e Inghilterra sono andate in giro per il mondo a fare guerre e guerriglie, anche urbane, contro civili e non si è mai parlato di malattie da ritorno. Addirittura nel conflitto in corso gli inglesi hanno avuto una partecipazione simile e paragonabile a quella americana con tanto di scandali per maltrattamenti ai prigionieri ecc. ecc. Eppure nemmeno un problema da reduce...

28.11.07

Un post doveroso

Share |
0 commenti

Volevo fare anche io un piccolo punto della situazione (giusto per rimarcarlo) sul fatto che siamo in una fase molto positiva per gli incassi del cinema italiano (magari meno dal punto di vista puramente cinematografico, ma tutto non si può avere del resto), ma Aspettando Kroger lo fa meglio di me e quindi mi risparmio la fatica.

Sottolineo solo come anche io sia ansiosissimo di vedere la prestazione del film delle Winx e rosico tantissimo che non lo abbiano proiettato alla stampa (in realtà l'hanno fatto ma alla Festa Del Cinema di Roma dove ero pieno di altre cose da vedere), perchè si tratta comunque di un esempio di cinema d'animazione italiano in computer grafica che verrà visto tantissimo.
Qualcosa che in qualche modo entrerà nell'immaginario collettivo di tantissimi....

The Kingdom (id., 2007)
di Peter Berg

Share |
3 commenti

Il Vietnam portò ad una lunga serie di film poi diventati capisaldi del cinema perchè il periodo dell'elaborazione di quella guerra fortunosamente coincise con quello della new hollywood. E' stato circa ad un decennio dall'inizio di quella guerra che si è cominciato a pensare ad elaborarla per immagini e con il tempo sono sorti dei topoi di quel tipo di film di guerra.

Ecco da un po' di tempo è cominciata l'elaborazione del conflitto musulmano (per usare una parola che generalizzi a sufficienza) da parte degli americani e si è andato formando un nuovo genere di film bellico, che si distacca da quanto fatto fino ad ora in materia.
Difficile a memoria andare a guardare quale ne sia stato il capostipite, tuttavia ad oggi mi sembra che The Kingdom sia l'esponente più valevole di questa nuova categoria che personalmente non mi esalta molto.
Si tratta di un cinema di guerra molto strettamente correlato con il cinema politico e di spionaggio. Ad una guerra di posizione e molto mediatica sta cominciando a corrispondere un modo di rappresentarla molto "politico" e mediato (di cui con tutta probabilità Redacted sarà la punta), non tanto per come i film siano schierati ma per come scelgano di raccontare le storie.

Un esempio su tutti: il cinema hollywoodiano raramente utilizza la camera a mano, nei film di questo tipo invece sempre, per Hollywood la camera a mano è sinonimo di massimo realismo e la applicano quasi unicamente al cinema di guerra mediorientale. E' poi sempre presente un conflitto di culture come non c'era in Vietnam (dove il nemico era presente e vivo ma culturalmente lontano anni luce) e soprattutto sono presenti sempre piani e complotti superiori ai singoli protagonisti.
In Vietnam c'era l'uomo contro la natura, l'angheria degli ufficiali e l'ingiustizia di una guerra che manda i ragazzi a morire senza sapere perchè (oltre poi a tutto il tema del reducismo che sarà oggetto di un altro post). Qui invece c'è il tema delle grandi nazioni, tutto si sposta ad un livello superiore, c'è meno azione e più burocrazia, più protocollo e realismo che astrazione poetica.

In particolare The Kingdom mostra a tratti dell'ottima azione e un po' di suspence, pur avendo quei difetti che io sopporto poco. Potrei sostanzialmente riunirli tutti sotto l'etichetta "intrigo politico". Un modo un po' semplice e al tempo stesso confuso di mettere in scena i grandi movimenti internazionali e le macchinazioni dietro questa guerra attraverso i contrasti dei piccoli uomini.

27.11.07

La guerra dei formati 3D

Share |
0 commenti

In un pezzo molto interessante su Cnet si confrontano le tre versioni in 3D di Beowulf.
La pellicola di Zemeckis è infatti la prima ad essere rilasciata in tutti e tre gli standard esistenti della proiezione 3D (Imax, Dolby 3D, Real D).
Dalla personale opinione di chi ha scritto il pezzo emergono particolari interessanti che io (avendo provato solo alcune delle tecnologie in questione) non stento a credere e mi sento di condividere.

L'Imax ha dei problemi di ghosting (quando un po' di luce diretta all'occhio destro è catturata dal sinistro e si traduce in una versione sdoppiata di alcuni elementi) che avevo ravvisato anche io a tratti e non si comporta bene sui movimenti molto veloci, anche se (a detta di chi li ha provati tutti e tre) fornisce l'esperienza più sorprendente ed emozionante (in virtù delle dimensioni dello schermo).
Il Real D (sistema che io non ho provato in 3D ma in 2D e con un film girato in pellicola), risolve molti dei problemi che si presentano con l'Imax ma ad ogni modo fallisce nel fornire un'esperienza immersiva, non tutto il campo visivo è saturo e la scena sembra svolgersi in una scatoletta.
Infine il Dolby 3D (sistema di proiezione digitale da me provato per Beowulf ma in 2D) prenderebbe il meglio dei due, quasi annullando il ghosting e fornendo un'immagine più nitida, colori più vivaci e azioni più immmersiva.

