31.7.12

Un anno da leoni (The Big Year, 2011)
di David Frankel

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Buttato d'estate, mal titolato e abbandonato a se stesso The Big Year è in realtà una commedia interessantissima che, con più leggerezza e meno gravitas richiama  temi e idee di L'arte di vincere, smontando il mito del vincente e contemporaneamente affermandone la grandezza.
Invece che utilizzare il sottobosco dei birdwatcher come scenario per la solita commedia sentimentale o per la non meno consueta parabola di solidarietà virile, David Frankel fa la scelta più impopolare di tutte per un racconto leggero: non far ridere.

Nonostante l'impiego di un numero molto alto di attori comici di peso (da Steve Martin a Jack Black passando per la voce narrante John Cleese), il film non si piega sui loro tempi comici ma ne usa il corpo plastico per narrare una storia di incredibile umanità mascherata da divertissement.
La storia si appoggia su tre protagonisti in lotta nell'etico e morale mondo dei birdwatcher per realizzare il record di uccelli avvistati in un anno. Ognuno è motivato da spinte diverse, ognuno ha esperienze e vissuti diversi ma tutti sono intenzionati a vincere.

E alla fine nonostante la parabola della trama sia delle più canoniche, lo stesso la sensazione e il mood che The Big Year riesce a creare camminano un passo avanti alla sua storia. Il contenuto afferma qualcosa, ma la forma filmica in cui esso è contenuto dice altro. Vediamo i personaggi raggiungere i propri obiettivi ma sappiamo che non per tutti è un lieto fine, vediamo una storia d'amore concludersi dopo difficoltà non comuni nel cinema statunitense (per tempistica e ordine) e la soddisfazione è maggiore del solito. 
Con piccole variazioni e scelte che scardinano le consuetudini delle sceneggiature hollywoodiane, David Frankel è riuscito nell'obiettivo di ogni commedia: raccontare con leggerezza un mondo che leggero non è, riconsegnando senso a momenti e sequenze usurate, banalizzate e violentate dai commedifici.

25.7.12

Contraband (id., 2012)
di Baltasar Kormàkur

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Se avete curiosità di vedere un film islandese senza vedere davvero un film islandese Contraband è qui per voi. Si tratta del remake a tempo record di Rotterdam-Reykjavik (anno 2008) di Oscar Jonasson, diretto e adattato a schemi e ritualità da cinema di serie B statunitense da chi il film originale l'aveva prodotto e interpretato.
Contraband è dunque in tutto e per tutto un calco americano su atmosfere che cercano di avvicinarsi a quelle impervie del nord Europa. Navi cargo che si muovono per giorni e giorni lungo i mari e nelle quali si crea un microcosmo in cui può accadere di tutto. Nel caso specifico il nesso che scatena il film è l'esigenza di portare a termine un ultimo grande carico di contrabbando da parte di un ex contrabbandiere professionista, costretto a tornare in attività perchè il nipote si è messo nei guai.

Contraband è dunque una storia di tradimenti e voltafaccia, in cui l'azione appare inserita forzatamente e senza beneficiare di quella che poteva essere un'ambientazione peculiare (la nave cargo), ma esplodendo in maniera del tutto prevedibile e quasi obbligatoria ogni qualvolta si metta il piede a terra.
Il pregio del film semmai è quello di avere pochi fronzoli e cercare uno scontro di intelligenze nel mondo semisconosciuto degli intrighi da contrabbando.

Il fattore più curioso di tutti è però come un lungometraggio ispirato ad un'altra opera straniera, diretto da un'islandese che a quella stessa opera aveva preso parte, non riesca a mantenere nulla in termini di spirito esotico.
L'operazione di nazionalizzazione del film è talmente perfetta che Contraband diventa un thriller vagamente d'azione come tutti gli altri, non stupido ma nemmeno brillante, un immigrato che ha completamente dimenticato le sue origini e parla perfettamente la lingua degli americani.

