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10.9.15

No Escape: Colpo di stato (No Escape, 2015)
di John Eric Dowdle

Lo spunto di No Escape è fantastico, un concept così stringente (da vero B movie) che pare calzare il risultato finale come una tutina aderente invece che come una tunica, cioè sembra che intorno a quell’idea si potesse sviluppare solo questo tipo di film (ovviamente non è così ma l’impressione è segno di bontà).
Una famiglia si reca in Tailandia per lavoro: madre, padre e due bambine piccole. Dopo nemmeno 24 ore dal loro arrivo il primo ministro viene ucciso e un gruppo di rivoluzionari inizia una vera guerra in strada contro la polizia, un massacro sanguinolento e diffuso in tutta la città che pare non risparmiare nessuno. Il bersaglio sono proprio gli americani, dipendenti di una compagnia che lavora agli acquedotti. Il colpo di coda invece sta nel fatto che il protagonista della storia è un uomo medio, per nulla avvezzo ad intrighi e situazioni d’azione. In questo la scelta di Owen Wilson è perfetta.

Purtroppo i fratelli Dowdle non riescono ad essere coerenti fino in fondo con questo presupposto, gongolano nel lasciarsi prendere la mano da qualche impossibile sequenza d’azione e non rimangono davvero fedeli al lato B, cioè alle dinamiche più elementari e di suspense che la storia di un uomo comune in circostanze eccezionali propone. Preferiscono troppo spesso sottolineare l’amore del padre per le figlie ed esagerare nel fornire elementi di tensione lavorando (goffamente) sulle relazioni intrafamiliari. Insomma invece che rimanere sui toni secchi e asciutti, determinati e convincenti si spostano eccessivamente sul melodrammatico, invece che far parlare le azioni fanno parlare le parole. Soprattutto non resistono alla tentazione di dare tratti da eroe al protagonista, annacquando uno dei presupposti migliori.

Nonostante questi innegabili difetti lo stesso No Escape rimane un esperimento più che riuscito. John Eric Dowdle continua a dimostrare una capacità di creare immagini spaventose non comune (la sequenza iniziale con la corsa della guardia del corpo che culmina con i ribelli già insediati è perfetta e l’immagine che la chiude quasi paurosa) e questa sua capacità spesso si trasferisce nelle sequenze d’azione più vorticose.
Del resto, a parti inverse, era quello che si poteva ammirare in Necropolis, un horror contaminato da ottima azione. Non a caso in No Escape, pur non essendoci situazioni di paura, la dinamica della “minaccia” e soprattutto la sua origine somigliano molto alle fiamme che incendiano le storie horror. Si parla di peccati collettivi scontati tutti insieme e con gli interessi.

Dunque se si ha la buona volontà di sorvolare su diverse esagerazioni, sarà difficile sorvolare sulle tante idee di Dowdle, su come a fronte di uno spunto sappia declinare quest’ennesimo “viaggio nella paura” concludendolo in un luogo e in una maniera che giocano di rimbalzo con la storia del cinema americano anni ’70.

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