Il Mio Amico Giardiniere (Dialogue avec mon jardinier, 2007)
di Jean Becker

Share |
1 commenti

E' veramente un oggetto strano questo film di Jean Becker, quasi privo di trama (solo verso la fine succede veramente qualcosa) e infarcito di dialoghi, continui botta e risposta, dibattiti e battute tra il giardiniere e il padrone (un pittore) che all'inizio del film scoprono di essere stati compagni di scuola in gioventù.
Chiaramente è l'amicizia profonda che si instaura tra i due ad essere sotto il riflettore. Uno divorziato e pieno di avventure sentimentali con ragazzine e l'altro sposato con moderata felicità con una moglie dominatrice e ripetitiva.
Un'amicizia fortemente maschile che passa attraverso la compenetrazione e la comprensione delle passioni e dei lavori dei due (pittura e giardinaggio) e attraverso anche il reciproco supporto nelle proprie attività. Fatti prima che parole in un film dove fatti non ce ne sono quasi ma parole tante.
Ripreso con invisibilità rara e un gusto particolare per la lentezza senza che questa mai possa entrare in conflitto con la noia Il Mio Amico Giardiniere è sorprendente per come spiazzi lo spettatore in un continuo rimando dell'azione, mentre continua a concentrarsi su cose marginali (che si rivelano chiaramente le più importanti).
Alla fine ci si chiede che film si è visto, la storia di un uomo che scopre un'altra parte di sè dal contatto con qualcuno contemporaneamente molto vicino e molto lontano (amico ma proveniente da tutt'altra realtà e con tutt'altra vita) o semplicemente una storia di umanità spicciola e sentimenti semplici ma raccontata con la necessaria empatia e senza enfasi?

Marketing delle proprie argomentazioni

Share |
2 commenti

La cosa più divertente dell'attuale sciopero degli sceneggiatori americani (siamo nella quarta settimana) è che decisamente sanno come raccontare le cose, conoscono tutti i modi migliori per accattivarsi il pubblico e tutte le strategie di narrazione per colpire al cuore.
Si tratta probabilmente delle ragioni di uno sciopero meglio pubblicizzate di sempre.
Mi è venuto in mente soprattutto oggi quando alla conferenza stampa per Nella Valle di Elah, Paul Haggis (che in quanto sceneggiatore aderisce allo sciopero) ha spiegato con umorismo e passione le motivazioni.

26.11.07

Meduse (Meduzot, 2007)
di Etgar Keret, Shira Geffen

Share |
0 commenti

Non me l'avevano fatto vedere Meduse e così rimedio al cinema, anche perchè la curiosità che mi è stata messa addosso riguardo questo film era proprio grossa e ora ho scoperto perchè.
La coppia di scrittori israeliani che esordisce al cinema gira un film che sorprendentemente (data l'origine del duo) non si concentra solo sui contenuti ma cerca anche una forma che sia in armonia con essi. Un armonia all'insegna del ruffiano-intellettuale.
Meduse è esplicitamente e volutamente molto simbolico, dipinge un mondo a tratti grottesco dove fanno spesso capolino elementi "misteriosi" per non dire sovrannaturali. Personaggi simbolici (su tutti la bambina che viene dal mare), momenti topici e oggetti paradigmatici sono disseminati lungo tutto l'arco della trama che riunisce 3-4 storie di rapporti difficili per mancata comunicazione e per la difficoltà di mettere da parte le proprie esigenze guardando anche quelle degli altri.
Meduse ha davvero i suoi momenti ma troppo spesso ha delle terribili cadute di stile, troppo spesso mi ha infastidito la sua programmatica volontà di essere poetico, di far sognare a tutti i costi. Per questo credo abbia affascinato molti, perchè propone un immaginario semplice di grandi metafore di sicura efficacia, le navi (sempre presenti in tutte le storie), il ritorno di elementi infantili, i piccoli traumi e i semplici affetti.

La cosa più curiosa però è la forma del film che benchè sia israeliano sempre prendere a piene mani dallo stile indipendente statunitense. Se infatti si fosse svolto in una cittadina di provincia americana avremmo gridato al "solito film in stile Sundance". Montaggio spezzettato, macchina da presa mobile ma non a mano, netta contrapposizione di grandi silenzi espressivi e simbolici a sequenze molto molto verbose e un generale senso di freddezza dei personaggi davanti alle situazioni (ma non sempre, solo quando è comodo) che ricordano da vicino il cinema disilluso e eternamente perdente degli indie nordamericani.
Certo devo ammettere anche io che alcune sequenze sono azzeccate e mi hanno comprato bene, in special modo la pioggia subito in faccia con dietro il cartellone della raccolta fondi per le case, la foto animata del gelataio e l'ovvio abbraccio tra anziana e badante (foto a destra) con la figlia che vede tutto non vista.