24.7.12

Lost in google

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Finalmente è finita e, una volta tanto, la chiusa ad una trama per necessità intricata e arrovellata (visto l'obbligo di utilizzare alcuni tra i più disparati suggerimenti degli utenti), non è risultata insoddisfacente. Si tratta di Lost In Google, webserie italiana tra le più note per la quale di certo l'indice di gradimento sorpassa di gran lunga i numeri delle view (comunque alti, una media di 250mila ad episodio). 

Ci è voluto un anno intero per produrre e mettere online 5 puntate più un numero zero (datato giugno 2011, se ne parlò già a Novembre), un modello produttivo folle che ha dato vita ad un esperimento a suo modo unico, non tanto per l'idea dei commenti che si inseriscono nella storia, quella già da tempo è stata alla base di webserie, quanto per quella di una serie online dagli intervalli dilatati oltre ogni limite (circa un episodio ogni 2 mesi con durata crescente, dai due minuti del numero 0 fino ai 22 dell'ultima puntata) che si nutrisse più del dibattito e dell'attività tra episodio ed episodio che dei momenti in cui una nuova puntata va online. Insomma, una webserie per la quale l'attesa fosse simile a quella che esiste per le nuove stagioni delle serie televisive americane. 

 Con un titolo che fa riferimento diretto a quello che è stato e continua ad essere un modello per la struttura di moltissime webserie (Lost), i TheJackaL hanno operato un racconto realmente metainternettesco, non senza qualche stupideria demenziale, ma sapendo trovare anche momenti di vera astrazione metaforica. 

La memoria del cuore (The vow, 2012)
di Michael Sucsy

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Con un titolo italiano che lo porta ad un passo da Gli occhi del cuore e una trama scaldacuore che si fa gran vanto di essere tratta da una storia vera, La memoria del cuore mette insieme due attori semiesordienti nel genere con una trama a prova di bomba.
Lui e lei si amano (ma tanto!) almeno fino all'incidente in seguito al quale lei perde la memoria, o meglio non rimembra nulla di quanto accadutole negli ultimi anni, di fatto tornando indietro di 5 anni circa, quando ancora non conosceva il suo attuale marito ed era una persona decisamente diversa per gusti, personalità e amori. Lui la dovrà riconquistare un'altra volta. Come potrà lei reinnamorarsi se non ricorda nulla? Con la memoria del cuore!!

Nonostante sembri una commedia lineare, in realtà ci sono almeno due matrici principali che corrono verso il medesimo fine sentimentale. Una realista e una fantastica. 
La prima e più forte è quella della conquista, ovvero quel processo fatto di lento avvicinamento e piccoli momenti sentimentali che segna la nascita di un amore e che solitamente al cinema è vessato da coincidenze mostruose (non è questo il caso però).
L'altra è il cinema del ritorno indietro nel tempo, del "what if...", quello cioè in cui una persona adulta può rivivere gli anni della sua giovinezza per un inspiegabile fenomeno magico/fisico (Peggy Sue si è sposata). In questo caso non c'è viaggio nel tempo ma mentalmente la protagonista torna ad un'altra età, rivive altri amori che aveva superato e recupera rapporti che si erano guastati (riscoprendo poi anche il perchè), di fatto sperimentando cosa succederebbe a poter ripercorrere parte della propria vita in maniera diversa. Essere un'altra e innamorarsi comunque della stessa persona.

In questo doppia anima si muove benissimo il fisico minuto e asciutto di Rachel McAdams, tutta sorriso e diversi tagli di capelli, sguardi innamorati e vestiti leggeri. Molto meno il corpo ingombrante di Channing Tatum, più avvezzo a darle e/o prenderle, e goffamente inserito in una storia in cui dovrebbe incarnare l'uomo visto dal mondo femminile, cioè dotato di una grazia e uno stile che di fatto non gli appartengono, a prescindere dal numero di cappelli e sciarpe alla moda che può indossare. Tatum non si adatta e ingombra in ogni scena, risultando anche più volte l'unico elemento implausibile di una trama assurda.

