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13.4.16

Hardcore (Hardcore Henry, 2016)
di Ilya Naishuller

Un automa creato a partire da un uomo viene attivato da una donna che sostiene d’essergli stata legata, subito però si presentano i primi problemi e inizia una fuga alla ricerca di batterie che lo possano ricaricare e poi di un modo di ricongiungersi con la propria amata (?) e abbattere un nemico fantascientifico. Questa a grandi linee la trama di Hardcore, sottilissima e utile al movimento. Non ci sono intrecci o troppe difficoltà, solo motivazioni per agire.

La verità è che non c’è davvero niente di rivoluzionario nella tecnica con la quale è stato realizzato Hardcore, né tantomeno nella sua estetica. Semmai il film di Ilya Naishuller, che allunga il suo videoclip molto divertente postato su YouTube qualche anno fa, assembla con una certa abilità diverse ispirazioni. Film in soggettiva se ne sono visti già parecchi e la soggettiva come modalità espressiva dei cyborg l’aveva già sperimentata Paul Verhoeven con Robocop. Ma ancora la maniera in cui Henry conduce la sua carneficina è mutuata dai videogiochi in prima persona (con tanto di istruzioni date al protagonista dagli altri personaggi, come ci si trovasse all’inizio del gioco e uno schema finale con lotta contro il boss che per composizione, luogo e modalità di ingaggio è perfetto) e ancora l’idea di una grande e furiosa lotta per la sopravvivenza da condursi in giro per la città assetati d’adrenalina viene dritta da Crank. Quello sì un film che inventava tanto e creava molto di mai visto prima.

Dunque, sebbene sia costruito per impressionare, Hardcore non ci riesce davvero a meno di essere poco avvezzi al genere. Semmai il suo continuo rilancio dell’azione insistendo sulla soggettiva spesso affatica. Dovrebbe aumentare il realismo come un film found footage ma in realtà il suo riferimento al modo di raccontare dei videogiochi aumenta la distanza dal reale.
È allora la maniera in cui sembra prendere con leggerezza la violenza ad affascinare assieme alla furia di alcune sue sequenze.

L’opera prodotta da Bekmambetov e girata da Naishuller non scende a compromessi e mantiene la spremuta insensata di sangue che promette. C’è un senso di disinteresse per la violenza che è un grido amorale fortissimo. Non sarebbe per nulla sbagliato quindi sostenere che la mancanza di un’etica e di un punto di vista su ciò che racconta è la caratteristica principale del film. Hardcore assomiglia al suo protagonista robotico, impermeabile a tutto quel che accade, come se quella violenza non lo riguardasse né lo tangesse.
Sarebbe superficiale dire che tutto questo nichilismo anarchico lasci indifferenti, perché non è così, e sia voluto o meno è una dichiarazione d’intenti troppo forte (e troppo tecnica e ben eseguita) per essere trascurata. Tutto ciò non fa certo di Hardcore un capolavoro, solo un filmetto rapido ma con le idee molto chiare, capace di sequenze realmente impressoinanti come quella in autostrada, che purtroppo vuole essere troppo di più di quel che in realtà è.

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