25.11.07

Rushmore (id., 1998)
di Wes Anderson

Share |
2 commenti

Il secondo lungometraggio di Wes Anderson è un poema tenero e infantile sul contrasto delle età e (chiaramente) sulla paternità (sia essa effettiva, assente o mancata).
In Rushmore c'è tutto il cinema che seguirà di Anderson, sia tematicamente (I Tenebaum) che formalmente (Steve Zissou), con un gusto particolare per la descrizione della devastante normalità di figure atipiche.
Questa volta il protagonista è un ragazzo talentuoso, pieno di interessi e volontà innamorato della propria scuola e delle possibilità che gli dà. Presidente e fondatore di mille organizzazioni nonchè drammaturgo e commediografo, la sua insaziabile sete di crescita (fisica e culturale) si scontra unicamente contro l'impossibilità di avere una storia d'amore con una donna più adulta.
Outsider di lusso, nerd pieno di possibilità e di volontà il protagonista è come spesso si vede in Anderson genialmente fuori dal mondo e grande innovatore.

Eppure mi sembra sempre che nei film di Anderson le cose più interessanti siano quelle meno particolari. Di tutte le mille piccole chicche, stranezze e originalità di cui riempie i suoi film alla fine ciò che mi rimane sempre impresso (e delle volte con una forza non indifferente) sono le cose più consuete. I sipari che si aprono e si chiudono, lo scorrere delle stagioni, gli sguardi pieni d'amore, quelli pieni di delusione, i picchi e le rinascite.
A fronte di forme che cercano disperatamente di discostarsi dal già visto e dal già narrato ad un livello di superficie (perchè poi sotto i metodi di narrazione sono molto più canonici di quel che sembri) c'è poi una narrazione di meccanismi veramente basilari come l'affetto paterno, la volontà di crescere o di non crescere (se si è cresciuti) e la ricerca disperata di una felicità che ormai è già perduta.

Grandi prefazioni per grandi volumi

Share |
32 commenti


Il non plus ultra dell'industria culturale

23.11.07

1408 (id., 2007)
di Mikael Håfstrom

Share |
8 commenti


Il regista svedese Håfstrom arriva al cinema adattandosi ad una produzione commerciale americana e adattando un testo di Stephen King, anzi una novella, per lo schermo.
Dunque invece che restringere un libro in un film 1408 deve allargare una novella in un lungometraggio e purtroppo si sente, nel senso che il film inizia benissimo raccontando con sveltezza e intelligenza l'incipit della novella e riuscendo a rendere la delicatezza con cui vengono trattati e soprattutto accennati alcuni particolari della vita passata del protagonista (come il suo passato di scrittore personale e libero). Poi si entra nel vivo con la trama e con la paura e ancora Håfstrom regge alla grande creando un formidabile senso d'attesa e paura per quello che si teme debba accadere prima che accada. Ma poi quando accade quando cioè tocca misurarsi con l'essere all'altezza delle aspettative di paura create, ecco che il film crolla finendo nello stereotipo e nel generico pauroso ma soprattutto nella ripetizione.
Bilanciando prima e seconda parte si ha un horror medio con giusto una o due trovate molto intelligenti e un bel po' di momenti di stanca mal gestiti o forse semplicemente mal allargati nel passaggio da novella a schermo.

Impagabile la battuta del regista che spiegando il motivo per il quale ha scelto Samuel L. Jackson come interprete del pacato direttore d'albergo che intima a John Cusack si non entrare nella stanza 1408, illustrandogli le vicende avvenute in quel luogo e creando quel senso di paura necessario a tutta la seconda parte del film ha detto: "Sam Jackson è stata una scelta obbligata per quel ruolo, nessuno poteva farlo meglio. Perchè se Sam Jackson ti dice di non entrare in quella stanza, beh è meglio che non lo fai!".

22.11.07

Il cinema digitale è arrivato anche da noi ma nessuno lo saprà!

Share |
4 commenti

Ieri sono andato a rivedere Beowulf, ma questa volta al cinema e pagando (era talmente tanto che non andavo al cinema normalmente che istintivamente ho cercato il posto migliore per sedermi senza pensare che stavolta avevo il biglietto con i posti numerati).
Ci sono ritornato non tanto per rivedere Beowulf ma perchè al cinema Adriano lo davano in digitale. A dire il vero in digitale avevano già dato Shrek Terzo e Planet Terror, ma per un motivo o per l'altro non sono riuscito a vederli (c'era sempre qualcuno che l'aveva già visto e non ci tornava). Ignoro anche se ci siano altri cinema in Italia che stanno sperimentando la proiezione digitale.

L'Adriano monta il sistema Dolby Digital, uno dei tre standard internazionali principali (gli altri due sono il Real D e Imax digital) in una sola sala che chiaramente è quella principale, eppure non lo pubblicizza, lo scrive in piccolo sul sito in una news che rimane pochissimi giorni e poi nessuna indicazione nel cinema e nemmeno al botteghino sanno niente (ma quelli non sanno MAI niente! Nemmeno nei cinema di New York!!!).
Il risultato è non solo che non c'è la certezza di nulla ma che poi il pubblico non sa nulla. Da un'indagine rapida e assolutamente non professionale fatta in sala nessuno dei vicini di posto sapeva che il film sarebbe stato proiettato in digitale (e potenzialmente potevano anche non sapere di che si tratti la proiezione in digitale ma non ho chiesto perchè sarebbero stati troppi dolori per una sola giornata).