16.7.12

Children of Sarajevo (Djeca, 2012)
di Aida Begic

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I bambini di Sarajevo del titolo internazionale (e quelli più generici del titolo originale) sono i figli della guerra. Per fortuna però non c'è nulla di dichiaratamente politico in Djeca, che anzi racconta un dramma piccolo e particolare con lo stile tipico del cinema d'autore europeo degli ultimi dieci anni e guardando molto al modo di muoversi di Christian Mungiu.

Una lavapiatti con precedenti penali che cerca di tenersi stretta il fratello piccolo nonostante i servizi sociali siano sempre lì lì per levarglielo. Classi sociali messe le une contro le altre, uomini che mangiano altri uomini e esseri umani in difficoltà che non trovano nella società un aiuto ma anzi il principale aguzzino delle proprie pene.
Tutto si svolge nella Sarajevo di oggi ma con il sonoro Aida Begic crea dei continui paralleli con il periodo della guerra che non è invece mai tirato fuori a parole. I botti del capodanno che sta arrivando spesso suonano come un tappeto di bombe, i rumori dei lavori di un palazzo in costruzione fuori campo paiono come il passaggio di un carroarmato e via dicendo. Quella della guerra è un'assenza presente in audio fenomenale.

A questo punto seguendo costantemente la propria protagonista, Djeca cerca di raccontare quello che le sta dietro, il paesaggio nel quale si muove, le umanità con cui entra in contatto, ciò che viene fatto a lei e per lei, eppure non riesce mai ad operare il passaggio dal dramma del racconto al dramma della persona. Le disavventure però sembrano sempre operate dalla mano sadica di un autore e mai il frutto del caso avverso o di una società infame. Il punto è che Djeca sembra seguire pedissequamente dettami da accademia del cinema autoriale: il protagonista previsto in ogni inquadratura, il rapporto tra personaggio e paesaggio, il pedinamento, soggetti che davanti allo specchio cercano un'identità imitando i film e via dicendo.
In questo modo tutto è poco convincente anche quando arriva un finale davvero inatteso e in un certo senso intellettuale, liberatorio e algidamente sentimentale.

E' probabile che la distribuzione italiana lo titoli "Buon anno Sarajevo". Lo scrivo qui anche se è solo un'illazione così che rimanga come memoria storica

13.7.12

El campo (id., 2011)
di Hernan Belon

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Il campo del titolo è una campagna ignobile. Un luogo dall'inverno triste e squallido, colmo di animali pericolosi e brutti, costellato di giostre abbandonate, rotte e pericolose, una vegetazione non curata e fanghiglia a palate. In questo scenario nel quale si troverebbero bene Jason o Leatherface arriva una famiglia, uomo, donna e bambina piccola, trasferitisi dalla città in un casale fatiscente da rimettere in sesto (con ben poca voglia). Non verranno squartati, anzi si troveranno al centro di un dramma che vuole essere leggero e raffinato mentre riesce ad essere intrigante solo quando utilizza questi stereotipi da horror per cercare di parlare d'altro.

In maniera nemmeno troppo minuziosa e raffinata Belòn si mette a guardare come, lentamente, il paesaggio in cui i protagonisti sono inseriti influisca nella loro relazione, tenendosi lontano da metafore o analogie da Viaggio in Italia e molto più vicino ad indizi ed elementi concreti. Cioè il campo del titolo li mette effettivamente in pericolo, crea effettivamente momenti di difficoltà e provoca reazioni violente.
Non vola troppo alto insomma El campo, si tiene su un terreno concreto e alla fine diventa il racconto lineare di una coppia messa a dura prova e non una parabola universale su esseri umani nei cui rapporti influisce l'ambiente in cui vivono.

E per essere un racconto così lineare di fatti non eccessivamente interessanti dura decisamente troppo.

