25.8.08

Anatomia di Un Rapimento (Tengoku to jigoku, 1963)
di Akira Kurosawa

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La cosa bella di Akira Kurosawa è che per lui nulla è semplice, nulla è scontato e tutto è una negoziazione di significati.
Anche in un film apparentemente lineare come Anatomia di un Rapimento, dove tutto ruota intorno ad un rapimento ed alle indagini per scoprirne l’autore, le cose non sono mai lineari, i personaggi non sono mai quello che sembrano e le aspettative dello spettatore non sono mai confermate. Ancora di più, anche quando le aspettative vengono tradite questo non avviene come si penserebbe.

Certo parte del fascino e dell’imprevedibilità e innegabilmente dovuto alla distanza che esiste tra la cultura nostra e quella giapponese, tuttavia Kurosawa è senza dubbio il più internazionale dei registi nipponici, capace di attingere e tradurre per il pubblico giapponese le categorie, i generi e le tecniche cinematografiche del resto del mondo (più un fortissima componente originale).

In Anatomia di Un Rapimento la parte relativa alla restituzione del rapito è sbrigata con una rapidità che sorprende, per lasciare spazio alle indagini, il modo in cui si concretizza la manifestazione stessa del concetto di giustizia (gli indizi e il lento disvelarsi dell’identità del rapitore attraverso le conquiste della polizia) e soprattutto il modo in cui si esplora il mondo.
Anatomia Di Un Rapimento rivela la sua vera essenza dopo 40 minuti, non è un film sul conflitto di classe (che è ciò che scatena il rapimento), nè sulle ansie borghesi, nè tantomeno una semplice lotta tra giustizia e criminalità, ma un lento introdursi nel mondo popolare, in quelle periferie e borgate che spessissimo sono al centro dei film di Kurosawa.

Fin dall’inizio l’unica cosa che si sa del rapitore è che abita nei bassifondi della città (dai quali guardando verso l’alto vede l’opulenta villa della sua vittima), una baraccopoli disastrata che all’inizio è mostrata riflessa in un terribile acquitrino (tema, quello dell’acquitrino, che torna anche in L’Angelo Ubriaco) ed è quello il mondo che la polizia deve indagare, addentrandosi lentamente nei suoi meccanismi ma ancora di più nei suoi ambienti (la vicinanza delle rotaie, le cabine telefoniche, lo spaccio di droga, la vista ecc. ecc.).
E' l’ennesima dimensione dell’umanesimo di Kurosawa, non solo lo spietato miliardario che si dimostra di buon cuore, ma soprattutto un mondo che lo supporta e una povertà da guardare pietosamente.

La messa in scena è al solito di un rigore infinito, diversa al cambiare delle ambientazioni ma sempre inesorabile, misurata, tecnica, perfetta. Si veda (tanto per dirne una) la scena del treno. Incredibile come si muove con la camera a mano (!!) in ambienti stretti ed angusti come quelli dei vagoni, mostruoso come orchestri lo spazio per far capire allo spettatore dove si trovi ogni personaggio, divino il ritmo che riesce ad imprimere a tutta la sequenza.
E poi dopo tanto rigore nel finale (foto a destra) vira totalmente applicando una libertà di stile mai vista, deviando sul romantico (che addirittura fa pensare a Wong Kar Wai) e l'estetizzato.

Ovviamente no comment sul titolo italiano che scimmiotta il film di Preminger di 4 anni precedente. L'originale è più tipo "Alti e bassi", riferito ovviamente alle zone della città coinvolte.

6 commenti:

Dan ha detto...

Grandissimo questo Akira! Tra i miei preferiti. Saluti, dan.

Anonimo ha detto...

Dimenticavo: hai visto l'edizione italiana?

gparker ha detto...

si ho visto il DVD italiano ma nella versione originale con sottotitoli.

Anonimo ha detto...

Ah, perché c'erano 40 minuti di meno e ora purtroppo non ricordo se nei DVD italiani si fosse rimediato, su IBS mi davano 104 minuti. Comunque la durata internazionale è di 140 circa, controlla magari ché 40 minuti di Kurosawa sono sempre 40 minuti di Kurosawa!

gparker ha detto...

si ho visto quella da 104, non sapevo ce ne fosse un'altra più lunga.

Dan ha detto...

e va bene, dài, la prossima volta vedrai quella integrale. ;) Bel blog comunque, e ottima lista cinematografica!