Beowulf visto in digitale è DECISAMENTE più definito che visto in pellicola, la differenza non si vede immediatamente ma con un po' di tempo. Io che mi ritengo spettatore attento specialmente per film con contenuti tecnologici nella prima visione (analogica) non avevo visto le mille piccole cicatrici sul corpo del protagonista, nè le vene perfettamente rappresentate ecc. ecc. Certo una definizione abbastanza inutile se si limitasse a questo, ma in realtà quello delle piccole cicatrici e delle vene è un esempio per far capire come la qualità dei dettagli piccoli sia infinitamente superiore e se ne goda nelle scene di massa, nella profondità di campo e nella generale stabilità dell'immagine.

Va aggiunto infine che Beowulf benchè realizzato in digitale comunque non è un buon metro di paragone poichè non ritrae la realtà ma immagini di sintesi. Ancora devo riuscire a vedere un film girato in digitale e proiettato in digitale (ho visto solo The Bourne Ultimatum in digitale che però è stato girato in pellicola).

Suppongo sia solamente inutile e doloroso chiedermi come mai, nonostante sia una tecnologia interessante, innovativa, funzionante e disponibile al pubblico nessuno mostri i film in digitale alla stampa...

O' Jerusalem (id., 2007)
di Eli Chouraqui

Share |
0 commenti

Insolitamente movimentato per essere un film politico e insolitamente politico per essere un film d'azione, O' Jerusalem tenta di rendere accattivante ad un pubblico svogliato la spiegazione delle origine del conflitto israelo-palestinese proponendosi di non prendere nessuna delle due parti.
L'impianto romanzesco che si installa sulla realtà storica è il massimo del classico, tre uomini e una donna diventano amici in America nonostante tre siano ebrei e uno sia palestinese. Le differenti ideologie non contano fino a che sono lontani dalla patria, ma quando nel 1948 c'è la "chiamata alle armi" in terra santa tutti quanti prenderanno la propria parte.
Con un po' di freddezza e la volontaria mole di informazioni Chouraqui racconta la storia della primissima parte del conflitto cercando di mettere in mostra la problematicità della questione e l'impossibilità di giungere ad una soluzione. Ma se come impianto didascalico O' Jerusalem regge (anche se si sente un minimo di parteggiamento per la parte israeliana) è come film che fallisce.
La parte classica di intreccio (con annessa storia d'amore nel conflitto) fallisce su tutta la linea non coinvolgendo per niente, nemmeno quando si infiamma su toni melodrammatici, e la parte di amicizia virile superiore ad ogni guerra manca di fare breccia nel cuore dello spettatore.
Non si percepisce nè un umanesimo superiore ad ogni guerra, nè la presenza di piccoli uomini agiti da un destino o delle volontà che trascendono le singole.
I personaggi non vanno più in là della loro etichetta e la messa in scena non fa nulla per aiutare, l'impressione generale è che ci sia stata una certa abile sbrigatività di mestiere che ha consentito di liquidare con una certa esperienza la parte di trama per concentrarsi su come integrare le realtà storiche e quale visione (la più imparziale possibile) dare della problematicità del conflitto.

21.11.07

Civico 0 (2007)
di Francesco Maselli

Share |
2 commenti

A metà tra il racconto e il documentario si inserisce la volontà di Maselli di parlare ancora degli emarginati della società, di coloro che vivono ai margini della globalizzazione e che di essa subiscono solo la mobilità o gli echi ma che non riescono poi a fare proprio il senso di modernità internazionale e che anzi sembrano vivere in microcosmi minuscoli.
Le tre storie raccontate sono di un'immigrata africana con la sua famiglia, di un'immigrata rumena che invece la famiglia la lascia in Romania e tenta di mantenerla e di un fruttivendolo romano che diventa barbone in seguito alla morte della madre. Storie vere raccontate con la voce fuoricampo dai reali protagonisti e interpretati da attori professionisti.
Al di là delle storie di quotidiano dolore, dal taglio ovviamente cronachistico, il film si distingue per il piglio documentaristico che comunque non vuole rinunciare ad una forte dimensione estetica e che non ha paura di volare alto. Certo Maselli ha una certa età e la paura ormai non sa più cosa sia, cerca solo di fare il cinema che vuole e negli anni questa è stata sempre confermata come la sua vocazione, un cinema sociale attaccato moltissimo alla realtà che prende spunto chiaramente dal documentario.
Le cose migliori di Civico 0 vengono proprio dalla formazione di Maselli, documentarista in un'epoca in cui il sonoro in presa diretta richiedeva pesanti macchinari che non si confacevano alla formazione leggera con cui si gira per riprendere le immagini da documentario, e che quindi girava spesso lunghe sequenze in esterni prive di audio che dovevano non solo essere musicate a posteriori ma soprattutto dovevano parlare unicamente con il montaggio.

I cassonetti, la carta straccia, le buste della mondezza trascinate, i bagagli dei vagabondi, sono queste le ossessioni di Civico 0 che incorniciano le tre storie, narrate con distacco forte (dato dalle voci narranti che si sente non essere professioniste) e qualche velleità melodrammatica.
Mi sono stupito di come il film nonostante la spezzettatura in episodi riesca ad andare dritto al punto e contemporaneamente a parlar d'altro, a divagare e dare un senso comune di povertà e vita ai margini, specialmente con il delicato episodio di Massimo Ranieri.