12.7.12

La leggenda del cacciatore di vampiri 3D (Abraham Lincoln Vampire Hunter, 2012)
di Timur Bekmambetov

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Gli spoof o parodie stanno subendo cambiamenti radicali negli ultimi anni e i libri di Seth Grahame-Smith (oltre a quello da cui è stato tratto questo film di Bekmambetov c'è anche il precedente Orgoglio Pregiudizio e Zombie) sono apparsi da subito come un modo interessante, divertente e dissacrante al punto giusto di stravolgere, ridicolizzare e contaminare racconti classici, seguendo, tradendo e confermandone stereotipi di linguaggio. Per questo la prima trasposizione filmica era abbastanza attesa, nonostante fosse stato scelto un regista dalla mano e dalla personalità così invadente da prendere di certo il proscenio rispetto al materiale originale.

E così è stato. La leggenda del cacciatore di vampiri è decisamente un film di Timur Bekmambetov, ne incarna tutte le idee principali e la visione di cinema.
C'è una ricerca esasperata della coolness in ogni momento, senza alcun dosaggio delle trovate e con un certo disprezzo della scansione narrativa, cioè quella serie di artifici che contraendo e dilatando il racconto e il rilascio delle informazioni scatenano il fascino di una trama, lo strumento attraverso il quale Tarantino, per fare un esempio, trova la coolness dei suoi film.
Bekmambetov invece utilizza tutte le tecniche già note e canonizzate (il ralenti unito all'accelerazione, le inquadrature sghembe che si raddrizzano, i controluce...) per imporre ammirazione verso i propri personaggi che tuttavia non hanno mai nulla di davvero unico e personale, cioè nulla per il quale valga la pena ammirarli.

E non si può dire nemmeno che non ci sia impegno. In La leggenda del cacciatore di vampiri, come in tutti i film del regista russo, esiste un furore cinetico pari solo a quello di Michael Bay ma dosato con ancor più grossolanità. Se fosse un pittore Bekmambetov non userebbe pennelli ma solo rulli per imbiancare pareti.
Allora anche trovate come la messa in rilievo stereoscopico degli occhi dei vampiri o l'uso di un pulviscolo nell'aria per enfatizzare la profondità delle inquadrature 3D, creando di fatto un livello intermedio di "aria" che sia visibile, si perdono nel mare di accumuli ed esagerazioni gestiti senza criterio. E anche sequenze come l'inseguimento tra i cavalli, dotate di una vitalità interiore e di un dinamismo attraenti, si perdono nel mare perchè improvvise e isolate.

Con i suoi contenuti La leggenda del cacciatore di vampiri poteva essere un'opera veramente dissacrante rispetto alla figura intoccabile di Lincoln, invece fantastica sulla sua vita per confermarne esaltazione e mitologia, crea una fantastoria per fare fantaagiografia. Ma ancora più grave, con quest'idea di cinema poteva essere la versione più estrema del fumettismo al cinema, la completa e definitiva stilizzazione dei movimenti, la sovrapposizione del cinema recitato con l'azione ritoccata in postproduzione, invece è solo un'auto sportiva spinta al massimo da chi non sa guidare.

11.7.12

Lo spaventapassere (The sitter, 2011)
di David Gordon Green

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Fin dalla locandina statunitense l'intenzione di Lo spaventapassere è chiara e potrebbe essere definita come nerdxploitation, cioè la volontà di sfruttare al massimo in qualsiasi situazione e senza eccessiva meticolosità nella scrittura, lo stereotipo del nerd creato intorno a Jonah Hill da molti degli ultimi film cui ha preso parte. Già da quel volto mezzo spiritato che richiama la medesima espressione nella locandina di Superbad è chiaro che Lo spaventapassere nasce sotto gli auspici peggiori. Ci vogliono però gli 81 minuti di durata per decretare che nemmeno la maestria di David Gordon Green l'ha potuto salvare.

La storia si racconta in due righe, come per i film con Franco e Ciccio. Jonah Hill, vive ancora con i suoi e ha difficoltà con le ragazze, accetta di fare da baby sitter a tre bambini (di cui uno adottato) proprio nella sera in cui rimediare un po' di droga potrebbe fruttargli del sesso, o almeno così pensa. Il resto sono situazioni in cui il protagonista è messo in difficoltà dal contrasto tra il mondo dello spaccio di droga e il fatto di essersi portato appresso i tre bambini.
In quest'odissea però ogni situazione rimanda a qualcos'altro, ogni idea appare derivativa e la brutta copia di una gag già vista o di un momento già conosciuto. 

Mentre Strafumati (ad oggi forse il film migliore e più disinvolto nella sua follia di David Gordon Green) era scritto da Seth Rogen e Evan Goldberg (Da Ali G Show, I simpson, Superbad, Green Hornet), qui la sceneggiatura è firmata da Brian Gatewood e Alessandro Tanaka, che al proprio attivo contano solo la serie tv Animal Practice e che dimostrano di non avere eccessivo interesse in questo tipo di comicità e nelle possibilità del filone cui Lo spaventapassere vorrebbe appartenere.
Non è infatti la mancanza di originalità ad annoiare, quella spesso contamina anche il cinema migliore, quanto la mancanza di interesse e di partecipazione di chi scrive nella materia raccontata. Le migliori commedie sul nerdismo contemporaneo hanno dato prova di riuscire a trattare i propri soggetti con il medesimo atteggiamento con il quale i nerd sono soliti trattare se stessi e i propri amici, affiancando ad una presa in giro spesso feroce anche un affetto che passa sottopelle, senza enfasi e con molta malinconia.

10.7.12

The way back (id., 2012)
di Peter Weir

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Come sempre nel cinema (migliore) di Peter Weir si attraversa una vastità, ci si perde e può succedere di tutto proprio perchè si è immersi negli elementi naturali. Stavolta sono deserti, bufere di neve, laghi, montagne e boschi, attraversati da 5 uomini (e per un certo periodo 1 donna) per mesi e mesi. La storia è quella vera di una clamorosa fuga da un gulag comunista, la drammaturgia tutta fittizia invece, si vede, è farina del sacco di Weir e Keith Clarke.

Contrariamente a quel che farebbe supporre il titolo, The way back non indugia sul concetto di "ritorno", cioè non punta alla nostalgia e il desiderio che spinge l'uomo oltre il dolore verso una meta, ma proprio sul viaggio, cioè sull'immersione negli elementi ostili e la sopravvivenza a diversi scenari.
Se però spesso in passato le peregrinazioni di Weir erano praticamente monosessuali, riservate cioè a persone diverse ma tutte del medesimo sesso, ora l'ingresso di una donna ad un certo punto del viaggio diventa un elemento scardinatore come pochi se n'erano visti.

Osservando la maniera con la quale Weir guarda e lascia interagire il suo branco di uomini con la donna improvvisamente aggiuntasi, si comprende ancora meglio come la scelta di non avere donne che pronuncino battute in Master & Commander non sia frutto di misoginia ma semmai del suo contrario.
L'assenza femminile nel film marittimo si fa sentire moltissimo proprio perchè i rapporti virili sembrano sempre zavorrati da silenzi e incomprensioni, proprio come quelli stretti tra i diversi uomini in fuga dal gulag fino a che l'elemento femminile non arriva a fare da tramite.
L'impressione è che benchè la sua presenza sia costante solo per poche decine di minuti Saoirse Ronan costituisca l'elemento vitale del film. Il punto di svolta che consente all'Odissea virile uno scarto di senso che è anche la sua unica possibilità di emersione dal grigiore per il film.

9.7.12

The amazing Spiderman (id., 2012)
di Marc Webb

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Non era un mistero che il nuovo Spiderman sarebbe stato molto centrato sul un'esigenza di modernismo profonda e ineludibile. Un po' perchè per differenziarsi da quello di 10 anni fa era indispensabile e un po' perchè altrimenti non sarebbe stato chiamato un regista come Marc Webb, che se c'è un ambito in cui eccelle è l'incontro tra il giovanilismo e il mood corrente del cinema (cosa che, per quanto possa suonare paradossale, è detta come un complimento). Per tutte queste ragioni la vera delusione non viene da un Uomo Ragno con il cellulare o dal modo libertino in cui è gestita tutta la situazione "identità segreta", quanto dal comparto d'avventura.