19.11.07

Natale sta arrivando chiudetevi fuori dai cinema!

Share |
7 commenti

Contrariamente a quello che credevo lo spostamento di Matrimonio Alle Bahamas ha giovato e come! Il film ha incassato nel primo weekend (il più significativo per misurare gli incassi a prescindere dal gradimento del pubblico) almeno il doppio di Olè (che l'anno scorso uscì insieme al concorrente desichiano) arrivando a cifre da vero cinepanettone similissime a quelle di Natale A New York.

Ora tocca vedere se questi incassi di Boldi fanno male alla compagnia di De Sica cioè se il pubblico da cinepanettone ne accetta uno solo o è lieto di vederne due, in quel caso si raddoppierebbe di fatto l'incasso di tutta l'operazione "Natale con i tuoi resto dell'anno a vedere quel che vuoi".

La leggenda di Beowulf chiude il suo cerchio con la techno

Share |
3 commenti

Il frammento mancante del grande poema epico che dà un senso a tutto. Beowulf è fra di noi.

(segnalate da Comante Eginetico)

18.11.07

Lo sciopero degli autori USA potrebbe beneficiare la produzione per la rete?

Share |
1 commenti

Se ne parla moltissimo negli ultimi giorni, gli autori delle serie tv, dei film e degli show televisivi americani sono in sciopero, tutti. Cioè nessuno più scriverà una riga fino a quando non avranno ciò che chiedono (l'ultima volta che l'hanno fatto, nel 1988, hanno resistito 5 mesi causando danni incredibili alle televisioni) ovvero riconoscimenti monetari per la diffusione dei loro lavori attraverso i nuovi media, internet su tutti (le motivazioni nel dettagli spiegate in un video da loro prodotto).

Ma la cosa più interessante qui non è tanto il dibattito sul fatto che internet entra sempre di più nel mondo del business canonico ecc. ecc. quanto il fatto che il sindacato degli autori ha dato precise disposizioni ai suoi membri di non scrivere per nessuno (ad ogni modo rimangono da mandare in onda molte cose che hanno già completato, la lista completa è qui), escludendo gli show che vanno in onda in rete. Primo perchè la rete è il motivo del contendere e se si scrive direttamente per la rete di sicuro si verrà pagati, secondo perchè lavorare per chi mette in scena in rete non aiuta i padroni tradizionali.
Quello che succede (o meglio potrebbe succedere perchè non c'è nulla di sicuro MAI) è che se lo sciopero dovesse continuare per mesi come si prevede ad un certo punto molti autori professionisti (gente che scrive per David Letterman, per I Simpson, per Lost, CSI ecc. ecc.) per mangiare potrebbero riversarsi in rete, un mondo fin'ora da loro schifato. Questo avrebbe due conseguenze di opposto gradimento.
Da una parte (ed è facile immaginarlo) ci sarebbe un aumento della qualità pazzesco del materiale prodotto per internet, mentre dall'altra ci sarebbe un suo cambiamento inevitabile. Mi sembra, e lo dico da sempre, che al momento la cosa migliore del materiale fatto per la rete non è tanto la qualità (quasi sempre bassina al pari della professionalità coinvolta) quanto l'identità con i consumatori, il fatto cioè che si tratta di cose fatte da una nicchia per una nicchia, che magari parlano male ma parlano direttamente a me (nel senso di membro di quella nicchia).
Ecco un aumento improvviso della professionalità cambierebbe sicuramente il carattere di questi contenuti portandoli inevitabilmente verso un'ottica più tradizionale, certo se poi Lost o I Simpson sono l'ottica tradizionale non è niente male, ma si perderebbe o meglio si acquieterebbe la componente di rottura e di diversità delle produzioni per la rete.
Per il cinema invece la situazione è anche peggiore, se lo sciopero va per le lunghe e si arriva ad un punto in cui sono state utilizzate tutte le sceneggiature ad oggi completate, i film si faranno lo stesso solo che saranno orrendi.

Nel 1988 lo sciopero sopracitato ebbe come effetto di creare una nuova dimensione per gli show televisivi che dovettero cominciare a fare a meno degli autori professionisti e per ovviare alle perdite che si facevano incalzanti cominciarono a concepire programmi diversi che non avessero bisogno di autori, che parlassero da soli traendo ispirazione dalla realtà, che mettessero in scena non prodotti di fantasia ma gli spettatori stessi che raccontano le proprie storie.

16.11.07

El Mariachi (id., 1992)
di Robert Rodriguez

Share |
13 commenti

Sono contento di aver finalmente visto l'esordio al lungometraggio di Rodriguez, perchè è un regista che non stimo moltissimo ma che si intuisce che il meglio di sè lo dà nei progetti personali (la cosa che preferisco di lui infatti è C'Era Una Volta Il Messico terzo episodio della saga del mariachi), e El Mariachi è il massimo del personale.
Primo film per il cinema, indipendentissimo, prodotto, scritto, fotografato, montato e diretto da lui su una storia che più serie B non si può (con anche questa volta il modello produttivo di serie B).
E' indiscutibile che El Mariachi sia meglio dei filmacci con i quali sarebbe in concorrenza, cioè il cinema poca spesa e molto sangue all'americana (anche se questo è messicano), tuttavia non regge e verso la fine il ritmo cala e l'enorme dilatazione che all'inizio è espediente autoriale diventa noia e ripetitività.
Musiche composte dai parenti e atmosfere stranamente rarefatte per un film che rimane comunque di azione spicciola, con molti spari, sentimenti alla buona e personaggi che non vanno più in là del loro ruolo, ma che riesce comunque, specialmente nella prima parte, a parlare di cinema in maniera coinvolgente e interessante.
Forse il suo più grande fallimento è di non saper dare vita ad un grande personaggio (cosa tipica dei migliori film di serie B), colpa anche di un cast non certo di grandi professionisti...