The amazing Spiderman non riesce a centrare mai, nemmeno per un momento l'idea di azione e avventura spensierata che i migliori cinefumetti hanno saputo mettere in scena. Raimi ha un senso innato dell'ironia quando filma e quindi non gli è stato difficile, ma Webb poteva contare su esempi illustri come l'Iron Man di Jon Favreau, invece il suo film crolla ogni qualvolta deve mescolare il ridicolo di un ragazzo in una tuta di latex e il serio del fatto che ci sia qualcosa a rischio per davvero, insomma il pathos e il grottesco che sono le due miscele determinanti del fumetto al cinema.
E dire che invece l'idea di Peter Parker nerd ma non per questo sfigato, molto più vincente e sicuro di sè dell'outsider classico interpretato da Tobey Maguire, ne offriva di idee e spunti! Almeno tutti quelli razziati da 21 Jump Street solo pochi mesi fa.

Crolla quindi prima a livello di scrittura, con alcune battute da deposizione delle armi e resa immediata, e poi a livello di regia, concedendo tutto quel che si può concedere alla retorica. Proprio quando la stessa Hollywood fumettosa ci ha insegnato che il supereroismo non vuol dire necessariamente retorica, ma può dar vita ad un filone di cinema avventuroso tutto personale.
Quella che sarà un trilogia (nuova e più coesa nella trama) dedicata a Spiderman, guarda più alla seriosità del Batman di Nolan, senza però avere la forza vitale e il rigore di quel cinema.
The amazing Spiderman sembra così un film d'azione da uno che il cinema d'azione se l'è fatto raccontare nella settimana precedente l'inizio delle riprese e un film romantico da uno che sapeva di non poter far altro che infilare romance quanto più era possibile. Il risultato è che non commuove e non esalta, non diverte e non intrattiene. In certi punti fa anche un po' incazzare.

5.7.12

21 Jump Street (id., 2012)
di Phil Lord e Chris Miller

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C'è remake e remake, c'è trasposizione e trasposizione. Soprattutto, quello che in molti sembrano trascurare di questi anni in cui il cinema americano riporta in sala titoli noti, è che molto spesso solo il titolo e la facciata sono un recupero dal passato mentre il contenuto è totalmente inedito. E' il caso di 21 Jump Street che con ancor più ardore di altri film ci tiene a rimarcare metatestualmente la propria originalità. La serie tv originale raccontava di due poliziotti che si infiltrano in una high school come studenti (in virtù di un aspetto giovanile), il film bene o male pure ma con toni e modalità completamente diversi e molto più azzeccati. Lo si capisce già quando, nella scena in cui il superiore gli assegna il compito, egli descrive l'operazione come "...un vecchio programma degli anni '80, una cosa che non andava benissimo ma che adesso vogliono riportare in vita. Pare che non si faccia altro ultimamente".

21 Jump Street gioca quindi moltissimo con il metacinema e la consapevolezza che le cose non siano più come una volta. Prende la generazione Glee e la prende in giro, sovverte gli stereotipi da high school (i nerd al potere) e dà al film un ritmo e un passo che impedirebbero a chiunque di parlare di un remake. 
Per osare tanto ci volevano Micheal Bacall (sceneggiatore già di Scott Pilgrim vs. The World e della chicca dell'anno, Project X) e la coppia Phil Lord, Chris Miller (già registi del capolavoro di demenzialità Piovono Polpette).

Se c'è quindi qualcosa che 21 Jump Street afferma con veemenza è che la copertina non conta niente. Il soggetto è un puro pretesto. Anche le premesse sono ininfluenti. Un film è quello che i suoi autori decidono di farne mentre scrivono e dirigono. Un film è il suo movimento interno, il modo in cui mette in relazione i personaggi, a prescindere da chi questi siano o in cosa siano coinvolti.
Le major possono continuare a voler produrre film con titoli noti, nomi già sentiti e sequel infiniti. Ma questi saranno sempre film banali se c'è gente banale a dirigerli e film interessanti se dietro ci sono autori interessanti. Non sarà certo l'origine del soggetto a condizionarne l'esito.