15.11.07

Ascensore Per Il Patibolo (Ascenseur pour l'échafaud, 1958)
di Louis Malle

Share |
0 commenti

Finalmente riesco a vedere Ascensore Per Il Patibolo, l'esordio di Louis Malle, avvenuto contemporaneamente agli esordi di Truffaut, Godard, Rivette e Rohmer, gli altri colleghi della Nouvelle Vague.
Eppure da loro Malle si distanzia subito, certo non moltissimo, eppure con un modo di approcciare agli "ideali" della nuova onda del cinema francese, che non avevo mai visto.
La passione di Malle è il noir vero, il giallo, quello che in Francia diventa polar, le storie di banditi, o uomini ordinari che diventano banditi, di passioni torbide ecc. ecc. E il suo modo di guardare al cinema americano è decisamente più radicale. In Ascensore Per Il Patibolo in particolare il riferimento più evidente è Fritz Lang (sia nel periodo americano che in quello tedesco).
Moltissimi i punti di congiunzione con i film langhiani sia per le ambientazioni (il grande magazzino vuoto), sia per la prevalenza dei suoni sulle parole (e quindi dei silenzi espressivi con i rumori della città), sia per i movimenti di macchina secchi, rigorosi ed espressivi, per le idee di regia (su tutte il montaggio alternato con l'ascensore che comincia a scendere), sia per la tematica di fondo cioè l'uomo accusato di un crimine che non ha commesso (che in Malle diventa l'uomo colpevole di un crimine che viene accusato di un altro che non ha commesso).
Nonostante dunque il mondo di Ascensore Per Il Patibolo sia noir al 100% (notturno, infame e disperato) il suo modo di fare cinema è radicalmente Nouvelle Vague, per come rimane attaccato ai personaggi piuttosto che inseguire la trama e per come gira rapidamente, in maniera secca asciutta e prediligendo gli esterni, in una fusione dal meraviglioso equilibrio.
Alla narrazione degli eventi Malle preferisce la descrizione delle relazioni che si stabiliscono tra i personaggi e la cesellatura dei rapporti, sui quali spicca quello tra Maurice Ronet e Jeanne Moreau, protagonista nella sequenza finale di un monologo con tanto di sguardo dritto in camera da antologia del cinema.

14.11.07

Beowulf (id., 2007)
di Robert Zemeckis

Share |
9 commenti


Ognuno chiede qualcosa di diverso al cinema, perchè ognuno ha un'idea diversa di cosa debba essere un film o di cosa debba mettere in scena e in che modo. Di sicuro però una componente fondamentale per molti (me incluso) è "vedere qualcosa di nuovo", non importa a che livello. Beowulf sicuramente centra quest'obiettivo.
Ero partito con il massimo dello scetticismo, non amo e non sono minimamente daccordo (e continuo a non esserlo) con il concetto di utilizzare le tecnologie di computer grafica e performance o motion capture per cercare il realismo, per fare in maniera animata un film che sembri reale, perchè questa ricerca di realtà (essendo comunque imperfetta in molte cose (movimenti delle mani, della bocca ecc. ecc.) non fa che palesare l'irrealtà di quello che vedo mettendomi di fronte alle limitazioni e alla falsità del mezzo, mentre invece un film come Ratatouille che cerca l'astrazione (in questo caso cartoonistica) del reale riesce a convincermi molto di più immergendomi in un mondo diverso.
Ecco nonostante tutto questo scetticismo sono rimasto colpito a morte da Beowulf.
Robert Zemeckis ha finalmente girato un vero film con questa nuova tecnologia, utilizzando la sua complessa visione di cinema al servizio di un'opera che non è una sperimentazione ma un vero racconto fatto usando nuovi strumenti della grammatica cinematografica.
Per farla breve in Beowulf la storia è messa in scena sfruttando (e bene) ciò che un set virtuale consente in più di un set reale. Certo nei decenni il cinema ci ha fatto vedere ogni genere di ripresa ardita o punto di vista impensabile, ma solitamente costituiscono un momento preciso nel film e uno sforzo non indifferente, in Beowulf sono invece la regola e soprattutto sono usati in maniera funzionale, in ogni momento sono la maniera migliore mostrare quella determinata scena e restituiscono (nel complesso) un'idea di cinema meravigliosamente complessa. Su tutto l'immenso piano sequenza della prima festa con la ripresa del topo ghermito dal falco e la visuale che si allontana sempre di più fino alla caverna di Grendel. Cinema puro al 100% e infattibile (se non con uno sforzo titanico) con mezzi tradizionali.

Ma soprattutto mi ha colpito la storia e la scrittura (sintomatica la scena del mostro che dice "Non sono io il vero demone" (foto di destra), roba già sentita ma che lo stesso inspiegabilmente colpisce fortissimo)). Chiaramente Beowulf è un poema bello e complesso (se non sarebbe sopravvissuto ai secoli) ma la sua attualizzazione e le necessarie (e forti) modifiche introdotte per farlo entrare in due ore di film sono meravigliose, la storia è più moderna (e solitamente quando dico questo lo intendo come un peccato, ma non oggi) e in linea con le tragedie moderne. Lineare e semplice nello svolgersi dei fatti ma complessissima nel modo in cui introduce molti temi differenti.
A latere del racconto dell'eroe Beowulf che si batte titanicamente contro mostri incredibili e vive una vita maledetta, c'è una bellissima serie di considerazioni (mai fatte apertamente!) sull'importanza del racconto e la forza del mito e del falso anche rispetto al reale. E poi ancora sono incorporati molti elementi della tragedia moderna, ovvero l'uomo onesto che si perde per sempre perchè preda di una torbida passione lussuriosa, il paragone con l'oro (nell'ultima sequenza da urlo!!) e la ricerca di fama e tanto altro, ma tutto implicito.
Ero stupitissimo perchè mi ero dimenticato un particolare che i titoli di coda mi hanno ricordato: la sceneggiatura è firmata Neil Gaiman e Roger Avary.

Per quanto riguarda la campagna di catalogazione dei nani di Violetta segnalo la presenza di un nano in performance capture. In caso poi mi diventi famoso.....

TECNOLOGIE DEL FILM

13.11.07

Matrimonio Alle Bahamas (2007)
di Claudio Risi

Share |
6 commenti


"Per ridere non aspettare Natale" implora la tagline del film dai cartelloni, rendendo esplicito quello che si era comunque capito dall'annuncio che il film di quest'anno di Massimo Boldi non sarebbe uscito a Natale e cioè che data la terribile sconfitta rimediata l'anno scorso dalla premiata ditta De Laurentiis, questa volta sarebbe stato meglio evitare il confronto presentandosi un po' prima.
Non so (e non sono ironico) se poi sia mai passato per la mente degli autori e dello stesso Boldi che forse si tratta di un prodotto di qualità inferiore (inferiore a Natale a New York.... e ho detto tutto) o che quantomeno non riesce ad andare incontro ai gusti del pubblico con eguale efficacia.
Sempre dal punto di vista del marketing dubito che ci sarà un buon exploit al botteghino perchè la formula già sperimentata con Olè di una commedia sentimentale piena di buoni sentimenti e valori non sembra pagare (e di questo dico "Grazie a Dio") e soprattutto perchè non potrebbe godere del pubblico di Natale, quella fetta di spettatori che al cinema ci vanno una volta sola l'anno cioè a Natale e con la famiglia (e molti rivedono il medesimo film più di una volta).
Certo ci sono altri film che fanno ottimi incassi durante l'anno ma solitamente si appoggiano ad altri target (dai blockbuster di (supposta) qualità come Il Codice Da Vinci, ai film generazionali come 3 Metri Sopra Il Cielo), ma non mi sembra il caso del pubblico cui mira Matrimonio alle Bahamas.

Dal punto di vista del film che dire... Anche la conferenza stampa è stata dominata da un imbarazzante silenzio passato anche lo spunto di notizia sulla separazione Boldi-De Sica ed esaurita la discussione sull'uscita anticipata.
Matrimonio Alle Bahamas è anche peggio di Olè (dove se non altro c'era Salemme ad azzeccare qualche momento comico), è diretto da Claudio Risi (che ricordiamo per la direzione di "I Ragazzi Della Terza C") ma è interamente scritto dai fratelli Vanzina e si vede.
Da ormai 30 anni infatti i Vanzina ripropongono la medesima storia d'amore giovanile resa dura dall'appartenenza a diverse classi sociali con intermezzi comici (versione attualizzata della strategia delle vecchie commedie del padre che a margine di Totò e Peppino proponevano sempre delle storie d'amore di giovani). In particolare Matrimonio Alle Bahamas è proprio un film di almeno venti anni fa, pienamente anni '80, sia come abiti che come moda e visi (la protagonista sembra uscita da cultissimo Amarsi Un Po' (vedi foto a sinistra)).
Ma è tutto terribilmente sfilacciato oltre che non divertente (e non ho detto "poco", ho detto "non"), personaggi come I Fichi D'India sono totalmente pretestuosi, non hanno quasi nessun legame con la trama e vivono piccole gag separate da qualsiasi continuity del film e lo stesso si può dire di molti momenti comici di Boldi.
Incredibile poi che si tenti ancora di arruffianarsi il pubblico riproponendo un'autoconsolatoria battaglia tra Usa e Italia in cui vince il provincialismo degli spaghetti e degli italiani, furbissimi e di gran cuore che si vogliono tutti bene non come questi americani pieni di soldi ma aridi dentro.

Sai vivo in una metropoli perchè ti dà tutte le possiblità....

Share |
12 commenti

Scorro la lista delle 8 sale sul suolo italiano che potranno proiettare Beowulf in 3D e non posso non notare che la città più grande ad ospitarne una è Trieste.
  • Multiplex Arcadia - Melzo (MI)
  • Cinecity - Limena (PD)
  • Cinecity - Trieste;
  • Cinecity - Silea (TV)
  • Cinecity – Pradamano (UD)
  • Multiplex Giometti - Fano (PU)
  • Multiplex Giometti - Porto S.Elpidio (AP)
  • Multiplex Giometti – Rimini.

Habemus carrier!

Share |
3 commenti


E' ufficiale, sarà TIM il carrier italiano per l'iPhone.
Lo si sospettava da tempo ma è stato scoperto definitivamente curiosando tra le righe del codice del nuovo firmware del telefono, le quali conterrebbero linee relative alla connettività EDGE con TIM.

12.11.07

QuarterLife

Share |
0 commenti

C'è eccitazione in giro per la rete per la prima puntata di QuarterLife, la nuova serie per internet che va in onda sul sito omonimo e su MySpace, scritta e diretta da Marshall Herskovitz e Ed Zwick, produttori e autori di serie per la TV di grande successo come Thirtysomething a fine anni '80 e più recentemente My So-Called Life.
Partito sulla carta come un progetto abbastanza complesso per come vuole unire gli episodi e tutta una piattaforma di videoblogging aperta a chiunque, almeno per il momento sembra abbastanza semplice.
Gli episodi vanno in onda due volte a settimana e pare durino 10 minuti (almeno sono così i primi 2) che non è poco, ma in compenso non c'è pubblicità.

Quanto alla trama, ovvero il cuore, purtroppo duole dire che non è che ci stiamo allontanando troppo dalle consuete attitudini delle produzioni professionali per la rete, ma almeno un minimo si respira una volontà di fare qualcosa di valido.
Nello specifico situazioni e personaggi potevano essere benissimo prese da una delle produzioni Vuguru (PromQueen, Roommates), ormai diventate il punto di riferimento per i contenuti di bassa lega, poca fantasia e molta fica prodotti per il web, ma la fattura è di grandissima qualità e non parlo solo di fotografia, montaggio ecc. ecc. ma soprattutto di come queste situazioni da Vuguru sono poi attualizzati (cioè messi in scena).
E' indubbiamente intrigante Quartelife e mi fa arrabbiare perchè mi infastidiscono i personaggi ma rimango avvinto dalla trama (ancora agli inizi). Il personaggio principale (almeno al momento) è tratteggiato molto bene nonostante sia la tipica intellettuale con grandi aspirazioni e lavoro frustrante non sexy ma comunque bella che soffre perchè vorrebbe di più, tipico personaggio autoconsolatorio pronto per l'immedesimazione facile (abbastanza carina e intelligente per avere piacere di immedesimarsi con lei e sufficientemente sfigata nella vita per ricordarci la nostra o meglio la visione vittimistica che se ne ha).
Al secondo episodio ancora non mi sono fatto un'idea chiara (mentre per Roommates sono bastati i primi 10 secondi), ma mi ha per certi versi conquistato e spero che col tempo guadagni dignità e non si riveli un prodotto per giovani stereotipati e una volta tanto lo segnalo per tempo.

I Guardiani Del Giorno (Dnevnoy dozor, 2006)
di Timur Bekmambetov

Share |
4 commenti


Il secondo capitolo della trilogia fantasy moderna che sta facendo registrare record di incassi a ripetizione in Russia e i cui effetti speciali sono sempre più apprezzati anche negli Stati Uniti arriva pure da noi, nonostante ci siamo filati poco anche il primo capitolo. E abbiamo fatto bene.
I Guardiani Del Giorno infatti al pari del capitolo precedente è raccontato malissimo, indugiando su elementi che non vengono spiegati o sono spiegati male e non approfondendo per nulla nessuna figura.
Bekmambetov si appoggia infatti unicamente su figure e dinamiche di comprovato effetto e millenaria applicazione, dal severo regime burocratico, ai padri poveri e derelitti che irrompono in feste benestanti (ma coattissime!) per cercare di far tornare alla regione i figli scapestrati fino anche a dinamiche noir ormai trite come la protagonista che sale sul taxi e dice all'autista: "Portami dove ti pare!".
Figure maschili e femminili da immaginario collettivo o da trasmissione televisiva di fascia prepomeridiana e sentimenti fortissimi le cui motivazioni e le cui basi però non sono raccontate o mostrate in alcun modo (ci dobbiamo fidare: si amano!).

Ma su tutto questo realisticamente ci si passerebbe pure sopra se l'azione (che è il cuore del film) fosse degna di questo nome. Invece è una continua accozzaglia di strutture ed idee di messa in scena ipercinetiche da pubblicità, una saturazione del campo visivo che nuoce alla comprensione e alle volte è proprio senza spiegazione.
Non c'è un modo organico di mettere in scena come avveniva, per esempio nel primo capitolo della saga Matrix, dove la saturazione di effetti visivi era metodica e ordinata in modo da non risultare pesante per lo spettatore ma anzi creare un mondo nuovo con regole fisiche sue.
In I Guardiani Del Giorno invece tutto va bene, voli, esplosioni, iperboli e poteri sovrannaturali.